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L’isolamento dei migranti in Bosnia

Dal Sito Dinamo Press

Il 14 marzo 2020, mano a mano che il Coronavirus dilagava in tutta Europa, anche la Bosnia Erzegovina ha adottato misure restrittive dichiarando lo stato di calamità e il lockdown sia nella Federazione Bosniaca sia nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, decretando la chiusura dei confini. Tali misure preventive hanno interessato principalmente le persone in transito che vivono all’interno dei TRCs (Temporary Reception Centers) gestiti dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) allestiti in Bosnia alla fine del 2018. Le Unità di Crisi hanno imposto il totale divieto di movimento delle persone migranti all’esterno delle strutture di accoglienza, definiti da Šuhret Fazlić, sindaco di Bihać – cittadina lungo il confine con la Croazia che attualmente accoglie circa 6000 persone in transito – un pericolo in quanto portatori del virus. Le persone sono residenti all’interno dei TRCs, trasformatisi in strutture detentive prive di un sistema adeguato capace di assicurare il distanziamento sociale, di limitare il sovraffollamento all’interno dei campi e di assicurare l’accesso a strutture igienico-sanitarie capaci di prevenire il rischio di contagio.

Tale decisione ha lasciato circa 3.000 persone in condizione estreme di abbandono, costrette a vivere negli squat, edifici abbandonati e fabbriche dismesse, o costretti a dormire nelle cosiddette jungle, i boschi lontani dal centro città, senza nessun tipo di assistenza o monitoraggio dalla parte delle organizzazioni competenti, senza adeguata protezione, in condizione igieniche che non garantiscono la dignità umana e la prevenzione del contagio.

Mentre in Bosnia ed Erzegovina le misure di contenimento, adottate per prevenire il contagio del coronavirus, sono state revocate con la fine della primavera, le persone rimangono chiuse all’interno dei campi che assomigliano sempre di più a centri di detenzione, dal momento che, in alcuni casi, alle persone in transito è stata negata la possibilità di lasciare il campo per partire per il cosiddetto game, la partita esasperata per attraversare la frontiera e raggiungere l’Europa. Con una piccola parentesi di apertura durante un mese, i centri di transito a fine agosto sono ancora chiusi.

A seguito della proclamazione dello stato di emergenza, il 18 maggio il Comitato di crisi del Cantone di Una Sana (USK) ha emesso diversi decreti restrittivi con scarsa base giuridica, tra cui il divieto, in forma organizzata o individuale, di proseguire le attività umanitarie a favore delle persone in transito, impedendo così qualsiasi tipo di aiuto assistenziale a coloro costretti a vivere al di fuori dei TRCs. Tale decisione ha fatto sì che la piccola rete di donne locali presenti sul territorio di Bihać, che negli ultimi due anni sono state vittime di pratiche discriminatorie, minacce e che dall’inizio dell’emergenza hanno supportato con aiuti umanitari e donazioni le persone in transito, ha dovuto limitare lo svolgimento di queste pratiche solidali in un momento di estremo bisogno.

L’attuazione di misure volte a ostacolare anche le piccole pratiche rivoluzionarie nate dal basso sono segni distintivi di un regime opportunistico, che utilizza lo stato d’emergenza come mezzo per influire sulla psicosi collettiva e alimentare le pratiche xenofobe di respingimento e marginalizzazione.

Il 22 aprile le persone in transito e i rifugiati che vivevano all’esterno dei campi in edifici abbandonati, sono state trasferite in una tendopoli finanziata dall’Unione Europea e gestita dall’OIM, nella remota area di Lipa tra Bihać e Bosanski Petrovac, a 25 kilometri a sud-est di Bihać. Il trasferimento forzato delle persone in una tendopoli isolata, lontana dall’area urbana, con strutture igienico-sanitarie precarie, se non inesistenti, senza garantire un adeguato spazio di autoisolamento e senza il necessario supporto medico-legale è un atto illegittimo e discriminatorio, che segna una tappa nella soppressione delle condizioni di vita e nella limitazione degli spostamenti. La zona è popolata da un’enclave serba che, alla fine della guerra nel 1995, è ritornata nei territori della Federazione di Bosnia ed Erzegovina e che si è fortemente opposta alla costruzione della tendopoli. La decisione del gruppo operativo del Cantone Una-Sana, sotto la responsabilità del Comune di Bihać, di installare un campo da mille persone in territorio a prevalenza serba, sembrerebbe l’ennesimo capitolo della storia di un conflitto etnico-religioso mai risolto.

Tendopoli di Lipa

Con l’intensificarsi dei controlli e delle misure d’emergenza anti-COVID, è continuata l’escalation di violazioni dei diritti umani e dei respingimenti a opera della polizia croata nelle zone di confine con la Bosnia. Tali pratiche illegali sono al di fuori del diritto internazionale, della Convenzione di Ginevra, di cui la Croazia è firmataria, e di totale violazione del principio di non refoulement.  Tale divieto di espulsione è richiamato anche nell’accordo bilaterale firmato nel 2007 tra Bosnia Erzegovina e Unione Europea, che sancisce che nessun individuo può essere rimandato in Bosnia, considerato Paese non sicuro per i respingimenti.

