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Riammissioni informali e rotta balcanica: lettera aperta al Governo e UNHCR

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L’ASGI ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio, al Ministero dell’Interno e all’UNHCR in risposta alle dichiarazioni contrastanti con i principi di diritto interno ed europeo in tema di libertà e diritti umani fondamentali. Condividiamo una nota riassuntiva della lettera.

L’interrogazione dell’On. Riccardo Magi e la risposta di Achille Variati, sottosegretario del Ministero dell’Interno: testovideo

La risposta del Ministero dell’Interno

La lettera aperta di ASGI

Premessa

In data 6 luglio 2020 il Ministero dell’Interno, tramite  il sottosegretario Variati, ha risposto in Aula, alla Camera dei Deputati, alla interrogazione urgente presentata dall’On.Riccardo Magi sulla situazione delle cosiddette “riammissioni informali” dei cittadini stranieri alla frontiera terrestre italo-slovena. Le risposte fornite dal governo in quella sede sono di eccezionale gravità perché profondamente contrastanti con principi di diritto interno ed europeo in tema di libertà e diritti umani fondamentali. Va ulteriormente sottolineato che la nota risulta in più parti sostanzialmente contraddittoria e totalmente priva di riferimenti a fonti normative o ad interpretazioni giurisprudenziali che ne possano giustificare nel merito la portata.

Prima di analizzare brevemente nel merito le affermazioni contenute nella nota ricordiamo che la riammissione è quell’istituto che prevede il potere statuale di re-inviare una persona intercettata in zona di frontiera con una procedura semplificata nel paese di provenienza qualora non abbia i requisiti per un accesso regolare nel paese di destinazione. La base giuridica di queste azioni va ricercata in accordi bilaterali tra gli stati che possono essere considerati legittimi solo a condizione che le disposizioni non siano in contrasto con quanto previsto dalla normativa europea ed internazionale in tema di circolazione delle persone, diritto alla protezione internazionale e tutela dei diritti fondamentali.

Informalità delle riammissioni

Innanzitutto, il Ministero ha pacificamente confermato che avvengono riammissioni senza provvedimenti formali (vale a dire senza un atto amministrativo prodotto e notificato all’interessato), la qual cosa ovviamente preclude di fatto allo straniero di potersi opporre giudizialmente al provvedimento. Il Ministero ha giustificato tale gravissima modalità operativa facendo genericamente riferimento a “prassi consolidate” delle stesse “speditive procedure” di riammissione. Come già evidenziato nella lettera aperta al Governo (e p.c. ad UNHCR) che ASGI ha inviato in data 5 giugno, tuttora rimasta senza risposta, l’espressione “riammissioni senza formalità” contenuta nell’Accordo bilaterale Italia – Slovenia per la riammissione delle persone alla frontiera, firmato a Roma il 3 settembre 1996, non può certo essere intesa nel senso che la riammissione possa avvenire senza l’emanazione di un provvedimento amministrativo in quanto è indiscutibile che l’azione posta in essere dalla pubblica sicurezza con l’accompagnamento forzato in Slovenia produce effetti sulla situazione giuridica dei soggetti interessati. Andrà invece correttamente intesa nel senso che le procedure di segnalazione e di coordinamento delle operazioni di riammissione tra le autorità italiane e quelle slovene possono avvenire senza particolari appesantimenti procedurali.

Irrilevanza della domanda di protezione internazionale

Decisamente sconcertante è risultata l’affermazione secondo la quale le riammissioni a carico dei cittadini stranieri vengono applicate anche qualora sia manifestata l’intenzione di chiedere protezione internazionale”. Il diritto alla protezione internazionale rimanda a diritti soggettivi fondamentali e  l’accesso alla procedura di asilo e l’individuazione del Paese competente ad esaminare la domanda sono disciplinati dal diritto dell’Unione Europea, in special modo dal Regolamento Dublino III il quale statuisce che “gli Stati membri esaminano qualsiasi domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino di un paese terzo o da un apolide sul territorio di qualunque Stato membro, compreso alla frontiera e nelle zone di transito”. L’obbligo, per lo Stato membro, di registrare la domanda di protezione internazionale presentata alla frontiera va rispettato in ogni circostanza, anche nei casi, nei quali il richiedente abbia varcato irregolarmente la frontiera di uno Stato membro in provenienza da un altro Stato membro. I criteri di competenza che stabiliscono quale paese dovrà esaminare la domanda di asilo sono precisamente indicati nel Regolamento che comunque esclude in modo tassativo che possano trovare applicazione principi e procedure contenute negli Accordi di riammissione inter-statali.

Successivamente il testo assume toni ambigui e contraddittori rassicurando che “a tutti gli stranieri irregolari rintracciati vengono fornite informazioni, con l’ausilio dell’interprete, sulla possibilità di richiedere protezione internazionale” precisando che viene consegnato a tal fine un apposito opuscolo informativo. Quanto sostenuto non corrisponde alle numerosissime testimonianze raccolte, in Italia e all’estero e, comunque, sarebbe un’attività assolutamente priva di senso considerata l’imminente sorte che spetterebbe anche a chi manifesta la domanda di asilo. Ulteriore conferma di ciò viene ribadita nella nota ministeriale che ripete che “qualora ricorrano i presupposti per la richiesta di riammissione e la stessa venga accolta dalle autorità slovene non si provvede all’invio in Questura per la formalizzazione dell’istanza di protezione”. La manifestazione della volontà di domandare protezione rimane quindi un comportamento privo di alcun effetto giuridico e, di riflesso, di alcun obbligo per le autorità italiane giacché in caso di accoglimento, da parte della Slovenia, della domanda di riammissione “mediante la compilazione e l’invio di un apposito modulo nel quale sono indicati gli elementi a supporto dell’istanza” il cittadino straniero viene riammesso in Slovenia al pari di coloro che non hanno chiesto protezione, quindi come straniero irregolare. La nota inoltre non sostiene affatto che in tale ipotesi lo straniero verrebbe riammesso in Slovenia come richiedente protezione aprendo quindi la strada ai numerosi respingimenti a catena che stanno caratterizzando la sorte di molte persone.

Rischio di respingimenti “a catena”

In relazione a questa pratica, documentata da numerosi rapporti internazionali, il Ministero dell’Interno si limita a rispondere che “Slovenia e Croazia sono membri dell’Unione Europea” e di conseguenza  “essi sono da considerare intrinsecamente Paesi sicuri, sotto il profilo dei diritti umani e delle convenzioni internazionali in materia”. Appare opportuno esprimere forti preoccupazioni sul sistema di asilo sloveno e croato e, soprattutto, sulle possibilità di accesso effettivo alla procedura di asilo. Secondo i dati riportati dall’Eurostat, nei primi quattro mesi del 2020, la Croazia ha registrato 400 domande di protezione internazionale, pari allo 0,3% del totale dell’UE. In Slovenia le domande registrate sono state 490 contro le 6840 domande di asilo registrate in Italia.  Inoltre come già evidenziato nella nota ASGI dell’8 giugno 2020, il diritto degli Stati di respingere o di espellere chi non ha titolo per entrare o rimanere sul territorio nazionale, seppur lecito in quanto espressione del principio di sovranità statale, trova dei precisi limiti in quanto gli Stati hanno non solo l’obbligo di riconoscere, garantire e proteggere i diritti umani delle persone che si trovano sotto la propria giurisdizione, ma anche il dovere  di rispettare i trattati sui diritti umani e di non trasformarli in norme prive di efficacia. Il Governo italiano non può inoltre fingere di ignorare che i migranti riammessi dall’Italia verso la Slovenia e poi dalla Slovenia verso la Croazia vengono successivamente trasferiti coattivamente in Serbia o in Bosnia-Erzegovina, che tali operazioni avvengono senza che alcun provvedimento sia adottato e notificato agli stranieri coinvolti e che migranti siano sottoposti a violenze brutali da parte sia della polizia croata sia di componenti di milizie private. La pratica dei respingimenti a catena è stata recentemente riconosciuta anche dal Tribunale Amministrativo Sloveno che il 16 luglio ha riconosciuto l’illegittimità della riammissione dal Slovenia alla Croazia e poi dalla Croazia alla Bosnia di un richiedente asilo. Il giudice sloveno ha stabilito che la polizia non ha informato l’interessato del suo diritto a presentare domanda di protezione internazionale, in chiara violazione del diritto nazionale e dell’UE. La riammissione ha anche violato il divieto di espulsione collettiva perché al richiedente non è stato notificato un ordine di allontanamento, né gli è stata fornita l’assistenza legale e linguistica prima della sua riammissione in Croazia. Per quanto riguarda il respingimento a catena, la sentenza ha trovato “rapporti sufficientemente affidabili sui possibili rischi dal punto di vista dell’articolo 3 della CEDU” sia in Croazia, dove il richiedente è stato inizialmente allontanato, sia in Bosnia-Erzegovina, dove è stato successivamente respinto.

