NEWSLETTER RETE DASI FVG

Home Blog

Bosnia ed Erzegovina, la mancata accoglienza

0

 Disponibile – scaricabile gratuitamente – sul sito di Altreconomia il dossier

Bosnia ed Erzegovina, la mancata accoglienza

Dall’emergenza artificiale ai campi di confinamento finanziati dall’Unione europea

a cura della rete RiVolti ai Balcani

“Bosnia ed Erzegovina, la mancata accoglienza” è un dossier di denuncia e informazione sulla non gestione, da parte del governo bosniaco, del fenomeno migratorio. In particolare, il documento approfondisce la situazione del cantone Una Sana che, a partire dal maggio 2018, è diventato il crocevia di persone, migranti e richiedenti asilo, che percorrono la rotta balcanica per raggiungere l’Unione europea. La strategia del Cantone, portata avanti con ingenti finanziamenti europei, più di 88 milioni di euro negli ultimi tre anni, da un lato concentra le persone in campi fatiscenti e degradati, dall’altro limita i posti di accoglienza, favorendo una politica dell’abbandono di chi sceglie o è costretto, per mancanza di alternative, a vivere in condizioni di informalità e alimentando una politica d’odio e discriminazione. Migliaia di persone si ritrovano così a vivere in condizioni disumane in un ambiente ostile e pericoloso. Anche a causa di scelte politiche gravissime dell’Unione europea.

Lo ha curato la rete “RiVolti ai Balcani”, composta da oltre 35 realtà, tra cui Altreconomia, e singoli impegnati nella difesa dei diritti delle persone e dei principi fondamentali sui quali si basano la Costituzione italiana e le norme europee e internazionali.

Hanno contribuito

Anna Brambilla, Anna Clementi, Diego Saccora, Gianfranco Schiavone

SCARICA IL DOSSIER

Roma – Audizione Schiavone, presidente Consorzio italiano solidarietà (23.06.21)

0

Traffico migranti e tratta persone tra Italia e Slovenia, audizione Schiavone, presidente Consorzio italiano solidarietà Alle ore 14, presso l’Aula del IV piano di Palazzo San Macuto, il Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione, in merito all’indagine conoscitiva sulla gestione del fenomeno migratorio nell’area Schengen, con particolare riferimento all’attualità dell’Accordo di Schengen, nonché al controllo e alla prevenzione delle attività transnazionali legate al traffico di migranti e alla tratta di persone, svolge l’audizione del presidente del Consorzio italiano di solidarietà–Ufficio rifugiati onlus e componente del direttivo nazionale dell’Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione), Gianfranco Schiavone, con particolare riferimento alle riammissioni tra Italia e Slovenia.

Donne e salute in tempi di pandemia Qualche riflessione

0

Pubblichiamo il testo di Donne in nero di Udine


L’emergenza pandemica che ha travolto il nostro paese tra il 2020 e il 2021 ha messo a nudo tutte le fragilità del sistema sanitario nazionale. Un sistema affossato negli ultimi decenni da politiche aziendalistiche, da un forte ridimensionamento dei servizi erogati e dalla riforma del titolo V° della Costituzione che ha demandato alle singole regioni la gestione della salute pubblica. Principi cardine quali la prevenzione ed una capillare diffusione della medicina territoriale vicina ai bisogni delle persone e delle comunità sono stati abbandonati, per favorire i grandi ospedali, i centri d’eccellenza e la sanità privata.

Sotto la pressione del Covid-19 sono emerse le profonde inadeguatezze nella gestione del sistema sanitario pubblico, a partire dall’assenza di un piano pandemico nazionale, piano che per anni è rimasto fermo al 2006 ed è stato aggiornato solo nel gennaio del 2021, dopo aspre polemiche e rimpalli di responsabilità. Le cittadine e i cittadini si sono dovuti confrontare, in modo drammatico, con le conseguenze dei tagli della spesa sanitaria operati dai diversi governi che negli anni si sono succeduti alla guida del paese: solo tra il 2007 e il 2017 sono stati chiusi in Italia 200 ospedali, si sono persi 70 mila posti letto ed il personale sanitario è diminuito di 46.000 unità, con la cancellazione di 8 mila medici e 13 mila infermieri. Anche i medici di famiglia sono diminuiti, con una perdita, in termini assoluti, di 3230 unità(1).

