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Il silenzio sugli innocenti

In un pressoché generalizzato silenzio da mesi centinaia probabili di richiedenti asilo vengono fermati a Trieste e nelle altre località della regione, rispediti in Slovenia e da qui trasportati in Croazia e poi in Bosnia Erzegovina

In un pressoché generalizzato silenzio -in violazione delle leggi italiane e delle normative europee e internazionali- da mesi centinaia probabili di richiedenti asilo vengono fermati a Trieste e nelle altre località della regione, rispediti in Slovenia e da qui trasportati in Croazia e poi in Bosnia Erzegovina.

In Italia vengono fermati, caricati (rapiti) su furgoni e rispediti indietro senza alcun provvedimento formale e senza possibilità che possano opporsi a quello che (non) gli viene notificato. Sono dei deportati senza nome, dei fantasmi, dei desaperacidos, di cui non sapremo più niente. Molti scappano dalle milizie dei talebani, altri dalle fazioni siriane in guerra, altri dalla repressione dei kurdi in Turchia, ma anche in questo caso non ne sapremo mai nulla.

Da tempo migliaia di rifugiati fuggono dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Iraq seguendo la cosiddetta “rotta balcanica”: arrivano in Serbia e in Bosnia Erzegovina (nella zona di Bihac) e da lì vorrebbero entrare in “Europa”, cioè in Croazia (per poi proseguire in altri paesi), che fa parte dell’Unione europea, per ottenere asilo e salvarsi dalla persecuzione.

Secondo Frontex nel 2019 sono state 15.152 le persone transitate per la rotta balcanica e tra queste 5.338 dall’Afghanistan, 4.643 dalla Siria, 1.498 dall’Iraq. Tra gennaio ed aprile di quest’anno, gli attraversamenti sulla rotta balcanica sono stati 5.987. I profughi che attraversano il confine tra la Bosnia e la Croazia, lo fanno in condizioni durissime e spesso sono picchiati, denudati e depredati di ogni bene dalle forze di polizia croate, come hanno testimoniato diverse ONG presenti sul posto, tra queste il Border Violence Monitoring Network (770 casi di maltrattamenti negli ultimi mesi). Questi ed altri importanti dati sono contenuti nel pregevole “Dossier Balcani” curato dalle organizzazioni “RiVolti ai Balcani”.

Il governo italiano (che aveva preannunciato nel mese di maggio questa “stretta” e aveva mandato una quarantina di agenti sul confine) per giustificare il suo comportamento si appella a un accordo di “riammissione” stipulato con la Slovenia nel 1996. Ma quell’accordo non è mai stato ratificato dal Parlamento italiano ed è in contrasto con la successiva normativa dell’Unione europea (di cui Italia e Slovenia fanno parte) che dice cose chiare: il richiedente asilo non può essere respinto quando sia in pericolo di vita o di persecuzione nel paese da cui proviene e senza un provvedimento formale. Inoltre quell’accordo del 1996 non può essere applicato ai richiedenti asilo: sta di fatto che a chi arriva nel nostro paese non è data la possibilità di chiedere asilo.

Gianfranco Schiavone, presidente dell’ICS-Trieste (che fa parte della campagna Sbilanciamoci!) e vice presidente dell’ASGI ha dichiarato: “È inconcepibile che (i richiedenti asilo, ndc) attraversino tre paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, e infine in Serbia o in Bosnia sebbene fossero interessate a domandare protezione internazionale all’Italia… Siamo nella più assoluta illegalità, ma sembra che il fatto non interessi a nessuno”.

Interessa ben poco alla stampa, ai commentatori di rango (che ogni tanto si occupano di razzismo e immigrazione) e poco alle forze politiche come il Pd, M5S, IV e Liberi e Uguali, ad Articolo Uno e Sinistra Italiana che in Parlamento non hanno sollevato il caso e nulla hanno fatto per fermare questa deportazione strisciante. È ora che dicano qualcosa.

LIVE conferenza stampa. Le violazioni dei diritti umani lungo la rotta balcanica e le nuove gravi responsabilità dell’Italia

LIVE DELLA CONFERENZA STAMPA C/O Centro Balducci
11 luglio 2020

Gli interventi di:
– Pierluigi di Piazza, presidente del Centro Balducci
– Michele Negro di Rete DASI FVG
– Paolo Pignocchi, Amnesty International Italia, coordinamento Europa
– Gianfranco Schiavone, vice presidente dell’ASGI
– Silvia Maraone, responsabile di ACLI-IPSIA, Bihac (Bosnia-Erzegovina)
– Jost Zagar associazione Info KOLPA (Slovenia)

Nelle scorse settimane ha improvvisamente preso il via, attraverso una catena di comando le cui responsabilità e livelli decisionali non sono affatto chiari, una operazione su vasta scala, specie nelle provincie di Trieste e Gorizia, di respingimenti alla frontiera dei migranti, nonostante si trattasse di richiedenti asilo come evidenziato da numerose testimonianze raccolte delle persone respinte in Bosnia-Erzegovina.

Il respingimento in Slovenia non è infatti null’altro che il primo anello di una catena che attraverso veloci passaggi di polizia tra Italia, Slovenia e Croazia, determina il respingimento dei richiedenti asilo al di fuori dell’Unione Europea. Le operazioni avvengono senza che sia adottato alcun provvedimento e in flagrante violazione delle normative interne ed internazionali, come è stato evidenziato da numerosi rapporti internazionali, di cui il primo in lingua italiana “La rotta balcanica: i migranti senza diritti nel cuore dell’Europa” curato da 36 organizzazioni tra cui Amnesty International, ASGI, ICS, ACLI-Ipsia, Osservatorio Balcani che verrà presentato in sede di conferenza stampa. Si tratta di una situazione di eccezionale gravità che rende l’Italia complice delle gravi violenze che le persone subiscono.