Perplessità circa l’efficacia nel contesto descritto di un servizio di assistenza agli stranieri presso i valichi di frontiera

Da ultimo la nota si chiude con la rassicurazione dell’avvio di un servizio di assistenza degli stranieri ai valichi terrestri della provincia di Trieste che dovrà essere avviato dal CIR. Facendo riferimento a quanto esplicitato nelle righe precedenti, (vale a dire alla sostanziale inutilità della domanda di protezione internazionale al fine di prevenire il meccanismo di riammissione) non possono che esprimersi perplessità circa l’efficacia di un servizio simile anche in termini di effettiva possibilità dei cittadini stranieri di accedervi.

Conclusione

In conclusione la nota con la quale il Ministero dell’Interno ha fatto conoscere la propria posizione in merito alle cosiddette riammissioni informali dei cittadini stranieri, anche richiedenti asilo, alla frontiera italo-slovena, rappresenta una rivendicazione ideologica di procedure illegittime attuate in totale sprezzo del diritto interno e del diritto dell’Unione Europa. Pur nella controversa e per molti tratti oscura politica dell’asilo in Italia mai si era giunti a una violazione della legalità così macroscopica e tale da porre alle  istituzioni italiane ed europee dei serissimi interrogativi sulle violazioni dei diritti fondamentali in atto al confine terrestre con la Slovenia.

In ragione di questa gravissima situazione ASGI

chiede al Governo italiano

  • di porre fine con immediatezza alle prassi che permettono le riammissioni illegittime alla frontiera italo slovena;
  • di impartire indicazioni precise alle sedi periferiche dell’amministrazione centrale affinché il rispetto del diritto d’asilo ed in particolare  del diritto effettivo di accedere al territorio e  chiedere protezione internazionale sia adeguatamente garantito;
  • di riferire con urgenza di fronte alle Camere sulla situazione che si è venuta a creare al confine orientale fornendo tutti i dati necessari e riferendo specificamente sulle  modalità operative con le quali finora sono state attuate le riammissioni.

chiede a UNHCR 

  • di assumere un’aperta posizione pubblica sulla nota del Governo italiano in relazione alle riammissioni dei richiedenti protezione internazionale. Per comprensibili ragioni legate al proprio mandato, UNHCR spesso opera attraverso forme di moral suasion che non assumono rilievo pubblico ma  situazioni, come quella oggetto della presente analisi, impongono che l’opinione pubblica, le istituzioni e le associazioni abbiano il pieno  diritto di conoscere la pubblica posizione di UNHCR su fatti così gravi che si svolgono nel territorio dell’Unione Europea;
  • di attuare un effettivo monitoraggio diretto della situazione sul confine orientale che finora è del tutto mancato,  nella consapevolezza che la situazione di illegalità descritta ha già portato al respingimento di centinaia di richiedenti asilo e che fermare tale situazione deve divenire una priorità assoluta da parte dell’agenzia delle nazioni unite preposta a difendere l’esistenza stessa del diritto d’asilo.

Per ulteriori approfondimenti si rimanda alla nota ASGI del 5 giugno 2020 e al recente dossier “La rotta Balcanica” redatto dalla rete RiVolti ai Balcani.

Foto dal dossier “La rotta Balcanica” della rete RiVolti ai Balcani

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Rotta adriatica: informazioni per migranti

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Il volantino informativo per cittadini stranieri che cercano di raggiungere l’Italia attraverso il Mar Adriatico, un’iniziativa dell’Adriatic Seaports Network.

La rete di associazioni Adriatic Seaports Network, di cui fa parte ASGI con SOS Diritti Venezia e l’Ambasciata dei Diritti di Ancona, da circa tre anni, sta portando avanti un lavoro di rete incentrato sul monitoraggio e denuncia dei respingimenti e delle violazioni che avvengono nei porti adriatici (Venezia, Bari, Brindisi, Ancona).

Tra le altre attività promosse, abbiamo ritenuto necessario predisporre, anche a seguito di una collaborazione con le associazioni che operano in Grecia e nei Balcani, un volantino informativo al fine di fornire informazioni e contatti utili ai cittadini/e stranieri/e che cercano di raggiungere l’Italia attraverso la rotta adriatica.

Contatti della Rete dei Porti Adriatici: borders.action@asgi.it , sosdirittivenezia@gmail.com

Il volantino

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Respingimenti illegali e violenze ai confini: un rapporto di Border Violence Monitoring Network

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Sommario generale

Il Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha pubblicato 20 casi di respingimenti illegali nel mese di giugno, documentando l’esperienza di 351 persone i cui diritti sono stati violati ai confini esterni dell’Unione europea. I volontari sul campo hanno registrato una grande varietà di atti crudeli e violenti perpetrati da agenti di polizia, rappresentanti di almeno dieci diverse autorità nazionali. Il presente rapporto riassume i dati e le testimonianze condivise dai migranti, racconti che evidenziano la gravità della violenza utilizzata per mantenere la linea dura promossa ai confini.

Particolare attenzione viene data al contesto croato, dove brutali attacchi con coltelli hanno suscitato richieste da parte di più associazioni internazionali, che contestano l’uso della tortura sistematica da parte della polizia croata. Il resoconto riporta testimonianze di prima mano relative a questi crudeli assalti, e nuove prove di un enorme insabbiamento relativo ai respingimenti guidato dall’UE.

In giugno è stato scoperto che la Croazia non è riuscita ad introdurre un meccanismo indipendente di monitoraggio dei confini – per il quale aveva ricevuto fondi – ed è stata scoperta la corrispondenza dei funzionari di Bruxelles impegnati a nascondere questo fatto. Mentre le persone continuano ad annegare nei fiumi croati, vengono spogliate e picchiate ai confini, le prove predominanti indicano un uso improprio e grave dei fondi dell’UE nell’implementazione di questa violenza.

Ulteriori analisi riguardano le modalità con cui un accordo di “riammissione informale” viene abusato dall’Italia per respingere i migranti in Slovenia, da dove vengono poi rimandati con respingimenti a catena in Bosnia-Erzegovina o in Serbia.

Accanto agli aggiornamenti dai Balcani occidentali, l’attenzione è anche data al crescente livello di violenza al confine orientale della Serbia, dove le famiglie vengono regolarmente picchiate dalla polizia rumena. Nel frattempo, a sud della rotta di transito in Grecia, un attacco della polizia in un sito di distribuzione umanitaria è considerato attraverso la lente della recente legislazione sulle ONG che operano sul territorio. I continui resoconti degli arresti di massa in tutta la Grecia continentale corrispondono alle prove di violenti respingimenti in corso al confine terrestre di Evros.

In questa relazione BVMN indaga anche su diversi casi di respingimenti nel Mar Egeo, dove le autorità greche hanno usato barche rimorchiatrici e coltelli per spingere i gommoni in acque turche o affondarli. Vengono inoltre fornite ulteriori analisi rispetto alle armi e veicoli specializzarti usati da Frontex nella sua missione in Albania. Si parla anche degli sviluppi giuridici in Ungheria e in Serbia, mostrando come i processi di allineamento e deviazione dal diritto dell’UE influenzano i diritti dei richiedenti asilo. A cinque anni dall’ “estate della migrazione“, la violenza fisica e sistemica ai confini rimane incredibilmente alta nella regione balcanica e in Grecia.

BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali tra cui: No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious,Mobile Info Team, Josoor, re: Ports Sarajevo, Info
Kolpa
, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, Collective Aid e Fresh Response.

Indice
• Sommario generale
Generale
• Rete di testimonianze
• Terminologia
• Metodologia
• Abbreviazioni
Tendenze nella violenza ai confini
• Attacchi con coltelli da parte della polizia croata
• Respingimenti da un sito di distribuzione umanitaria
• Violenza della polizia rumena
• Respingimenti a catena dall’Italia
• Attrezzatura utilizzata da Frontex in Albania
Aggiornamento sulla situazione
Croazia
• //Morti nei fiumi
• //Uso fraudolento di fondi di monitoraggio
Bosnia-Erzegovina
• //Vista dal confine
Ungheria
• //Richiedenti obbligati dalle ambasciate a fare domanda di asilo
Serbia
• // Modifiche della legge su asilo ed espulsioni
• // Respingimenti e violenza interna al confine serbo-ungaro
Turchia
• // Violenza al confine di Evros
Grecia
• // Aumento di pericolosi respingimenti in mare
• Glossario dei report, giugno 2020
• Struttura del network e contatti

Generale

Rete di testimonianze
BVMN è un progetto collaborativo tra più organizzazioni di base e ONG che lavorano lungo la rotta dei Balcani occidentali e la Grecia, documentando le violazioni ai confini dirette verso i migranti. I membri hanno un database comune, utilizzato come piattaforma per raccogliere testimonianze di respingimenti illegali attraverso interviste.

