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Solidarietà a Strada Si.Cura e Linea d’Ombra

Comunicato stampa
Preoccupa l’autorizzazione ad una manifestazione anti-immigrati prevista per sabato 24 nel tardo pomeriggio in Piazza libertà a Trieste, una piazza dove si trovano per necessità di cura e informazioni le persone che arrivano, spesso in pietose condizioni fisiche, dalla “rotta Balcanica”. Manifestazione a cui aderiscono espliciti gruppi neonazisti e neofascisti che si riuniranno per dire basta ai “privilegi dei migranti”, basta al “business immigrazione“, per dire che le nostre piazze e le nostre strade non devono diventare zone franche in mano agli stranieri, né ai “professionisti dell’accoglienza“.
Ci sono, proprio leggendo i loro proclami, tutte le intenzioni di creare provocazioni e azioni forti di “pulizia” a danno di persone che hanno la sola colpa di scappare da tante situazioni di sofferenza e che tutto sono tranne che dei “privilegiati“ (basterebbe guardare bene come siano vestiti e in quali condizioni fisiche arrivino).
Chi organizza queste iniziative, e chi le sostiene, in realtà non vuole affrontare i temi veri: ossia in quale maniera tutte le persone disagiate e povere, in Italia e nel mondo, possano far fronte alla loro sopravvivenza ed oggi in particolare, alla pandemia, durante la quale gli interventi di prevenzione e cura non sono di fatto garantiti a tutte/i con la stessa urgenza e celerità.
La manifestazione svoltasi a Udine lo scorso 26 settembre, promossa dalla Rete Dasi e partecipata da tante associazioni e realtà regionali, ci dice che la strada da percorrere è dare solidarietà e speranza a tutti coloro che sono nel bisogno, italiani o immigrati che siano, non porre gli uni prima degli altri o peggio, “liberare le nostre piazze e le nostre strade”.
Siamo, come ReteDASI FVG vicine e vicini alle realtà che a Trieste fanno un lavoro costante di cura, accoglienza e inserimento nell’ottica di dare a chiunque, non importa la nazionalità, un sostegno alle proprie esigenze di vita.
Basta fascismo e reazionarie divisioni dei popoli e delle persone: nessuno si salva da solo.
Restiamo umani.
ReteDASI FVG

Trieste, cura sanitaria e sociale contro ogni discriminazione

Beatrice, attivista di La Strada Si.Cura ci aggiorna sulla situazione a Trieste e sul confine italo-sloveno.
L’intervista è stata realizzata da Eleonora Sodini, redazione di Radio Melting pot.


Da diverso tempo ormai con l’associazione Linea D’ombra nel piazzale della stazione di Trieste fornite supporto e cura alle persone in transito che arrivano dalla Slovenia.
Puoi farci una panoramica sulla vostra attività e sul contesto in cui vi trovate ad operare negli ultimi mesi, non solo in termini di numeri di arrivi ma soprattutto sulle condizioni socio-sanitarie in cui trovate le persone in transito?

Quali sono le nazionalità di provenienza delle persone di cui vi prendete cura?

Per rispondere alla tua prima domanda, è importante sottolineare come un grande cambiamento si è verificato a Trieste intorno alla data del 17 maggio, una data che si può definire uno spartiacque. Infatti, in Italia il lock-down si apprestava a finire mentre a Trieste venivano prese, proprio in quei giorni, delle decisioni che hanno contribuito a minare ancora di più i diritti dei migranti.

Prima di tutto è stato chiuso l’Help Centre, un ufficio di riferimento collocato proprio in stazione centrale che durante il lock-down è stato fondamentale per la coordinazione e l’assegnazione dei posti letto nei vari dormitori. L’Help Center inoltre, su base rotazionale, garantiva almeno un posto letto e un bagno a tutti. Il centro è stato chiuso insieme a molti altri dormitori e rifugi e, da quel momento lì, l’accesso a queste strutture avviene previo inserimento di una lista programmata comunale in cui non sono previsti i migranti in transito.