Consulta su decreto sicurezza: irragionevole la norma che preclude l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo

Ufficio Stampa della Corte costituzionale, comunicato del 9 luglio 2020

La Corte costituzionale ha esaminato oggi le questioni di legittimità costituzionale sollevate dai Tribunali di Milano, Ancona e Salerno sulla disposizione che preclude l’iscrizione anagrafica degli stranieri richiedenti asilo, introdotta con il primo “Decreto sicurezza” (dl n. 113 del 2018).
In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa della Corte fa sapere che la disposizione censurata non è stata ritenuta dalla Corte in contrasto con l’articolo 77 della Costituzione sui requisiti di necessità e di urgenza dei decreti legge.
Tuttavia, la Corte ne ha dichiarato l’incostituzionalità per violazione dell’articolo 3 della Costituzione sotto un duplice profilo:
- per irrazionalità intrinseca, poiché la norma censurata non agevola il perseguimento delle finalità di controllo del territorio dichiarate dal decreto sicurezza;

- per irragionevole disparità di trattamento, perché rende ingiustificatamente più difficile ai richiedenti asilo l’accesso ai servizi che siano anche ad essi garantiti.


L’intervento durante l’udienza di uno dei difensori, l’avvocato Paolo Cognini del foro di Ancona.


Il commento dell’avv. Cognini raccolto ieri all’uscita dell’udienza.

«I difensori hanno riassunto le motivazioni sulla base delle quali si ritiene che la questione di legittimità costituzionale sia fondata, vedremo adesso la Corte che cosa deciderà e le valutazioni che esprimerà in sentenza. Devo dire che allo stato attuale trovo da un lato sconcertante le argomentazioni introdotte durante la discussione dall’Avvocatura dello Stato, e dall’altro che le stesse argomentazioni confermano invece proprio la validità delle ragioni poste a fondamento della questione di legittimità costituzionale.
L’Avvocatura dello Stato ha ribadito, a mio avviso, che la condizione del richiedenti protezione viene vista come una condizione interstiziale posta ai margini del mondo del diritto, e quindi una condizione che contrasta nettamente con le disposizioni e le normative interne e internazionali. Proprio sulla base di queste argomentazione emerge in realtà la finalità vera della disposizione che è in discussione, cioè quella di costruire una dinamica di minorazione sociale ai carico dei richiedenti protezione e utilizzare questa condizione di minorazione sociale come elemento di pressione e di “punizione” per l’esercizio di un deflusso nelle richieste di protezione internazionale.
Quindi le decisioni che assumerà la Corte Costituzionale sono molto importanti perché oltre appunto ad una valutazione tecnica-giuridica sulla compatibilità della norma con la nostra Carta Costituzionale, avranno anche una diretta influenza sull’approccio culturale e giuridico con cui ci si rapporta alla condizione dei richiedenti protezione che può essere vissuta in due diverse modi: condizione necessaria, tutelata, garantita che consente di tutelare e garantire allo stesso tempo l’istituto della protezione internazionale in quanto tale, oppure condizione di mero passaggio che va sottoposta a “punizione” e a discriminazione.
Aspettiamo speranzosi che la Corte Costituzionale accetti le motivazioni in senso stretto affermando l’illegittima costituzionale della norma, o comunque in senso ampio dando un’interpretazione delle disposizioni che in ogni caso garantisca in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale il diritto dei richiedenti protezione all’iscrizione anagrafica».

Le “riammissioni informali” dall’Italia alla Slovenia

Da metà maggio 2020 i “respingimenti informali” dei richiedenti asilo arrivati in Italia attraverso la Rotta balcanica hanno avuto un drammatico aumento a fronte delle cifre modeste degli arrivi complessivi.

Pds per motivi umanitari rilasciato direttamente dal Questore: il Tar riconosce la convertibilità in pds per lavoro e per attesa occupazione

Una pronuncia del Tar Campania che affronta il tema della convertibilità del permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato direttamente dal Questore. Interessante, inoltre, che ne riconosca la convertibilità anche in motivi di attesa occupazione.

Il Tar Campania, infatti, ha ritenuto che la disciplina transitoria enunciata esplicitamente nell’art. 8 co. 1 del Dl 113/2018 per i permessi umanitari ex art. 32 co. 2 Dlgs 25/2008, debba applicarsi i anche ai permessi per motivi umanitari rilasciati direttamente dal Questore ex art. 5 co. 6 Dlgs 286/1998 e art. 11 DPR 394/99. Questo in base al fatto che, da un lato, l’art. 8 co. 1 DL 113/2018 non sembrerebbe escludere la possibilità di convertire tale permesso in altro titolo di soggiorno e, dall’altro che, affermare il contrario, significherebbe andare contro la ratio della norma che è quella di permettere a chi abbia beneficiato del permesso per motivi umanitari – ormai non più rilasciabile a seguito della soppressione – di ottenere un altro tipo di permesso “ordinario” che gli permetta di rimanere legittimamente nel territorio italiano.

In tal modo, il Tar riconosce, altresì, la convertibilità del permesso di soggiorno per motivi umanitari in permesso di soggiorno per lavoro o anche per attesa occupazione, sussistendone i requisiti previsti dalla legge per il rilascio.
Di conseguenza, il TAR accoglie il ricorso, annulla il provvedimento impugnato e ordina alla Questura di valutare il rilascio del permesso a favore della ricorrente.

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T.A.R. della Campania, sentenza n. 2669 del 26 giugno 2020