Metodologia
Il processo metodologico di queste interviste sfrutta lo stretto contatto sociale che i volontari indipendenti hanno con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti a più confini. Quando gli individui ritornano con lesioni significative o storie di abusi, uno dei nostri volontari incaricati di denunciare le violenze si siede con loro per raccogliere la testimonianza dell’accaduto. Anche se la raccolta di testimonianze in sé si rivolge in genere ad un gruppo composto da non più di cinque persone, i respingimenti di cui si racconta possono interessare fino a 50 persone. Le interviste hanno una struttura standardizzata che unisce la raccolta di dati fisici (date, geo-localizzazioni, descrizioni degli agenti di polizia, foto di lesioni/ referti medici, ecc.) a narrazioni libere degli abusi.

Terminologia
Il termine pushback è una componente fondamentale della situazione che si è manifestata lungo le frontiere dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Pushback descrive l’espulsione informale (senza un giusto processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro paese. È in contrasto con il termine “deportazione”, condotta all’interno di un quadro giuridico. I pushback sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, del regime migratorio dei paesi dell’UE e altrove.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia Erzegovina
HR – Croazia
SRB – Serbia
SLO – Slovenia
ROM – Romania
HUN – Ungheria
ITA – Italia
MNK – Macedonia del Nord
ALB – Albania
GRK – Grecia
TUR – Turchia
UE – Unione europea

Tendenze nella violenza ai confini

Ha ferito l’indice della mia mano sinistra con il coltello, e il sangue ha iniziato a uscire come una piccola doccia, poi ha sorriso e ha fatto un taglio ancora più grande sul mio dito medio e sul mio palmo“.

Luogo di un attacco con coltello – Blata, Croazia (Fonte: Goran Vrcel)

Attacchi con coltelli da parte della polizia croata

Le armi manuali come i coltelli svolgono un ruolo chiave nella rete di attività illegali ai confini croati che prendono di mira i migranti. Questi strumenti di intimidazione e dolore rappresentano fisicamente le dinamiche di ultraviolenza, mascolinità, razzismo e gerarchie statali/UE che permeano le moderne pratiche di respingimento.

Nel mese di giugno BVMN ha segnalato due incidenti separati in cui gli intervistati hanno subito attacchi con coltelli; sono stati feriti, torturati e hanno riportato cicatrici. Comunemente la polizia croata usa manganelli, bastoni, pugni e schiaffi per espellere le persone attraverso il confine verde. Tuttavia recentemente i giornalisti hanno ricevuto le testimonianze di 29 persone che riportano di essere state minacciate o ferite da agenti mascherati che brandivano delle lame. In un caso del 27 maggio (vedi 4.5) 15 uomini pakistani sono stati catturati nel villaggio croato di Blata e trattenuti presso una vecchia stazione ferroviaria. Sono stati poi attaccati da agenti in uniforme e maschere nere, e un intervistato è stato brutalmente ferito con un coltello mentre cinque agenti lo tenevano con la schiena a terra.

Solo un giorno prima un gruppo arrestato nelle vicinanze del Villaggio Di Licka Jesenica (Vedi 4.2) è stato aggredito con un coltello dopo essere stato caricato in un veicolo da utilizzare per il respingimento. Il report spiega che i migranti coinvolti sono stati messi “a faccia in giù sul pavimento del vano posteriore” mentre gli agenti li colpivano con i manganelli. Durante questo attacco un agente croato ha di nuovo indossato l’uniforme nera e la maschera, ha preso un coltello e ha tagliato la mano di un uomo. A soli 5 km dall’altro incidente, l’accaduto offre una corrispondenza di responsabili e pratiche, suggerendo che entrambi gli attacchi potrebbero essere stati inflitti dalla stessa unità di polizia.

Sembra evidente che si tratti in tutti e due i casi di agenti di intervento croati – famosi per le loro maschere e le tute nere – che infliggono gli stessi tagli alle mani mentre tengono le persone immobilizzate a terra.

In entrambi i casi, mentre l’intero gruppo di migranti veniva picchiato, una persona in particolare è stata colpita in modo più aggressivo con il coltello, definendo l’uso delle lame come forma di punizione sommaria o performativa che infligge sia dolore grave alla vittima, ma crea anche paura psicologica nei testimoni.

Al di là degli incidenti, le profonde lacerazioni lasciate nella carne servono anche come mezzo per far passare un messaggio pubblico e duraturo alla comunità di migranti in relazione alla violenza che devono aspettarsi quando attraversano il confine croato. Questo messaggio è stato amplificato nel contesto del COVID-19, perché alcuni dei feriti hanno trascorso la dolorosa convalescenza a Miral TRC e gli altri residenti ne sono diventati testimoni durante il periodo di lockdown del campo.

Foto di un gruppo di migranti feriti scattata dentro Miral trc (Fonte: Facebook)

Dall’inizio dei respingimenti in Bosnia Erzegovina, la polizia croata ha usato atti di violenza per infondere paura nelle popolazioni in transito e scoraggiare gli attraversamenti. Nel 2019 Goran Matijević, il capo della famigerata stazione di polizia di Korenica, si vantava che: “i migranti tornano indietro da soli quando sentono che stiamo arrivando“, rievocando l’impatto più squallido che tale abuso fisico ha sulle potenziali vittime del confine croato.

I rapporti registrati da BVMN si riferiscono anche a questo clima di paura instillato dagli agenti, con gli intervistati che spesso condividono che essi minacciano ulteriori rappresaglie o addirittura la morte per coloro che oseranno rientrare in Croazia. I coltelli sono sia la rappresentazione fisica di queste minacce che una metaforica arma utilizzata per sottolineare il rischio di attraversare i confini statali. Anche se i coltelli non vengono usati nella maggior parte dei casi, la consapevolezza del loro eventuale utilizzo – insieme ad altri strumenti come pistole e taser – fa parte dell’immaginario di coloro che affrontano le forze dell’ordine in Croazia.

Parallelamente ai recenti attacchi con i coltelli, Amnesty e BVMN hanno parlato anche con un gruppo coinvolto in un incidente in cui la polizia ha usato i calci del fucile per colpirli in testa fino a quando non hanno cominciato a sanguinare (vedi 4.3).

Gli agenti hanno aggravato l’attacco mettendo ketchup e maionese nelle ferite, per denigrare i corpi feriti. Queste testimonianze contribuiscono alla crescente comprensione dei respingimenti come atti di tortura approvati dallo stato, una lente attraverso la quale BVMN ha analizzato la pratica di confine croata, sia intorno all’uso di armi da fuoco che a una miriade di altre pratiche.

Cibo messo nelle ferite sulla testa di un uomo (Fonte: Amnesty)

Il relatore speciale delle Nazioni Unite, Felipe Gonzàlez Morales ha anche rilasciato una dichiarazione nel mese di giugno in cui afferma che la Croazia ha: “sottoposto i migranti a torture e altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti come proibito dal diritto internazionale“. Gli attacchi con coltelli fanno parte di questo schema di tortura e mostrano come un apparato di respingimento costantemente crudele sia sostenuto da casi simbolici di estrema violenza. Si tratta di contorni critici nella geografia delle frontiere esterne dell’UE, che rendono accettabile la violenza corporale inferta ai corpi dei migranti.

Respingimenti da un sito di distribuzione umanitario

La polizia a Salonicco blocca le strade durante i respingimenti (Fonte: BVMN)

Il clima in Grecia, mai tranquillo per le ONG, è diventato gelido nell’ultimo mese. Nel tentativo di rendere lo Stato una destinazione meno attraente per i migranti, il governo ha dato una stretta ai gruppi che lavorano nei campi, imponendo loro di registrarsi su una banca dati centrale controllata dal Ministero delle Migrazioni. Anche se questa è stata presentata come una mossa per avere maggiore trasparenza e coordinamento, la realtà è nettamente diversa. Refugee Support Aegean e Terres des Hommes Hellas hanno criticato tale misura in quanto stigmatizza il lavoro di solidarietà e impone “costi esorbitanti” per i controlli approvati dal governo.

Il Consiglio di esperti sul diritto delle ONG ha inoltre ritenuto che la nuova legislazione richiederebbe una revisione sostanziale per essere in linea con le norme europee.