Questo genera una discriminazione, perché il migrante in transito non ha accesso a un bagno, a un letto o a un tetto sopra la testa. Va da sé che si assiste a un generale peggioramento delle condizioni sociali e sanitarie, che aumentano il fenomeno della marginalizzazione e del degrado. Questo non può che impattare su quella che è la salute fisica, mentale e globale dell’individuo. Ricordiamo anche che dal 17 maggio in poi sono aumentati non solo i controlli al confine ma anche i respingimenti come metodo di contenimento degli arrivi. Respingimenti che sono stati dichiarati illegali da più associazioni internazionali e locali.

Un’altra cosa che si è verificata dopo il 17 maggio, in estate inoltrata, è stato l’aumento di casi di coronavirus nei Balcani. Ovviamente, essendo paesi battuti molto dai migranti che arrivavano sul territorio di Trieste, questo fatto ha causato un aumento del rischio di contagio di coronavirus. Dunque, sarebbe stata opportuna una programmazione sanitaria, in termini di salute pubblica, per la prevenzione del Covid in strada e nei centri di accoglienza. Sebbene ci fosse la necessità di una presa in carico dell’azienda sanitaria che tutelasse le fasce più deboli della popolazione, la reazione di questa è stata pressoché nulla e di fatto gli interventi istituzionali in strada e nella piazza dove operiamo sono stati (e lo sono tutt’ora) totalmente assenti. Purtroppo, dobbiamo ricordare che per quanto vi sia una esplicita volontà politica di rendere invisibile il migrante e di discriminarlo, questo è per forza interdipendente con il resto della comunità, per cui se vogliamo tutelare la comunità dobbiamo tutelare il singolo, ogni singolo, senza discriminazioni.

Per quanto riguarda invece il numero degli arrivi, questo è imprevedibile. Noi lo definiamo un andamento “a fisarmonica”: spesso gli arrivi sono stati dirottati su altre brecce di confine più distanti (tipo Udine); a volte arrivano 30-40 persone in un giorno, a volte 3-4. Abbiamo assistito all’arrivo di interi nuclei familiari con bambini. Le nazionalità principali sono Afghanistan, Pakistan, ma anche nord-Africa, Iraq e Siria. Sul nostro sito potete trovare un quadro delle nazionalità incontrate, in tutto abbiamo curato persone provenienti da almeno 19 nazionalità.

Il ministro dell’Interno Lamorgese era a Trieste l’8 settembre e ha detto che “Per controllare meglio la situazione, invieremo più militari. In questo momento ci sono 375 agenti dell’operazione Strade Sicure, ma ne invieremo un po’ di più sul lato di Udine”.
In questa occasione il ministro ha risposto alle domande di un giornalista dicendo che la “riammissione informale” è illegale verso coloro che chiedono asilo, mentre a luglio la stessa ministra aveva affermato pubblicamente che tali pratiche sono perfettamente legali anche per i richiedenti asilo. Secondo ASGI, si tratta di una contraddizione che evidenzia che quanto sta accadendo negli ultimi mesi nell’area triestina è totalmente contrario al diritto internazionale. Allo stesso tempo, questo atteggiamento sempre più securitario è perfettamente in linea con l’accordo bilaterale Italia-Slovenia sottoscritto nel ‘96 che di fatto legittima questi respingimenti illegali attraverso gli accordi di cooperazione di polizia fra i due stati, che permettono l’effettività della riammissione grazie a pattuglie bilaterali sempre più finanziate nei confini interni.
In quanto medici che vivono la frontiera ogni giorno, come avvertite la presenza poliziesca sul territorio triestino e in generale del FVG? si sono effettivamente intensificati i controlli al confine e quale atteggiamento istituzionale potete rilevare in queste zone?