La situazione di emergenza ha reso estremamente difficile reperire professioniste/i sanitari che spesso sono stati assunti con contratti a tempo determinato, anche tramite agenzie interinali, con basse e inadeguate condizioni retributive. Tali circostanze hanno evidenziato la gravità delle scelte compiute dal sistema universitario italiano, con l’adozione del numero chiuso nelle facoltà di Medicina e di Scienze infermieristiche che ha fortemente limitato la possibilità di accedere alle professioni sanitarie. La carenza di operatori ha reso più evidenti le diseguaglianze nell’erogazione dei servizi nell’ambito dei venti sistemi sanitari regionali e ha contribuito al blocco o all’importante riduzione delle attività procrastinabili, con ripercussioni sulla salute di tutte e tutti.

Le donne costituiscono in Italia il 64,4% del personale impiegato nell’assistenza sanitaria(2) : sono state in prima fila nei reparti di terapia intensiva, nelle corsie ospedaliere, nei distretti sanitari, nelle case di riposo, svolgendo un fondamentale lavoro di cura, contribuendo alla tenuta dell’intero sistema sociale. Nella prima fase della pandemia, si sono ammalate molto di più dei colleghi maschi, anche se con un tasso di letalità più basso, e hanno sofferto ed ancora soffrono di stress post traumatico legato ai ritmi pressanti di lavoro, alla tensione costante correlata alla scarsa conoscenza del virus, alla paura del contagio per sé e per le persone vicine. Problematiche simili si sono registrate anche nell’ambito dell’assistenza sociale non residenziale, dove la presenza femminile arriva all’ 83,8% degli occupati e nelle attività lavorative presso le famiglie in cui raggiunge l’88,1%(3).

Ma per tutte le donne, attive in questi o in altri settori, la pandemia ha comportato un notevole aumento dei carichi di lavoro con rischi per la salute e difficoltà a conciliare le esigenze del contesto lavorativo e la sfera privata, prevalentemente occupata dall’accudimento dei figli e dai lavori domestici, in un pesante intreccio tra lavoro produttivo e riproduttivo.

Dall’indagine condotta da Elma Research per Fondazione Onda(4) su un campione di 609 donne tra i 25 e i 55 anni, il 76% delle donne ha rinunciato a screening preventivi e visite di controllo e il dato sale all’86% nelle donne con patologie croniche. Disturbi del sonno, astenia, tristezza, pensieri negativi e bassa autostima hanno colpito soprattutto le donne che si sono trovate a dover affrontare condizioni economiche in peggioramento rispetto al periodo antecedente la pandemia, cosa che ha portato il 61% a ricorrere a farmaci.

La diffusione del contagio e l’obbligo di rimanere chiuse nelle proprie case ha accentuato per moltissime donne situazioni di insicurezza, vulnerabilità, violenza psicologica e fisica subita da uomini maltrattanti all’interno dello spazio domestico, solitamente immaginato come sicuro e protetto, contrassegnato invece da relazioni pericolose con padri, mariti, compagni, partner. L’ISTAT ha recentemente pubblicato un rapporto in cui si sottolinea come nel corso del 2020 le chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stolking, siano aumentate del 79,5% rispetto al 2019, raggiungendo picchi allarmanti ad aprile (+179,9%) e a maggio (+182,2%), con un incremento significativo di richieste d’aiuto provenienti anche da ragazze giovani e giovanissime, vittime di violenze messe in atto dai familiari più prossimi. Nei primi 5 mesi del 2020 sono state 20.525 le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza, denunciando abusi legati anche alla convivenza forzata5 , in un orizzonte nazionale in cui, nello stesso anno, sono stati commessi 91 femminicidi, 81 dei quali in un contesto familiare(6 ). Solo negli 87 giorni del più duro lockdown (9 marzo-3 giugno 2020), sono state uccise 44 donne: un femminicidio ogni due giorni! Sulla violenza contro le donne al tempo del Covid-19, il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste, da anni attento alle trasformazioni della condizione femminile, sta completando una ricerca in collaborazione con i Centri Antiviolenza del Friuli Venezia Giulia aderenti all’associazione Donne in Rete (D.i.Re). Dall’indagine emerge come questi Centri, nonostante l’alta qualità del loro intervento, in Italia siano numericamente inferiori agli standard europei e di gran lunga sottofinanziati(7) .