Mentre la maggior parte dei media si è concentrata sulle implicazioni di queste nuove norme per le organizzazioni che lavorano nei campi, il mese scorso BVMN ha ricevuto notizie preoccupanti sulla repressione dei siti in cui le ONG stanno lavorando con le popolazioni di migranti in strada.

All’inizio di giugno un luogo di distribuzione umanitaria è stato preso di mira in un raid orchestrato dalla polizia nella città di Salonicco. La polizia ha rassicurato gli operatori umanitari e i beneficiari presenti che gli arrestati sarebbero stati presi per ottenere una “khartia“, un documento per regolare il soggiorno in Grecia per un massimo di 30 giorni. Tuttavia, le successive segnalazioni ricevute da BVMN (cfr. 6.4) indicavano che il gruppo arrestato era stato oggetto di un trasferimento diretto e violento in Turchia.

Una persona colpita dal respingimento era appena arrivata in Grecia e gli era stato promesso un documento di regolarizzazione al momento dell’arresto. Ha condiviso con BVMN la natura perversa del pushback:

15 giorni [per arrivare a Salonicco] e loro ci hanno portato in Turchia in 5 ore

Mentre i cambiamenti del Sistema di asilo greco stanno mettendo a rischio le comunità esistenti, queste rapide espulsioni collettive dei nuovi arrivati evidenziano l’approccio su due livelli adottato dal governo greco. Ciò ha conseguenze disastrose per la popolazione in transito che ora non dispone di uno spazio sicuro per accedere a servizi essenziali come l’assistenza medica, l’approvvigionamento alimentare e le NFI ed è a rischio permanente di arresto ed espulsione. Se un attacco così sfacciato contro persone che accedono agli aiuti non è stato ripetuto, gli osservatori della zona dicono che altri due arresti di massa sono avvenuti nelle vicinanze durante l’orario di distribuzione.

La minaccia di essere arrestati per strada sta creando un dilemma nella scelta tra l’accesso al cibo e la probabilità di trattenimento o allontanamento in Turchia. In questo clima sempre più persone soffrono la fame, o si ammalano senza ricevere aiuto. La tendenza a rendere i servizi essenziali inaccessibili ai più bisognosi in Grecia continua e rimane legata in modo preoccupante al processo di respingimento.

Violenza della polizia rumena

Per i gruppi che cercano di aggirare il confine tra Serbia e Ungheria, la rotta orientale attraverso la Romania è diventata un’alternativa emergente, ma altrettanto violenta. Quattro rapporti di giugno mostrano che 23 persone sono state illegalmente espulse dalla polizia rumena in Serbia, nonostante avessero chiesto asilo.

Con l’aumento del transito nella regione durante l’estate, questa frontiera più profilata è stata interessata da diversi casi sconvolgenti che coinvolgono brutali pratiche di respingimento nei confronti dei gruppi di migranti, comprese le famiglie. In un caso (vedi 1.2) l’intervistato riferisce che: “sia gli uomini che le donne sono stati colpiti con cavi e con manganelli” prima di essere minacciati con le armi. Il pestaggio è avvenuto di fronte a bambini di sette anni, un modello che collega molti di questi casi che hanno visto giovani famiglie brutalizzate dalla polizia. In un altro incidente (vedi 1.3), la medicina cardiaca di una madre è stata rubata come mezzo deterrente, e gli agenti, che avevano già rubato alle famiglie i vestiti hanno affermato:

Non preoccupatevi, non indosseremo i vostri vestiti, li bruceremo; vedrete il fumo in cielo”.

Organizzazioni locali serbe come il Centro di protezione dell’asilo affermano che ben 200 persone vengono violentemente espulse ogni giorno dalla Romania in Serbia. Un’ordinanza militare è stata emanata durante lo stato di emergenza del COVID-19, che impone alle autorità rumene di continuare a ricevere richieste di protezione internazionale, secondo il diritto nazionale e dell’UE. Tuttavia, negli ultimi mesi si è assistito a un marcato aumento delle espulsioni violente in violazione di tali diritti.

Questo è stato raccontato nel mese di marzo dal Financial Times, che descrive come le forze rumene hanno spinto: “migranti verso la foresta serba, indossato maschere picchiato le persone con manganelli prima di respingerle“.

In un caso recentemente registrato da BVMN, a una famiglia picchiata è stato persino detto: “la Romania è piena” (cfr. 1.4), un fatto che dimostra la chiusura informale dell’accesso all’asilo che le autorità di frontiera stanno applicando. Mentre la vicina Ungheria ha cercato di raggiungere questo obiettivo con il cambiamento legislativo, le autorità rumene hanno aumentato il livello di violenza fisica per soffocare l’accesso.

I quattro nuovi casi pubblicati da BVMN nel mese di giugno aggiungono anche un’ulteriore sfumatura alla comprensione delle espulsioni dalla Romania. In tre dei casi gli agenti hanno allertato la polizia serba e hanno affidato i gruppi di migranti alla loro custodia alla frontiera, il che è in contrasto con il modo in cui gli agenti ungheresi hanno commesso respingimenti di nascosto ai loro omologhi serbi.

(Uso della tecnologia nella gestione dei confini (Fonte: Istituto transnazionale – Ricerca FT)

Restano tuttavia altri punti in comune, come l’uso dei droni in Romania e Ungheria per rintracciare e arrestare i migranti. Sebbene vi sia una certa diversità nelle pratiche lungo la frontiera esterna dell’UE, si può constatare che l’oggetto delle espulsioni sommarie e l’uso della violenza come deterrente sono un obiettivo unificante per le autorità.

Respingimenti a catena dall’Italia

Da quando è entrato in vigore un accordo nel 2011, l’Italia e la Slovenia hanno organizzato un addestramento congiunto, la sorveglianza e l’inseguimento transfrontalieri, nonché pattuglie miste nella zona di confine dei due paesi, al fine di impedire ai migranti di raggiungere l’Italia.

Nell’ambito di precedenti casi di espulsioni in Slovenia da Trieste e Gorizia la rete giuridica italiana ASGI fa notare che queste si sono verificate: “senza alcuna procedura o decisione formale“. Dal maggio 2020 si è nuovamente posto l’accento sull’esecuzione di numerosi respingimenti nell’ambito dell’accordo bilaterale tra Italia e Slovenia, una politica guidata dal Ministero dell’Interno italiano e che prevede il dispiegamento dell’esercito al confine.

I giornalisti di BVMN hanno parlato con diverse persone espulse nell’ambito di questo processo di “riammissione informale“, che non solo sono state mandate in Slovenia, ma sono state soggette a respingimenti a “catena” verso altri due confini. In un caso del 25 maggio (cfr. 3.1) a un gruppo di 14 persone sono state prese le “impronte digitali, e gli è stato detto che sarebbero state in grado di fare richiesta di asilo in Italia“, ma poi sono state illegalmente respinte in Slovenia, poi in Croazia e infine in Bosnia-Erzegovina. In un altro caso dell’11 giugno (cfr. 3.2) cinque uomini indiani arrestati a Muggia (ITA) sono stati portati in una struttura nella zona di confine per chiedere asilo e per le impronte digitali, ma poi sono stati sottoposti allo stesso processo di triplo pushback.

Ciò che rende unici questi casi è che gli intervistati sono stati in grado di presentare la loro domanda di asilo, il che differisce dalle solite attività di mantenimento dei confini viste più violentemente in Croazia e a livello burocratico in Slovenia. Stranamente in alcuni casi questo è stato fatto anche senza il consenso del ricorrente.

Alcune persone detenute durante le misure per il COVID-19 affermano che non sapevano nemmeno “di aver chiesto asilo” in Italia. Tuttavia, nei due casi pubblicati da BVMN, coloro che hanno espresso l’intenzione di protezione internazionale hanno semplicemente avuto un trattamento preferenziale con la “riammissione informale ” in Slovenia – attivata entro le prime 24 ore dall’arrivo.

Lo Stato italiano contesta le critiche a tali espulsioni, sostenendo che sono legali e che il “migrante espulso non è privato della possibilità di fare domanda di asilo, in quanto la Slovenia fa parte del contesto europeo“, cosa che esperti legali italiani contestano. Queste procedure affrettate hanno registrato un picco nel mese di maggio, quando 30 persone sembrano essere state mandate in Slovenia in un solo giorno.