Purtroppo, per rispondere a questa domanda dobbiamo confermare che i controlli al confine sono aumentati in maniera consistente dopo la fine del lock-down e, in estate inoltrata, sono andati a sovrapporsi due problemi: gli arrivi e l’aumento dei casi positivi al virus sulla rotta balcanica. Tutto ciò ha portato ad un aumento del controllo al confine e una recrudescenza dell’approccio verso i migranti, che a sua volta si è esplicitato con l’inizio dei respingimenti (o pushback). Si tratta di un fenomeno che è stato più volte condannato da associazioni internazionali e locali come un atto che mina i diritti umani e la salute fisica e psicologica dei migranti. Infatti, sulla rotta balcanica la maggior parte delle persone in transito subisce torture e violenze (testimoniato da diversi reportage tra cui quelli di BVMN).

I respingimenti hanno iniziato a verificarsi sul nostro territorio in maniera sistematica e l’effetto è stato quello di rendere ancora più rischioso l’attraversamento del confine. Il migrante viene spinto nuovamente nel cosiddetto “game” della rotta balcanica ed esposto nuovamente alle violenze e torture.

Un altro dato inquietante è che questi respingimenti, pur essendo illegali secondo il Diritto Internazionale, vengono fatti alla luce del sole con il benestare del ministro dell’interno Larmogese prendendo in causa accordi bilaterali della fine degli anni Novanta e quindi rendendolo di fatto un sistema accettato e “para-legale”. Questo dimostra enormi contraddizioni, come hanno sottolineato anche associazioni come MSF e UNHCR che sono passate per il territorio ai fini di produrre dei reportage e raccogliere testimonianze.

Questi respingimenti sono negati in parte da alcuni esponenti, mentre altri li confermano (operatori sul campo ma anche agenti interni alla Prefettura). Questo dimostra un grande caos e una mancanza di trasparenza nei confronti delle operazioni che si svolgono sul confine. Proprio questa mattina (6 ottobre) escono le notizie sulle bozze di modifica dei decreti sicurezza di Salvini. Leggiamo con qualche speranza che si parlerà anche di nuove disposizioni in materia di respingimenti, noi ovviamente siamo speranzosi ma anche molto scettici, per cui staremo a vedere. Il nostro obiettivo rimane continuare a dar voce a queste illegalità e mancanza di rispetto della dignità degli individui, delle violazioni dei diritti umani e finché operiamo sul territorio testimonieremo e denunceremo queste violenze.

E’ notizia di fine luglio che le istituzioni sanitarie del comune di Trieste sono alla ricerca di figure mediche da inserire presso le Frontiere per accertare l’idoneità sanitaria degli individui migranti al fine di una loro riammissione verso la Slovenia. Voi avete risposto sul vostro sito a tali disposizioni con un comunicato in cui scrivete che “è inaccettabile che venga strumentalizzata l’attività medica come sostegno a tale pratica sia da un punto di vista deontologico-professionale sia per quanto concerne il rispetto dei diritti umani fondamentali”.
Si può dire che questa costruzione della narrazione di migranti “untori” sono funzionali a una sanità pubblica che non è stata mai in grado di gestire la pandemia in atto, prima e dopo il lockdown?

Come vi accennavo prima, a luglio c’è stata un’impennata dei casi di Covid-19 sui Balcani e questo fatto, epidemiologicamente parlando, ha impattato sulla rotta, sui migranti e sul nostro territorio, snodo cruciale di arrivo e di transito.
Come sanitari, abbiamo elaborato delle riflessioni per quanto riguardava la prevenzione e il contenimento della diffusione e abbiamo cercato, parallelamente, di chiedere un tavolo di confronto con l’Azienda Sanitaria, ai fini creare dei protocolli e dei progetti sanitari per il controllo del Covid e per la tutela socio-sanitaria in generale, sia nel contesto della strada ma anche per i minori stranieri non accompagnati all’interno di strutture in cui noi abbiamo operato fino ad agosto.