Nel quadro generale della pandemia, anche la salute sessuale e riproduttiva delle donne è stata messa a rischio, vista la difficoltà di accedere ai servizi, di richiedere visite specialistiche, di dare seguito ai percorsi di cura già avviati. Se alcuni rapidi riscontri ci consentono di dire che l’Ospedale civile di Udine ha garantito la qualità e la continuità delle prestazioni nei reparti di Ginecologia e di Ostetricia, ci interroghiamo su quanto sia avvenuto in altre realtà della nostra Regione, soprattutto in riferimento all’applicazione della legge 194 del 1978 che garantisce alle donne l’accesso all’interruzione di gravidanza, già gravemente ostacolato dall’altissima presenza di medici obiettori.

In questi mesi di emergenza sanitaria e di generale difficoltà e incertezza del vivere, proprio sul terreno della libertà e autodeterminazione femminile abbiamo registrato preoccupanti prese di posizione di alcuni amministratori locali che, come è accaduto a Udine, hanno approvato in Consiglio comunale una mozione con la quale, nell’intento di contrastare il crescente calo demografico, si è inteso dare supporto finanziario “alle varie realtà associative che si occupano di sostegno e aiuto alla vita (in particolare al CAV, Centro di Aiuto alla Vita)”. Interventi, questi, che avvalorano l’operato di movimenti la cui finalità è quella di interferire nell’esistenza delle donne, di condizionare e indirizzare le loro scelte in ambito riproduttivo, ostacolando il loro possibile accesso all’interruzione di gravidanza.

Forti apprensioni destano anche alcune scelte amministrative messe in atto dalla Regione Friuli Venezia Giulia che minacciano di smantellare le esperienze di salute mentale di comunità realizzate nei decenni scorsi nel nostro territorio, con grave ricaduta sugli utenti, donne e uomini, inseriti, fino ad ora, in servizi pubblici nati con la riforma basagliana. [Si veda, a questo riguardo, l’appello di alcuni psichiatri ex direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale in FVG(8)]. Alla luce di queste riflessioni, ci interroghiamo sul tema di una salute ancora prevalentemente declinata al maschile ed affermiamo la necessità di una medicina di genere che tenga conto dell’esistenza della differenza sessuale, evidenziata in questa pandemia dalla diversa risposta data dalle donne alle vaccinazioni, con reazioni avverse più frequenti e spesso più gravi rispetto a quelle riscontrate negli uomini(9) . Donne e uomini sono in salute, si ammalano e rispondono alle terapie farmacologiche in modo diverso per ragioni biologiche, sociali ed economiche(10) .

Una consapevolezza, questa, finalmente assunta dalla Legge n. 3 del 2018 che, recependo le direttive europee, inserisce la medicina di genere nel sistema sanitario nazionale, con l’intento di diffondere tale approccio nella ricerca, nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura, nella formazione e nella divulgazione agli operatori sanitari, ai cittadini e alle cittadine.

Ma, oltre le enunciazioni di un atto legislativo importante, rimaniamo in attesa delle sue concrete applicazioni.