Pattuglie congiunte italiane e slovene (Fonte: Infomigrants)

In un discorso pubblico tenuto nel corso di un’audizione al parlamento italiano di fronte alla commissione Schengen, la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha dichiarato che dal 1 gennaio al 25 giugno 2020 343 persone, le cui impronte digitali sono apparse nel sistema EURODAC, sono state riammesse in Slovenia. Tuttavia EURODAC funge da processo di identificazione legato al regolamento di Dublino e il suo collegamento con l’accordo bilaterale con la Slovenia deve ancora essere pienamente stabilito. Questa incoerenza, tra le altre violazioni volontarie, ha portato all’espulsione illegale di centinaia di persone dall’Italia – dove avevano il diritto di chiedere asilo.

Attrezzatura utilizzata da Frontex in Albania

Nella relazione di maggio BVMN ha pubblicato informazioni sul coinvolgimento di Frontex nelle operazioni di respingimento sul confine terrestre dell’Albania con la Grecia.

Una testimonianza raccolta dai giornalisti sul campo ha documentato l’eccessiva forza usata dagli agenti di Frontex durante le violente espulsioni in Grecia. In contrapposizione a questo, all’inizio di giugno, Frontex ha firmato un accordo con l’Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali (FRA), impegnandosi a contribuire ad istituire un efficace monitoraggio dei diritti fondamentali durante le operazioni alle frontiere dell’UE.

Nonostante ciò, ulteriori resoconti raccolti da BVMN raccontano di eventi che confermano il continuo coinvolgimento di Frontex nelle operazioni di respingimento al confine albanese. In un rapporto l’intervistato si riferisce alla targa polacca del veicolo 4×4 utilizzato dagli agenti di Frontex per catturarli.

Ciò corrisponde alle informazioni sull’utilizzo da parte di Frontex di nuovi veicoli Land Rover immatricolati in Polonia. Altri veicoli utilizzati nella missione in Albania includono furgoni di sorveglianza specializzati, che potrebbero essere stati usati in un caso recente (vedi 5.2) in cui un gruppo di migranti allude all’uso di strumenti per la visione notturna per catturarli.

Anche le procedure relative all’uso della forza sembrano essere state intensificate, con gli intervistati (cfr. 5.1), che sostengono di essere stati minacciati con armi da fuoco, uno sviluppo in linea con il nuovo regolamento che consente al personale di Frontex di portare armi. Armi da fuoco, veicoli di risposta e strumenti di sorveglianza definiscono l’approccio aggressivo di Frontex per arginare il movimento delle comunità in transito dalla Grecia settentrionale, con un impatto sulle persone provenienti principalmente dalle regioni del Medio Oriente e del Maghreb.

La prossima volta se corri possiamo spararti, se diciamo ‘Stop’, tu ti fermi

Questo è particolarmente pertinente in un momento in cui il relatore speciale delle Nazioni Unite sulle forme di razzismo contemporaneo sta indagando sui collegamenti tra le nuove tecnologie e la discriminazione razziale. Le relazioni raccolte da BVMN evidenziano il modo in cui armi e attrezzature tecniche a disposizione di Frontex semplificano le operazioni illegali di respingimento, negando i diritti di asilo dei migranti. Queste violazioni contrastano profondamente l’immagine esteriore dell’agenzia come sostenitrice dei diritti fondamentali.

Veicolo Frontex usato nella missione in Albania (Fonte: Twitter)

Furgone di sorveglianza utilizzato per l’avvistamento di gruppi di migranti di notte visto all’interno e all’esterno (Fonte: Arte)

Aggiornamento sulla situazione

Croazia //Morti nei fiumi
Il numero di persone che muoiono sulla rotta balcanica non sarà mai del tutto noto. Per esempio, i corpi di persone che annegano spesso scompaiono nei fiumi lungo il percorso, dando vita ad un elenco nascosto di morti. Solo nel mese di giugno diversi migranti sono annegati mentre attraversavano tratti dei fiumi croati di Mrežnice e Korona.

Secondo quanto riferisce No Name Kitchen, almeno sei persone sono state uccise. Questo insensato costo umano deriva direttamente dalle rotte segrete che i gruppi sono costretti a percorrere per evitare la polizia croata. La morte e la scomparsa di queste persone è quindi responsabilità dell’Unione Europea, e del sistema di violenza che non lascia loro altra scelta se non quella di guadare fiumi profondi, o attraversare passi di montagna e binari di treni attivi per evitare i respingimenti illegali.

Il Mrežnice e il Korona si trovano nel mezzo della Croazia, segnando il punto di metà strada per coloro che viaggiano dalla Bosnia Erzegovina alla Slovenia. Le persone uccise nei loro corsi nel mese di giugno sono un esempio eloquente del modo riflessivo in cui la politica migratoria ha armato le nazioni, portando il confine nella vita quotidiana. Questa trasformazione del territorio interno in confine può essere vista attraverso l’esperienza delle comunità di migranti. Si vede dal modo in cui le stazioni di polizia di tutta la Croazia falsificano le registrazioni per espellere i migranti come se non fossero mai entrati nel territorio. Allo stesso modo, si può anche osservare nel modo in cui i confini linguistici sono costruiti, con l’abuso dei servizi di traduzione in custodia, o nel modo in cui la profilazione razziale definisce l’arresto delle persone nelle città.

Fiumi in Croazia (Fonte: Croatia.eu)

I fiumi ne sono forse l’esempio più grave. Per la paura di essere localizzati durante l’attraversamento dei ponti, i gruppi devono continuamente rischiare la vita per attraversare fiumi veloci e freddi. Le persone spesso annegano, o perché non sanno nuotare o per lo shock causato dalla temperatura dell’acqua. Spesso queste morti avvengono nei fiumi di confine, come sul Kolpa, Drina, Danubio o Evros. Come le vittime all’interno della Croazia, queste morti sarebbero del tutto evitabili, ma fanno parte di un sistema di confine che pone le persone senza documenti in uno stato di perenne precarietà.

Croazia//Uso fraudolento di fondi di monitoraggio

Dopo mesi di indagini, Clare Daly, membro irlandese della commissione LIBE, ha confermato di aver trovato prove sufficienti per dimostrare un uso improprio dei fondi dell’UE. I fondi erano stati stanziati per l’istituzione di un meccanismo indipendente di monitoraggio delle frontiere in Croazia nell’ambito dei finanziamenti EMAS concessi il 20 dicembre 2018. All’epoca il comunicato stampa della Commissione europea (CE) affermava:

La Commissione elargisce 6,8 milioni di euro alla Croazia per aiutare a rafforzare la gestione dei confini esterni, in pieno rispetto delle norme dell’UE. (…) un meccanismo di monitoraggio sarà messo in atto per garantire che tutte le misure applicate ai confini esterni dell’UE siano proporzionate in pieno rispetto dei diritti fondamentali e delle leggi UE sull’asilo

La piena attuazione dell’accordo di finanziamento, compresa l’istituzione del meccanismo indipendente di monitoraggio delle frontiere, è stata considerata un prerequisito per la Croazia per ottenere un via libera tecnico per entrare nello spazio Schengen senza visto. Nell’ottobre 2019 ciò è avvenuto, nonostante le palesi violazioni quotidiane dell’articolo 4 del codice di frontiera Schengen alle frontiere croate con l’applicazione di respingimenti illegali. Per di più, è emerso anche che il meccanismo di monitoraggio delle frontiere finanziato dall’UE non è mai stato istituito.

Di fronte a una serie di domande dei membri del LIBE, il direttore generale Matthias Oel e il funzionario della DG Home Olivier Seiffahrt, nonché il ministro dell’Interno croato Davor Božinović, hanno falsamente affermato che il denaro EMAS era stato utilizzato per il meccanismo indipendente di monitoraggio dei confini. Hanno detto che il meccanismo era stato implementato attraverso l’UNHCR e il loro partner locale Croatian Law Center (CLC). Sia l’UNHCR che il CLC hanno ufficialmente negato tali affermazioni.

Dei 300.000 euro (dei 6,8 milioni di euro) stanziati per il meccanismo di monitoraggio, un totale di 84.672 euro è stato concesso alla polizia e alle ONG croate che lavorano con questa, mentre il resto è stato riassegnato per altri scopi o non speso affatto. Questo fa crescere forti interrogativi sul ruolo dei finanziamenti dell’UE, che invece di sostenere l’attuazione dei controlli e della responsabilità, ha sostenuto direttamente una forza di polizia implicata nella pratica illegale dei respingimenti.

L’indagine dell’eurodeputata Clare Daly ha inoltre rivelato il tentativo dei funzionari della Commissione di contribuire a coprire l’incapacità della Croazia di istituire il meccanismo di monitoraggio. In una corrispondenza interna trapelata dalla Commissione, i funzionari della CE hanno discusso di come la spesa insufficiente dei 300.000 euro sarebbe stata vista come uno “scandalo” e discusso le possibilità di destinare alcuni “ultimi ritocchi” alla relazione di attuazione tecnica finale croata per il finanziamento EMAS.