Di fatto, quello che noi chiedevamo erano dei tamponi in ingresso per i ragazzi, tamponi seriati per il personale e dispositivi di protezione individuale per noi medici, oltre a una strutturazione di un progetto di contenimento del Covid-19 fra la popolazione più vulnerabile dei migranti, sia minori sia in transito. La risposta dell’azienda sanitaria è stata pressoché nulla, non c’è stata la possibilità di mettersi a un tavolo e discutere di questi argomenti, né una volontà di produrre una linea guida o un protocollo di gestione, minimamente nelle strutture e tanto meno in strada.
La cooperazione fra il territorio e l’ambito centrale ospedaliero sarebbe cruciale, ma questo non avviene e anzi la risposta dell’azienda sanitaria è stata pubblicare ad agosto un bando per la ricerca di figure mediche atte a valutare le buone condizioni di salute del migrante ai fini di poter eseguire il respingimento.

Stiamo quindi parlando di assunzione di medici con il solo compito di respingere le persone. Questa cosa va contro il codice deontologico-professionale ed è di una gravità inammissibile per un paese civile e democratico come il nostro. Purtroppo, questi medici sono stati assunti e attualmente lavorano al confine. Questo dimostra che la salute viene manipolata e sfruttata per fini politici e che gli (inesistenti) interventi di salute seguono precise volontà politiche anti-migranti. A ciò abbiamo risposto con dei comunicati, abbiamo tentato inutilmente di riprendere il dialogo con l’azienda. Assistiamo non solo a un bando illegale in termini di codice deontologico, ma anche a un attuale e costante problema di salute pubblica che non viene affrontato da chi di dovere, oltre che a una gestione sommaria e improvvisata del coronavirus all’interno di questa comunità fragile e vulnerabile quale quella dei migranti, spesso ammassati in centri di quarantena o presenti in strada senza accesso a servizio igienico.

Prove ulteriori della discriminazione sanitaria sono spiacevoli episodi accaduti in piazza, quando, per esempio, allertato il 118, è arrivato un equipaggio che dichiarava necessario denunciare il paziente prima di essere curato. Ricordiamo che vige il divieto di denuncia da parte del personale sanitario nei confronti del migrante in transito non ancora dichiarato con un permesso di soggiorno. E’ anche successo che, alla richiesta di invio di un mezzo di soccorso, piuttosto che inviare un’ambulanza, siano state mandate le forze dell’ordine.

Speriamo in un futuro che le cose migliorino, nel frattempo noi siamo sempre qui per testimoniare e tutelare le condizioni di salute dei migranti, per loro ma di fatto anche per l’intera comunità.

Il patto europeo sull’immigrazione non funzionerà (men che meno per l’Italia). Lo capirebbe anche un bambino

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di Cristina Piotti

Un nuovo inizio. Un passo storico. Un sistema coraggioso. Si sono sprecati gli aggettivi nel raccontare il nuovo patto su asilo e migrazione presentato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Rinviato causa pandemia e atteso ormai da mesi, il patto arriva ad una manciata di giorni dal drammatico incendio che ha distrutto il campo di Moria, sull’isola greca di Lesbo, ma la tragedia non ha certo destato le coscienze. Tutto l’opposto, spiega Gianfranco Schiavone di Asgi, l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, e volendo semplificare al massimo quanto sta avvenendo, ci dice che lo capirebbe anche un bambino.

La prendo in parola. Immagini di raccontare di questo famigerato patto sull’immigrazione ad un bambino di dieci anni. Come spiegherebbe, prima di tutto, cos’è un patto?

«Il patto è un accordo tra gli Stati, i quali si accordano su come gestire l’immigrazione e l’asilo. Non si tratta di una legge, ma di principi e decisioni che saranno poi tradotte in leggi che, nel linguaggio dell’Unione Europea, si chiamano regolamenti e direttive».