(Scarica in formato .PDF Donne e salute in tempi di pandemia)

NOTE

  1. Calcoli elaborati dalla Ragioneria di Stato, in https://www.ilgiornale.it/news/politica/ecco-10-anni-tagli
  2. ISTAT, DossierDiseguaglianze nell’emergenza sanitaria, 2020, pag. 7, in https://www.istat.it. I dati riportati si riferiscono al 2019.
  3. Ibidem, pag. 7.
  4. Donne e Covid, lavoro in bilico e salute trascurata, in https://www.fortuneita.com
  5. Istat.it Donna, in https://www.istat.it
  6. Ibidem.
  7. Da un’intervista rilasciata da Patrizia Romito (Un. TS) a RAI Regione FVG e trasmessa il 12.06.2021, in https://www.rainews.it/tgr/fvg/video/2021/06vg-studio-universita-violenza-domestiche-f5f79d88-f930-46cd-8bf5-4b8e89025e3a.html
  8. https://www.change.org/p/presidente-regione-friuli-venezia-giulia-trieste-difendiamo-la-salute-mentale-di-comunita
  9. Istituto Superiore di Sanità, in https://www.iss.it/vaccini/-/asset_publisher/EqhqPGnWTDJo/content/differenze-digenere-in-risposta-alle-vaccinazioni
  10. Gender equality e salute in Europa, in https://www.fondazionebrodolini.it

Riammissioni in Slovenia: accolto il ricorso del Viminale. Ma la prassi resta illegittima

0
Un ragazzo pakistano siede accovacciato in una zona del campo di Lipa (Bosnia ed Erzegovina) che è stata risparmiata dalle fiamme dell’incendio scoppiato il 24 dicembre 2020. Gennaio 2021 - © Michele Lapini, Valerio Muscella

 

Per il Tribunale di Roma non sarebbe stata fornita la prova dell’effettivo respingimento informale verso la Slovenia di un giovane cittadino pakistano. Schiavone (Asgi): “Le persone vengono trasformate in fantasmi, non ci sono procedimenti che certifichino la prassi. Eppure a questi fantasmi si chiede di provare la propria esistenza”

Non ci sarebbero prove che Ahmed -nome di fantasia del giovane pakistano che ha denunciato di essere stato respinto in Slovenia dalla polizia italiana- sia effettivamente entrato nel nostro Paese, ma le riammissioni dei migranti al confine tra i due Paesi restano una prassi illegittima. Lo ha stabilito il Tribunale di Roma accogliendo il ricorso presentato dal ministero dell’Interno contro l’ordinanza emessa dallo stesso Tribunale il 18 gennaio 2021 che aveva riconosciuto il diritto di Ahmed a presentare domanda di asilo in Italia.

La sentenza, però, non smentisce l’illegittimità delle procedure di riammissione tra Italia e Slovenia: “Il Tribunale ha affrontato solo la questione relativa all’ingresso o meno di Ahmed in Italia -spiega l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) in un comunicato-. Non ha invece in alcun modo smentito la ricostruzione del giudice di prime cure circa i profili di illiceità delle procedure di riammissione attuate in forza dell’accordo stipulato in forma semplificata tra Italia e Slovenia e che nel 2020, secondo i dati ministeriali, hanno interessato oltre 1.300 persone”.

La vicenda denunciata da Ahmed risale al luglio 2020, quando l’uomo, insieme ad altri quattro connazionali, giunge a Trieste. Qui viene soccorso da un gruppo di volontari e successivamente fermato dalla polizia ma, nonostante avesse dichiarato la sua intenzione di richiedere asilo in Italia, sarebbe stato portato in una stazione di polizia e foto-segnalato con i suoi compagni di viaggio. A tutti vengono sequestrati i cellulari e vengono costretti a firmare documenti in italiano. Al termine della procedura, il gruppo viene caricato su un furgone e con la promessa di essere condotti in un centro d’accoglienza: ma la vera destinazione sono i boschi attorno a Trieste dove il gruppo viene obbligato a camminare fino a superare il confine con la Slovenia. Meno di 48 ore dopo, per effetto della catena di respingimenti più volte documentata lungo la “rotta balcanica”, Ahmed si trovava in Bosnia ed Erzegovina.  Il 18 gennaio 2021 il Tribunale di Roma aveva accolto il ricorso presentato dalle avvocate Caterina Bove e Anna Brambilla e ordinato il rilascio di un visto per garantire ad Ahmed l’ingresso in Italia e presentare domanda d’asilo.