In una corrispondenza con un membro del LIBE in aprile, in merito alla mancanza di un meccanismo di monitoraggio delle frontiere e al successivo insabbiamento, il commissario Ylva Johansson ha confermato che la Commissione ha ricevuto una relazione finale sull’attuazione tecnica da parte delle autorità croate il 28 febbraio. Secondo la lettera ottenuta dalla BVMN, alle autorità croate è stato “prontamente chiesto di presentare ulteriori informazioni” per valutare se l’attuazione rispettasse pienamente i diritti fondamentali e le norme UE in materia di asilo, cosa che la relazione 2019 di BVMN sul trattamento dei richiedenti asilo in Croazia confuta chiaramente.

Johansson ha annunciato che, non appena saranno abolite le restrizioni imposte nel contesto del COVID-19, la Commissione organizzerà una missione conoscitiva in Croazia, per attività analoghe finanziate nell’ambito di una sovvenzione diversa e in corso. “Questa sarà un’opportunità per valutare in che modo questo meccanismo garantisce che i funzionari e le guardie di frontiera croate controllino la frontiera nel pieno rispetto dei diritti fondamentali“.

L’annuncio di questa indagine è stato seguito dall’arresto di due agenti di polizia per cattiva condotta durante la cattura di un uomo afghano a Karlovac, in Croazia. Tuttavia, nel contesto delle continue espulsioni illegali e delle pratiche di tortura alle frontiere, resta da vedere se tentativi isolati di attribuzione di responsabilità dello Stato croato e la copertura istituzionale effettuata dalla CE possano essere rovesciati da tale indagine. Fino a quando non saranno intraprese azioni sostanziali, i respingimenti persisteranno con l’aiuto finanziario dell’UE.

Ferite causate da un respingimento durante l’appropriazione indebita di questi fondi (Fonte: Amnesty)

Bosnia-Erzegovina //Vista dal confine

I primi testimoni del regime di respingimento sponsorizzato dall’UE sono state, e rimangono, le popolazioni locali che vivono nelle zone di confine. In Bosnia-Erzegovina, il Cantone Una-Sana rappresenta il punto di partenza finale per le persone che tentano traversate a piedi attraverso la Croazia.

Qui i regolari avvistamenti di gruppi di migranti, e l’aiuto dato dalla popolazione locale ai gruppi respinti, è un aspetto della vita quotidiana. Per oltre due anni, gli abitanti dei villaggi di confine nelle zone intorno a Velika Kladusa e Bihac hanno visto decine di migliaia di persone illegalmente allontanate dalla vicina Croazia, un processo che si verifica notte e giorno con la direzione del Ministero dell’Interno croato (MUP).

Il membro della rete No Name Kitchen lavora con persone in questa zona e ha avuto testimonianze da quelli le cui case si affacciano sul confine croato. Più recentemente nella zona di Trzac, i locali hanno segnalato un alto volume di incidenti e gruppi che si sono avvicinati a loro per avere dei vestiti, essendo stati spogliati addirittura della biancheria intima dalla polizia croata.

E non è successo solo a un gruppo di migranti di essere stati derubati dei vestiti. Tre gruppi hanno bussato a mia sorella a tarda notte in cerca di qualcosa da mettere e di cibo”.

Si tratta di una tendenza fin troppo familiare, che riflette le testimonianze raccolte da BVMN dal 2018. Ovvero: violenti pusback dalla Croazia con persone respinte mezze nude, e spesso picchiate, al confine bosniaco, alla ricerca di aiuto dalle prime persone che incontrano. Un rapporto pubblicato nel mese di giugno (vedi 4.1) riporta che questa pratica si verifica anche nella vicina Sturlic. Un intervistato originario dell’India ha dichiarato:

E poi a Sturlic, vicino a un fiume ci hanno detto: ”Toglietevi i vestiti” e poi hanno bruciato tutto“.

Persone spogliate dalla polizia croata – vicino a Trzac, in Bosnia-Erzegovina (Fonte: Anon)

Oltre agli assalti fisici, questi atti descrivono la deterrenza materiale a cui si assiste al confine croato. La polizia croata ha posto un controllo fisico sul movimento delle persone, in particolare quando lottano per recuperare oggetti essenziali come vestiti e scarpe prima di fare un ulteriore tentativo di attraversare il confine. Anche se la pressione è stata intensificata sul sostegno informale fornito dalla gente del posto e dai gruppi indipendenti, la prima linea dell’assistenza materiale viene ancora spesso gestita lontano dalle strutture centralizzate dei campi.

Molti residenti bosniaci forniscono ancora cibo, vestiti, scarpe e spesso una notte di riposo ai gruppi espulsi in Bosnia Erzegovina. In un caso recente (vedi 4.5), la gente del posto, mossa dalla vista di un gruppo di pakistani picchiati e sanguinanti, è venuta in loro aiuto con acqua e denaro e un intervistato ha spiegato che “erano sconvolti a vederci in questo modo“. L’onere di affrontare l’impatto fisico della politica migratoria alle frontiere esterne dell’UE che cade su questi villaggi colpisce il cuore del sistema gerarchico dei respingimenti. Queste azioni vanno ben oltre gli incidenti stessi, accentuando il divario tra il rispetto per la vita umana e i confini contemporanei.

Ungheria// Richiedenti obbligati a fare domanda di asilo dalle ambasciate

Una famiglia in attesa di entrare in una zona di transito in Ungheria (Fonte: Infomigrants)

L’UNHCR ha criticato il governo ungherese in una recente relazione sulla decisione dell’Ungheria di richiedere l’adempimento delle domande di asilo nelle ambasciate dei paesi limitrofi.

La relazione dell’UNHCR sostiene che la nuova legge viola “gli obblighi dell’Ungheria ai sensi del diritto internazionale dei rifugiati e dei diritti umani” e del diritto dell’UE. Poiché la legge impone ai richiedenti asilo di presentare la loro domanda al di fuori del territorio, essa viola anche la Convenzione di Ginevra che vieta di spingere i richiedenti asilo ad attraversare le frontiere senza autorizzazione.

Tenuto conto delle recenti decisioni della Corte di giustizia europea, che hanno rovesciato sia la sostanza che la prassi del sistema ungherese di asilo, sembra probabile che questa nuova legge non resisterebbe in tribunale. Ma questo potrebbe non essere il punto: le battaglie legali sono lunghe e costose – fino a quando la legge non verrà rovesciata, l’Ungheria ha effettivamente abolito il diritto di asilo per i nuovi arrivati.

Serbia // Modifiche della legge su asilo ed espulsioni

In marzo, la ONG serba Klikaktive, ha pubblicato un rapporto “Sulla situazione dei rifugiati in Serbia.

La relazione racconta le molteplici sfide umanitarie, legali e burocratiche affrontate dai rifugiati, ed emerge un quadro preoccupante. È quasi impossibile accedere al sistema di asilo serbo, con meno del 3% delle persone in Serbia registrate come richiedenti asilo.

Da un lato, questo numero straordinariamente basso sembra derivare da complicazioni burocratiche: burocrazie separate sono incaricate di gestire i campi e di amministrare le richieste di asilo. A volte sembra che anche i lavoratori dei campi non comprendano le regole che i richiedenti asilo devono seguire per mantenere il loro status.

D’altra parte, gli ostacoli giuridici sono chiaramente concepiti per mantenere i migranti al di fuori del sistema di asilo: le scadenze sono brevi, i documenti devono essere compilati in serbo, e vi è una mancanza di assistenza legale e di meccanismi di risarcimento.

Per lungo tempo il basso numero di richiedenti asilo registrati tra i migranti non è stato un problema serio. Sia il governo serbo che le popolazioni migranti vedevano la Serbia quasi esclusivamente come paese di transito. Iscriversi come richiedenti asilo sembrava inutile per molti migranti (e pochi sapevano della possibilità), anche se ciò significava avere uno status giuridico precario.

Dal momento che il confine con l’Ungheria è stato definitivamente chiuso, tuttavia, sempre più migranti si sono trovati incapaci di lasciare la Serbia (solo nei campi ufficiali ce ne sono almeno 6.000 in questo momento). Recentemente la Serbia, non volendo ospitare un numero così elevato di migranti, sta iniziando ad avviare molteplici iniziative legali per alleviare questo onere.

Una “Legge sugli stranieri” è stata adattata per facilitare le deportazioni. Inoltre, sembra che la Serbia stia lavorando ad accordi di riammissione con l’Iraq, l’Afghanistan e il Pakistan. Lo status di “illegale” dei migranti in Serbia potrebbe ora essere sfruttato dal governo serbo per deportare molti di loro nel loro paese d’origine.