Perché tutto questo parlare del Regolamento di Dublino?

«Tutti citano Dublino perché tra le normative che dovranno cambiare ce n’è una principale, una sorta di chiave di volta senza la quale l’ordinamento non sta in piedi: è il Regolamento di Dublino, che stabilisce una serie di aspetti fondamentali. In particolare, chi tra gli Stati europei debba esaminare la domanda di asilo presentata da un cittadino straniero entrato nell’Unione Europea. Ecco, Dublino stabilisce questi criteri: volendolo spiegare ad un bambino, parlerei delle regole del gioco».

E perché Dublino “va superato”? Cosa non funziona?

«Il Regolamento di Dublino è fondato su molte regole, ma quelle importanti sono due: la prima dice che l’esame della richiesta di asilo tocca allo Stato che ha permesso a quella persona di arrivare regolarmente in Europa. Cioè, se arrivo in Europa con un visto francese, anche se il mio aereo atterra in Italia, dovrò presentare la mia richiesta di asilo in Francia, che è il Paese che mi ha permesso di entrare. Ma se nessuno mi ha preventivamente dato il permesso di entrare, magari perché sono fuggito da una guerra, Dublino stabilisce che la richiesta di asilo debba essere esaminata dal primo Paese europeo nel quale arrivo».

Anche un bambino capirebbe che stando alla geografia le richieste di asilo tocchino ai Paesi che hanno confini esterni all’Unione Europea.

«Sì e no. Formalmente, una nazione che non ha un confine esterno non verrebbe interessata dal fenomeno, ma la realtà dei fatti è un’altra. Le persone arrivano in Grecia, in Italia, a Malta e in alcuni Paesi dell’Est e se ne vanno, cercando di non farsi vedere e di non essere obbligati a fare richiesta di asilo lì, spostandosi altrove, dove sanno esserci condizioni di vita migliori. Per questa ragione, l’Italia invece di avere numeri altissimi di richieste di asilo, è appena nella media europea».

Qual è quindi il problema?

Il problema è che questo sistema ha generato il caos, gli Stati cercano di spostare e passarsi le persone come se fossero pacchi postali e non persone che hanno vissuto dei drammi

Non so se il bambino cui ci stiamo riferendo abbia letto giornali, ma la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dichiarato che il nuovo patto sarà “improntato su solidarietà e responsabilità”.

«È una bugia. La proposta della Commissione dice che le persone devono rimanere provvisoriamente nel Paese dove sono arrivate, dove viene esaminata la loro domanda di asilo, per vedere se è valida, destinata con probabilità ad essere respinta oppure no. L’idea è di esaminare molto velocemente il maggior numero possibile delle domande che hanno meno probabilità di essere accettate, facendo una sorta di filtro pre-esame: se questo esame andrà bene, le persone potranno essere distribuite in altre nazioni, mentre chi non ha passato questo “test d’ingresso” non sarà spostato altrove, ma il Paese di arrivo dovrà occuparsi del suo ritorno nel Paese di origine anche con l’aiuto economico di altri Stati».

Eccola, la famosa solidarietà: è la possibilità che si paghi un altro Paese perché faccia il lavoro sporco al posto tuo. Ad esempio all’Ungheria (che fa parte di un gruppo di Paesi, detti di Visegrad, che si oppone a qualunque ridistribuzione dei rifugiati) la Commissione dà una scappatoia: può continuare a non accogliere nessuno, basta che paghi ad esempio l’Italia per rimpatriare le persone che non hanno passato l’esame. Allo stesso modo, se non vuoi neppure accogliere le persone che “hanno passato il test”, paghi perché non siano inviate nel tuo Stato

In fondo si dice sempre che per convincere qualcuno non c’è niente di meglio che mettere mano al suo portafogli…

«Non è così. A livello pratico, questo è un sistema che consente a molti Paesi di tirarla per le lunghe, anche sul piano economico. E io credo che un bambino, ancor meglio di noi adulti, capirà che questo è un modo ben strano di concepire la solidarietà, ovvero lo stare insieme. È come giocare in una squadra nella quale c’è qualcuno che paga qualcun altro per giocare al posto suo».