“L’accoglimento del ricorso da parte del Tribunale non riguarda la questione della legittimità delle riammissioni. Non è vero, come sostengono alcune testate, che è stata sconfessata la decisione di primo grado. Il collegio giudicante ha scelto di non esaminare tutta questa parte, ma si è limitato alla questione procedurale per verificare se il richiedente asilo aveva effettivamente fatto ingresso in Italia”, spiega Gianfranco Schiavone di Asgi.

Nel dispositivo della nuova sentenza, il Tribunale di Roma afferma che “non è stata fornita la prova, nemmeno nei limiti della cognizione sommaria propria del procedimento cautelare, che il reclamato (Ahmed, ndr) abbia personalmente subito un respingimento informale verso la Slovenia in forza dell’accordo italo-sloveno”. Ahmed, infatti, non ha potuto fornire prove del suo ingresso in Italia: né un documento di avvenuto respingimento (che avrebbe dovuto essere rilasciato dalla polizia italiana), né una testimonianza che potesse confermare le sue parole.

“Quello che ci lascia perplessi in questa lettura da parte del Tribunale è che forse non ha tenuto in debito conto che tutto questo è avvenuto in circostanze del tutto straordinarie -spiega ancora Schiavone-. Il ministero stesso ha ammesso di agire senza attuare nessuna attività procedurale. È come se le persone che vengono respinte, di fatto, non esistessero: vengono trasformate in fantasmi, non ci sono procedimenti che certifichino la prassi di riammissione. Eppure a questi fantasmi si chiede di provare la propria esistenza”.

A chi “non esiste” agli occhi delle istituzioni si chiede dunque di fornire una prova del proprio ingresso in Italia. Come, ad esempio, un decreto di riammissione, che avrebbe dovuto essere emesso proprio dalla polizia di Trieste. “Il fatto che non ci fosse un decreto di riammissione da impugnare ha reso necessario il provvedimento d’urgenza basato solo sulla ricostruzione dei fatti del ricorrente -spiega Schiavone-. In alternativa avrebbe dovuto produrre un testimone, ma questo significa basarsi su elementi fortuiti e casuali. E non sistematici come sarebbe stato nel caso di un corretto provvedimento di riammissione”. Basti ricordare, come documentato da Altreconomia, che il ministero dell’Interno non terrebbe traccia di quanti richiedenti protezione giunti a Trieste o a Gorizia sarebbero stati respinti in Slovenia nel 2020.

“La mancata consegna di un formale provvedimento di riammissione in Slovenia da parte delle autorità italiane agli interessati comporta una violazione dei diritti degli interessati, tra cui quello di ottenere effettivamente giustizia attraverso la possibilità di ricorrere all’autorità giudiziaria”, conclude ASGI nel suo commento alla vicenda.

L’associazione inoltre auspica che i respingimenti dei migranti e richiedenti asilo lungo la rotta balcanica (al momento sarebbero sospesi) non vengano ripresi e che la magistratura italiana possa fare piena luce “sui plurimi e gravi profili di illegittimità della prassi delle riammissioni informali attuate dal governo italiano nei confronti dei cittadini stranieri ai quali è stato impedito di esercitare il diritto costituzionalmente tutelato di presentare domanda di asilo”.

© riproduzione riservata

Paradosso all’Italiana. Quando il governo boicotta se stesso

0

Chiediamo alle realtà impegnate sul campo di aderire alla campagna: è importante che chi ogni giorno è impegnato sui territori svolga un lavoro di monitoraggio del reale affinché si applichi, finalmente, la legge