Ma il pericolo non è limitato ai migranti che si trovano all’interno della Serbia. Belgrado prevede di adottare le direttive Dublino e dell’EURODAC, aprendo ai paesi dell’UE in tutta l’Unione l’opportunità di deportare le persone in Serbia. Molti degli elementi del sistema rimangono torbidi. Non è chiaro quale sia lo stato dei negoziati tra Serbia e l’UE e tra Serbia e Afghanistan/Pakistan/Iraq.

L’intransigenza intorno a Dublino e ai potenziali accordi di riammissione segue le recenti rivelazioni secondo cui la Serbia avrebbe stipulato un accordo di riammissione con l’Austria, cosa che i politici serbi hanno continuato a negare anche dopo la conferma da parte del governo austriaco. Senza trasparenza, sarà sempre più difficile ritenere la Serbia responsabile secondo gli standard internazionali.

Serbia // respingimenti e violenza interna al confine serbo-ungaro

Dopo la fine del blocco per il Covid-19 in Serbia, il numero di alloggi ufficiali è diminuito in modo significativo, da circa 9.000 persone all’inizio di maggio a meno di 6.000 alla fine del mese.

Recinzioni che separano Roszke, Ungheria, da Horgos, Serbia (Fonte: Reporting Democracy)

Il tempo favorevole e il fatto che i campi erano in isolamento durante la maggior parte della primavera, hanno provocato un aumento di persone in cerca di attraversare il confine con l’Ungheria nelle ultime settimane, e un aumento dei gruppi che dormono all’aperto in tutta la Serbia settentrionale. Le segnalazioni di respingimenti violenti da parte della polizia di frontiera ungherese sono aumentate nelle ultime settimane, secondo i volontari sul campo che hanno assistito più gruppi di migranti che avevano bisogno di cure mediche. Alcune di queste lesioni si sono verificate a causa di pericoli fisici come fiumi di confine, recinzioni e terreni accidentati, altre sono state inflitte da percosse da parte della polizia di frontiera ungherese. Nell’entroterra sono aumentate le segnalazioni di violenza inflitta dalla polizia serba locale, in particolare nella municipalità di Zapadna Bačka, che va dal furto di effetti personali, come i telefoni cellulari o il denaro, alla violenza fisica. Secondo i migranti che soggiornano in insediamenti informali, alcuni di loro non possono più permettersi di comprare cibo perché tutti i loro soldi sono stati rubati dalla polizia. Le continue molestie negli alloggi informali e al confine da parte delle rispettive forze di polizia rimangono una preoccupazione quotidiana per queste comunità.

Turchia // Violenza al fiume Evros

BVMN ha pubblicato rapporti riguardanti il respingimento di 237 persone dalla Grecia alla Turchia nel mese scorso. Le tendenze degli attraversamenti sono variate nel mese di giugno, con un numero crescente di persone che hanno tentato di passare attraverso il Mar Egeo dalla costa intorno a Smirne (TUR). Ciò si è riflesso nelle testimonianze degli intervistati bloccati sul lato turco, che hanno parlato delle violenze subite mentre erano in territorio greco e soprattutto nelle acque territoriali.

Parte della ragione di questo cambiamento di rotte può essere collegata agli sforzi di Atene per rafforzare le fortificazioni al confine terrestre di Evros, con più recinzioni e una maggiore militarizzazione dell’area.

Sezione della recinzione appena costruita a Kastanies, Grecia (Fonte: Voa)

Il membro della rete Josoor sta osservando in prima persona gli effetti di queste espulsioni e la lotta prolungata di coloro che si stanno riprendendo in Turchia. Le persone che hanno sfidato il confine terrestre nelle ultime settimane sono state accolte con un muro di violenza aberrante da parte dei funzionari greci.

Diversi intervistati hanno riferito ai volontari dell’uso di armi a scarica elettrica e di attacchi con i manganelli. Nel frattempo, un gruppo di migranti ha condiviso di essere stato gettato nel fiume Evros con le mani ammanettate con delle fascette (vedi 6.6) – una tattica potenzialmente fatale che è stata osservata in un caso precedente.

Mentre alcune delle persone respinte in questo incidente erano nuovi arrivati in Grecia, altri sono stati violentemente espulsi in Turchia nonostante la loro documentazione come richiedenti asilo.

Un intervistato, che ha riportato grossi ematomi al busto, è stato espulso anche se in possesso di una carta bianca valida e di un impiego in un’azienda ad Atene. Anche la situazione delle persone rimpatriate in Turchia sta diventando sempre più precaria.

L’aumento delle molestie da parte della polizia e il reintegro dei voli di linea per Kabul hanno fatto sì che gli afghani in Turchia diventino sempre più timorosi per una possibile deportazione. Nel frattempo, anche la più ampia popolazione di rifugiati e migranti si trova ad affrontare una serie limitata di opzioni.

La possibilità di stabilirsi in Turchia è inesistente per molti di loro, la possibilità di raggiungere l’Europa in modo sicuro sta diventando sempre più nulla e tornare nei loro paesi di origine spesso non è un’opzione.

Lividi causati da colpi di manganello (Fonte: BVMN)

Grecia // Aumento di pericolosi respingimenti in mare

Foto della guardia costiera ellenica che attacca un gommone (Fonte: Bellingcat)

Nel Mar Egeo la Grecia ha sviluppato ulteriormente le sue strategie di difesa e di espulsioni illegali. Secondo il gruppo di monitoraggio Mare Liberum pochissime imbarcazioni riescono ad andare dalla costa turca alle isole. La Guardia Costiera Ellenica (HCG) e Frontex hanno creato una stretta rete militarizzata per impedire alle imbarcazioni di raggiungere le acque territoriali greche. BVMN e altri organi di stampa come Spiegel hanno ricevuto ulteriori testimonianze nel mese di giugno di imbarcazioni attaccate da autorità mascherate che sparavano in aria e usavano coltelli per forare lo scafo (vedi 6.3), distruggendo il motore e costringendo i migranti a tornare in acque turche (vedi 6.2).

Un’indagine open source di Bellingcat è riuscita in qualche modo a smascherare questi autori come membri dell’HCG, individuando le loro navi in attacchi successivi. Inoltre, in almeno altri 13 casi, persone arrivate in acque greche (e anche alcune che avevano raggiunto la terraferma) sono state respinte su zattere di salvataggio e lasciate andare alla deriva impotenti in mare, un fenomeno nuovo e preoccupante.

La Grecia non solo ha fatto di questa pratica altamente criminale un modo regolare di gestire le sue frontiere marittime, ma ha anche cercato di integrare questa possibilità nell’ambito della nuova politica dell’UE.

Giorgos Koumoutsakos, sostituto ministro greco per la migrazione e l’asilo, ha scritto una lettera all’UE co-firmata dalla Bulgaria in cui si chiede l’aggiunta di una clausola d’emergenza nel Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo.

L’obiettivo della clausola sarebbe quello di dare agli Stati alle frontiere esterne dell’UE la libertà di affrontare i flussi migratori eccezionali con tattiche preventive e di risposta. Se le pratiche attuali, che facilitano gli annegamenti in mare, saranno confermate dal nuovo patto migratorio, l’Egeo e altre parti della frontiera esterna dell’UE diventeranno luogo di assenza totale dei diritti fondamentali.

Glossario dei report, giugno 2020

Il Network ha raccontato i pushback di 351 persone in 20 incidenti separati nel mese di giugno. Le relazioni riguardano un’ampia demografia di persone, tra cui uomini, donne e minori, che si trovano in alloggi ufficiali nei campi o in insediamenti informali. Gli intervistati provengono da un’ampia serie di paesi, tra cui: Siria, Egitto, Afghanistan, Pakistan, India, Marocco, Algeria, Iran, Kurdistan e la Repubblica Democratica del Congo. I casi coinvolti: 5 respingimenti verso la Serbia (Quattro dalla Romania e uno dall’Ungheria), 6 respingimenti in Bosnia-Erzegovina (due pushback a catena dall’Italia e quattro respingimenti diretti dalla Croazia), 3 respingimenti in Grecia dall’Albania e 4 respingimenti dalla Grecia alla Turchia.