Per l’Italia, alla fin fine, cosa cambia?

«La scappatoia rimarrà, le persone continueranno ad arrivare in Italia e cercare di spostarsi altrove senza farsi intercettare. Ma in prospettiva aumenteranno anche le persone che resteranno in Italia per lungo tempo. Immaginiamo la situazione: secondo il patto, quello che abbiamo chiamato “test d’ingresso” dovrebbe essere esaminato nel giro di un paio di settimane. Qualsiasi studente sa bene che al professore serve del tempo per correggere tutti i compiti in classe. Quindi o queste domande di asilo saranno esaminate malissimo, aprendo la strada ad una valanga di ricorsi, oppure i tempi saranno necessariamente più lunghi. Nel frattempo cosa succederà alle persone che attendono?».

Nel patto non è menzionato. Lei che idea si è fatto?  

Non si investirà più sulla persona. Invece che sull’accoglienza diffusa, si punterà su tanti campi profughi. Esattamente come in Grecia, dove in teoria si trovavano campi temporanei – nella pratica sono nati insediamenti dove la gente è rimasta bloccata per anni. E abbiamo visto benissimo come è finita, a Lesbo e a Moria. Alla fine tutto questo gran parlare su questo patto, si riduce a ben poco. E come ci siamo detti, lo capirebbe anche un bambino

Ovvero? Come riassumerebbe i principi di questo patto?

«Dice: mettiamoci d’accordo su come facciamo a non fare arrivare in Europa le persone che scappano da una guerra, da drammi o da catastrofi. E solo se, purtroppo, queste riescono ad arrivare, allora ce le dividiamo. E come facciamo a non farle arrivare in Europa? Paghiamo tutti insieme dei Paesi terzi, al di fuori dell’Unione europea, affinché li blocchino. Poco importa che questo significhi fare accordi con Paesi violenti, in guerra, dove queste persone rischieranno la loro vita. È un po’ come dire: non posso ammazzare qualcuno perché è contrario ai miei principi. Ma se riesco a pagare qualcuno perché lo faccia al posto mio, non è un problema. D’altro canto, lo stiamo già facendo».

A proposito di proclami. Il prossimo 3 ottobre, a sette anni dalla tragedia di Lampedusa, si festeggia la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Le acque all’epoca ci restituirono 368 corpi. Quel dramma ci ha insegnato qualcosa?

«Quest’anno, più che mai, sarà un trionfo dell’ipocrisia, tra grandi proclami e post social. Qualcosa è cambiato, ma in peggio. Ci siamo abituati talmente tanto alle morti in mare, da permettere ai nostri governi non solo di smettere di attuare il soccorso in mare, ma anche da attaccare in modo violento quelle associazioni di persone comuni che, scandalizzate, hanno deciso di unire le loro piccole forze per fare la loro parte. Accusare le ong di soccorso di contribuire a far morire le persone è come accusare la Croce Rossa perché le sue ambulanze recuperano i feriti sulle strade».

La commissaria agli Interni Ylva Johansson ha spiegato che questo patto punta a rimpatriare velocemente le persone perché “quando una persona vive da anni in un Paese, ha relazioni sociali, si innamora, è molto più difficile sia per quella persona che per le autorità eseguire un rimpatrio nel Paese di origine”. Può spiegare al nostro ipotetico piccolo lettore cosa c’entra questa frase con la strage di Lampedusa?

«Noi viviamo in una società e le leggi che ci governano dovrebbero essere indirizzate a tutelare i più deboli, a redistribuire le risorse tra tutti noi. Queste parole esprimono una concezione violenta della società, nella quale alcuni hanno tutto e altri non hanno nulla. Integrarsi, trovare un lavoro, persino innamorarsi può diventare una colpa. Una situazione di questo tipo non fa altro che dividere la società.