Lo scorso dicembre il Senato ha definitivamente approvato il decreto legge 130, convertito in legge n. 173/20. Sono stati così finalmente modificati i cosiddetti “decreti sicurezza” voluti dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ma le modifiche per essere tali devono ripercuotersi sulla realtà e trovare effettiva applicazione, altrimenti restano carta morta. Per questo insieme a GREI250, Refugees Welcome  Italia, Fondazione Migrantes, Rete EuropAsilo, e alle decine di associazioni che fanno parte del Forum e che si muovono operativamente sul territorio nazionale (qui la mappatura in continuo aggiornamento), abbiamo realizzato un monitoraggio sul campo.
Sedici le città coinvolte – Reggio Calabria, Lecce, Brindisi, Bari, Foggia, Termoli, Napoli, Caserta, Roma, Firenze, Bologna,  Ancona, Parma, Trieste, Bolzano – dove abbiamo verificato le prassi degli uffici immigrazione delle Questure locali e delle Commissione territoriali per la protezione umanitaria, oltre che le posizioni assunte dai tribunali ordinari, concentrandoci in particolare sull’accesso alla protezione speciale prevista dal DL130. Il risultato è allarmante: centinaia di persone che avevano già subito le conseguenze dei decreti sicurezza continuano a essere intrappolati in  un pericoloso limbo giuridico e di irregolarità.
Come Forum per cambiare l’ordine delle cose, insieme a molte altre realtà attive nella tutela dei diritti abbiamo atteso a lungo una modifica dei “decreti sicurezza” che, a dispetto del nome, avevano avuto l’effetto di aumentare l’insicurezza per oltre centomila persone, escluse dai percorsi di accoglienza e rese maggiormente vulnerabili a causa dell’eliminazione della protezione internazionale. Lo scorso dicembre l’approvazione in Senato del DL130 ha finalmente modificato tali decreti. Nonostante auspicassimo l’abrogazione, abbiamo salutato con soddisfazione la modifica, anche a fronte del denso percorso di advocacy e pressione politica promosso insieme a una rete di associazioni e attivisti.
E’ quindi con grande delusione che costatiamo come ad oggi la modifica normativa sia di fatto schiacciata e scavalcata da prassi illegittime e circolari.  Le richieste di protezione speciale sono bloccate, come i casi pendenti e i rinnovi dei permessi di soggiorno. Il motivo di questo stop al cambiamento, pur promosso dalla normativa recentemente approvata, è da rintracciare nell’assenza di indicazioni pratiche da parte dell’amministrazione centrale: una mancanza che lascia spazio a prassi illegittime da parte delle Questure e delle Commissioni territoriali. Istanze non ricevute, o ricevute ma non prese in esame; documentazioni integrative che non vengono prese in considerazione, nonostante così sancisca la legge 173/2020; richiesta, da parte delle Questure, di requisiti previsti dai ‘decreti sicurezza’ ma eliminati dalla legge attuale, sono solo alcune delle prassi che mantengono migliaia di persone in un limbo burocratico e giuridico.
Abbiamo scritto una lettera aperta al Ministro Lamorgese, ai sottosegretari agli Interni, ai capo dipartimenti della Pubblica sicurezza, per le Libertà Civili e l’immigrazione e al presidente della Commissione Nazionale Asilo. Per ora non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

Il DL130 era stato pensato per sanare una situazione che aveva escluso e marginalizzato migliaia di cittadini stranieri. Nonostante la sua approvazione, la situazione di queste persone è rimasta la stessa. E’ urgente un cambiamento reale, al passo con la legge. Per questo come Forum per cambiare l’ordine ci facciamo promotori di una campagna di sensibilizzazione e pressione politica. Dopo aver constatato la disapplicazione della legge, vogliamo informare e formare i/le migranti – le prime persone colpite da questa situazione – così come chiunque voglia capire meglio la normativa, anche per contrastare le prassi illegittime. Sosterremo concretamente operatori e operatrici, che invitiamo a rivolgersi a noi per un sostegno nella presentazione delle istanze. Vogliamo essere spazio di aggiornamento sulla situazione, di denuncia per chi vuole segnalare criticità e problematiche sul proprio territorio, e di sintesi di quanto osservato sul campo, attraverso la diffusione di un report di analisi delle criticità.
Chiediamo alle realtà impegnate sul campo di aderire alla campagna: è importante che chi ogni giorno è impegnato sui territori svolga un lavoro di monitoraggio del reale affinché si applichi, finalmente, la legge.

#Legge173/2020 #DL130 #ProtezioneSpeciale #CambiamoPerDavvero #SblocchiamoLaLegge #DirittoDiSoggiorno