Struttura del network e contatti

BVMN è una rete volontaria, che agisce come un’alleanza di organizzazioni nei Balcani occidentali e in Grecia. BVMN si basa sugli sforzi delle organizzazioni partecipanti che operano nel campo della documentazione, dei media, della difesa e della legge.
Finanziamo il lavoro attraverso sovvenzioni e fondazioni di beneficenza e non riceviamo benefici da alcuna organizzazione politica. Le spese riguardano i trasferimenti secondari per i volontari sul campo e quattro posizioni retribuite. Visita il nostro sito web per avere aggiornamenti dal Border Violence Monitoring Network, per l’intero archivio delle testimonianze, i precedenti rapporti mensili e le notizie regolari. Per seguirci sui social media, collegati su Twitter: handle@Border Violence e su Facebook.
Per ulteriori informazioni su questo report o su come partecipare, inviaci un’e-mail a mail@borderviolence.eu.
Per le richieste di stampa e media si prega di contattare: press@borderviolence.eu

Una rete della società civile, un monitoraggio costante della BalkanRoute

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Di Christina Elia

QCode Mag, senza esitazioni, ha deciso di essere parte della rete della società civile RiVolti ai Balcani. La mappa interattiva che trovate in fondo a questo articolo di pubblicazione, realizzata da Remo Romano e ottimizzata per Q Code da Enrico Natoli, ci permetterà di tenere una rassegna stampa costante sulla Rotta balcanica, pubblicando e geolocalizzando alcuni tra gli articoli più interessanti sulla questione. Inoltre, troverete i link utili a seguire il lavoro della rete:

pagina facebook di RiVolti ai Balcani (clicca qui)

il rapporto La rotta balcanica – I migranti senza diritti nel cuore dell’Europa
a cura della rete RiVolti ai Balcani e scaricabile sul sito di Altreconomia

Presentazione della rete

(Pubblicato originariamente da Snapshots from the Borders  il 10 marzo 2020)

“Volevamo rendere evidente quello che sta accadendo lungo la Rotta balcanica. Se ne parla poco, quello che accade nel Mediterraneo ottiene la giusta attenzione, ma delle violenze, delle atrocità e di molto altro ancora che accade nell’Europa orientale se ne parla troppo poco. Siamo stati spinti da un forte senso di indignazione, di vergogna, prima di tutto come cittadini di un’Europa che ormai non gira più neanche le spalle, ma è proprio connivente con questa situazione”.

Agostino Zanotti, con l’Associazione per l’Ambasciata della Democrazia Locale a Zavidovići, si occupa di Balcani dagli anni Novanta. È una di quelle persone – tante – che durante la guerra  nella ex-Jugoslavia organizzò con la società civile una catena di solidarietà, aiuti, sostegno e accoglienza. Ed è ancora impegnato in quel pezzo di Europa, vicina e troppe volte lontana, a oriente.

La Balkan Route, attualmente tornata all’onore delle cronache dopo il precipitare della situazione al confine tra Grecia e Turchia, è attualmente tra le rotte principali delle migrazioni. Rientra nello schema di esternalizzazione delle frontiere Ue, con l’accordo firmato nel 2016 tra l’Unione e la Turchia, ma ha creato un collo di bottiglia – particolarmente in Bosnia Erzegovina – e racconta ogni giorno di violenze e vessazioni sui migranti.

Gli orrori a cui si riferisce Zanotti sono noti, da tempo. Basta leggere il rapporto Pushed to the Edge – Violence and abuse against refugees and migrants along the Balkans Route, di Amnesty International  o i rapporti settimanali del Border Violence Monitoring Network, che raccoglie denunce e testimonianze della società civile.

“Ecco l’altro aspetto che ti tiene assieme: la denuncia. Portare alla luce la connivenza delle istituzioni europee contro la dignità delle persone, anche se si continua a parlare dei valori europei”, spiega Zanotti.

Il ‘tenere assieme’ di Zanotti si riferisce all’iniziativa “RiVolti ai Balcani. Rete diritti in movimento”, un gruppo informale di lavoro nato in questi mesi. “Rivolti ai Balcani è un contenitore al quale aderiscono gran parte dei gruppi italiani e non solo che si occupano della rotta balcanica. È un contenitore nato a seguito dall’innalzamento e dalla normalizzazione della violenza diffusa verso queste persone, che hanno una sola colpa: non possono più stare a casa loro”.

La rete, che unisce singoli e associazioni, locali e internazionali, si è organizzato in gruppi di lavoro per produrre una serie di azioni concrete. “Oltre alla vergogna e alla necessita di denuncia”, spiega Zanotti, “ci premeva passare all’azione, non solo singolarmente come facciamo già tutti, individui e associazioni, ma in modo condiviso e coordinato. Il primo obiettivo è realizzare, nei prossimi mesi, una carovana che partirà da due punti: il confine italo–francese e il confine greco–turco. I due gruppi si ritroveranno a Sarajevo. Vogliamo esporre i nostri corpi, metterci la faccia, rendere visibili cittadini, persone, attivisti e rifugiati, migranti e profughi, che dicono no a questa situazione drammatica. Vogliamo che sia un’azione politica, non caritatevole, perché è altro il valore di questa iniziativa. Un atto collettivo per tenere in piedi il sistema democratico e dei diritti civili che ci riguarda tutti, per potersi alzare la mattina e guardarsi allo specchio e dire ‘io non ci sto,  non sono parte di tutto questo’. Per combattere questa indifferenza, sulla quale rifletto dai tempi degli anni Novanta: non ho mai capito come fosse stato possibile che accadessero orrori come quelli di Srebrenica e di Sarajevo, a pochi chilometri da persone che vivevano bene, come vivevano le stesse vittime solo poco prima”.

Un’azione che unisca le forze, che possa portare solidarietà e attenzione politica, oltre che aiuti umanitari. E che andrà di pari passo con un convegno internazionale che era previsto a fine marzo a Trieste, ma che per ora è rimandato per le note questioni di sicurezza rispetto al contagio in Italia del coronavirus. E per spezzare la catena della criminalizzazione della solidarietà.

“Questo è uno degli aspetti più dolorosi. Fino a pochi anni fa, mi sembrava di avere nel gesto umanitario di solidarietà, nella relazione di aiuto e vicinanza con le vittime del conflitto, una società civile alle spalle. Mi sentivo parte di una società che me lo riconosceva, che ne aveva bisogno, che si legittimava come democratica e civile, giusta e solidaristica, anche grazie all’impegno e al lavoro di alcuni. Negli ultimi anni sono diventati gesti criminali. L’aiuto umanitario è scomodo, illegale, contro il nuovo falso ‘bene comune delle frontiere chiuse’. Sento che si eroso un consenso politico e umano. La critica sui modelli di intervento solidale è sempre stata la benvenuta, ma se non blocchiamo questa deriva avremo società più rabbiose. Non è solo ingiusto: è pericoloso”, conclude Zanotti.

Nota: la rete aveva previsto una primo convegno internazionale a Trieste a fine marzo, rimandato a data da destinarsi in ottemperanza alle misure adottate relativamente al coronavirus. Per informazioni, ricevere le nuove date e il programma, scrivere a: rivoltiaibalcani@gmail.com

Respingimenti informali. Slovenia condannata per aver respinto un richiedente asilo

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La ministra Lamorgese durante la sua visita a Trieste del 13 luglio ha rivendicato come buona prassi per regolare gli arrivi dalla Rotta balcanica i respingimenti informali dei richiedenti asilo verso la Slovenia. I respinti vengono poi a loro volta respinti verso la Croazia e attraverso violenze e vere e proprie torture largamente denunciate e documentate rimandati al punto di partenza vale a dire la Bosnia.

In questo modo si impedisce di fatto ai profughi di fare richiesta di domanda d’asilo in Croazia, in Slovenia e in Italia.

Il 16 luglio il Tribunale amministrativo della Slovenia ha giudicato illegale il respingimento di un richiedente asilo appartenente alla minoranza anglofona del Camerun.

Al suo ingresso in Slovenia l’uomo, di cui sono note le iniziali J.D., era stato trattenuto per due giorni in una stazione di polizia presso il confine. Gli era stato negato l’accesso alla procedura d’asilo sebbene l’avesse ripetutamente chiesta. Respinto in Croaziacontro le norme dell’Unione Europea“, come si legge nella sentenza, da qui era stato ulteriormente rinviato in Bosnia ed Erzegovina.

Nella sua sentenza, il Tribunale amministrativo ha stabilito che la Slovenia ha violato il diritto d’asilo (articolo 18 della Carta europea dei diritti fondamentali), il divieto di espulsioni collettive (articolo 19.1) e il principio di non respingimento (articolo 19.2).

J.D., che attualmente si trova in Bosnia ed Erzegovina, riceverà un risarcimento di 5.000 euro e potrà entrare in Slovenia per chiedere protezione internazionale. Sempre che in appello non venga data ragione al Ministero dell’Interno di Lubiana, che ha annunciato il ricorso.