Si tratta di una forma di razzismo molto pericolosa. Si crea un nemico interno, che vive in mezzo a noi, che bisogna espellere nonostante non abbia fatto null’altro che cercare di cambiare la sua vita, e magari c’è anche riuscito. Innamorarsi. Che razza di colpa sarebbe?

Sul certificato di nascita, non riconosciuto come diritto fondamentale dopo la legge 94/2009, art. 1 comma 22 lettera G, per tutti i nati in Italia

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Siamo un gruppo di cittadini e cittadine, alcune partecipanti alla Rete Diritti Accoglienza e Solidarietà Internazionale, e desideriamo porre alla vostra attenzione la necessità di cancellare  una parte  della  legge n.94  approvata  nel luglio 2009, in cui era Ministro dell’Interno l’on. Maroni della Lega Nord  nel quarto governo Berlusconi, legge ancora oggi in vigore, che nega il certificato di nascita a bambini nati in Italia, se figli di migranti non comunitari e non in regola con il permesso  di soggiorno.

Infatti, mentre la precedente legge 40/1998 escludeva, per gli atti di stato civile,  la richiesta di esibizione del permesso di soggiorno,  la legge 94/ 2009, all’art.1 comma 22 lettera G, impone la presentazione di questo documento  per la richiesta di  registrazione della nascita di un figlio in Italia.

Può accadere quindi che i migranti non in regola con il permesso di soggiorno  non si rechino all’anagrafe per non essere esposti al rischio di espulsione o ad altre forme di grave penalizzazione. Per questo motivo, i loro figli e figlie restano  privi del certificato di nascita e diventano  bambini senza un nome, discriminati e privati di ogni diritto e protezione anche essenziali, quali le cure mediche e l’istruzione, e facilmente  esposti ad abusi e sfruttamento.

Le circolari esplicative del Ministero dell’interno, recentemente richiamate dalla ministra Lamorgese, affermano che tutto questo non deve accadere e la stessa ministra ha richiamato alla vigilanza affinché in ogni Comune i Sindaci assicurino la loro  corretta applicazione.

Ma, dato che una circolare non ha la valenza di una legge, restiamo convinti e convinte che sia necessaria  la modifica della legge 94/2009,  nel rispetto della Convenzione ONU sui Diritti dei Minori, ratificata dall’Italia con la legge 176 del 1991, che all’art. 7 comma 1, afferma che ogni  bambino è registrato immediatamente alla sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da essi.

In relazione all’acquisizione di una cittadinanza, vogliamo precisare che la conquista del diritto ad un’esistenza riconosciuta  sul piano giuridico per ogni bambino  nato in Italia, non comporta di per sè  l’acquisizione della cittadinanza italiana, ma di quella dei genitori.

Dal 2009 sono stati attuati  diversi tentativi per cancellare la disposizione contenuta nell’art. 1 della legge 94/2009: proposte e disegni di legge ( n. 740 del 2013, n. 1562 del 2014, n.2092 del 2015), interrogazioni parlamentari, mozioni del Comune di Udine ( 31.05.2016) e del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia (la più recente è del 1.10.2019), comunicati  e richieste di associazioni e di singole cittadine e cittadini:  tutti senza alcun esito.

Ribadiamo quindi che, accanto al riconoscimento dei diritti fondamentali ricordati negli interventi precedenti, dev’essere garantito il diritto ad un’esistenza riconosciuta dallo Stato italiano, attraverso l’iscrizione dell’atto di nascita, a tutti i bambini nati in Italia, cancellando definitivamente  l’art. 1 comma 22 lettera G della legge 94 del 2009, incostituzionale ed inaccettabile sotto ogni profilo.

Udine, 26.09.20