Il Border Violence Monitoring Network, un’organizzazione che monitora e documenta gli abusi e respingimenti illegali delle persone in transito sulla rotta balcanica, riporta le violenze, le torture e le umiliazioni a opera di agenti nazionalisti armati che operano con la copertura e il sostegno delle istituzioni europee e con il supporto delle squadre di controllo di confine  disposte da Frontex, chiamata ad amministrare sistemi di sorveglianza per bloccare l’attraversamento irregolare delle frontiere e sorvegliare le porte d’Europa.

Il 7 agosto è stato disposto lo sgombero di un campo informale nei pressi di Velika Kladuša attraverso l’utilizzo massiccio di forze dell’ordine e di ruspe . L’azione di forza messa in atto ha significato l’immediato riversamento nelle strade di un migliaio di persone. Ad affiancare la brutalità dell’intervento istituzionale è andata montando la rabbia xenofoba della cittadinanza nei confronti delle persone in transito, sfociata nell’organizzazione in diversi gruppi facebook apertamente inneggianti alla violenza. In tali gruppi, basati sullo scambio di informazioni, video e fotografie, i membri possono inseguire nelle strade e nelle stazioni degli autobus chi attraversa il territorio di Velika Kladuša per andare al Game. Uno di questi è Docek Migranata, (in bosniaco, Accogliere Migranti) il logo richiama la bandiera bosniaca, ma raffigura una mano che impugna un bastone. La definizione ufficiale del gruppo: Il gruppo ha permesso di individuare in quale direzione trasportano i migranti per intercettarli sugli autobus. Dalla metà di agosto, infatti, hanno iniziato a verificarsi numerosi atti di violenza diffusa: un uomo armato di spranga ha bloccato un autobus che trasportava persone migranti e un gruppo di altre sei è stato violentemente assaltato e picchiato da una di queste ronde organizzate.

Anche le poche persone solidali che da anni si prodigano per distribuire a titolo volontario beni di prima necessità sono state insultate, minacciate e perseguitate, rendendo seriamente rischiosa, se non impossibile qualsivoglia attività di supporto.

La polizia bosniaca, finora, non sembrerebbe aver preso posizione contro questi atti intimidatori, anzi; in uno dei pochi caffè solidali di Kladuša le special forces bosniache – unità antisommossa con passamontagna – si presentano quotidianamente a picchiare e deportare le poche persone migranti che ancora si arrischiano ad aggirarsi per la città.

Intanto a Bihać, un professore di arte e consigliere comunale di nome Sej Ramic, si fa capopopolo del più classico razzismo di provincia, con il movimento STOP invaziji migranata, interpretando un evergreen securitario e machista andato in scena in una manifestazione organizzata il 29 agosto nella piazza principale.

L’invasione più visibile nel centro della città, è quella delle pattuglie di polizia che battono i parchi e le strade armate di manganelli e che, a calci, sputi e urli, caricano le persone migranti su furgoni per portarle al confine con la Repubblica Serba, a Bosanka Otoka, 50 chilometri da Bihać. Da lì le persone sono costrette in una sorta di no man’s land interna dello stato bosniaco, tra i due fuochi della polizia della Federazione da un lato e gli schieramenti della polizia della Repubblica Serba dall’altro. Da qui, cercando di sfuggire ai controlli, le persone fanno ritorno verso Bihać a piedi, data l’impossibilità per loro di prendere qualsivoglia mezzo di trasporto. Una prassi evidentemente intimidatoria atta ad annichilire ogni loro minima libertà di movimento. Per le persone trovate nei vari squats, la norma di queste deportazioni comporta la perdita di tutto l’equipaggiamento utile al Game: zaini, sacchi a pelo, vestiti, power bank, a volte telefoni. Ricomprare tutto da capo costa circa 120 €.

Bosanska Otoka. Foto di Tessa Kraan

La grave novità sul fronte italiano della rotta è che dal mese di maggio il governo ha scelto di applicare un accordo bilaterale con la Slovenia risalente al 1996 che permette di riammettere informalmente una persona intercettata entro i primi dieci chilometri dal confine. In una risposta all’interrogazione parlamentare urgente dell’on. Magi del 24 luglio, il sottosegretario al Ministero degli interni Variati si rivendica la legalità del provvedimento. Non sono dello stesso avviso i legali di Asgi , che ne contestano l’informalità – quindi l’impossibilità della persona riammessa a opporsi giudizialmente – ma soprattutto che il respingimento avvenga anche qualora sia manifestata l’intenzione di chiedere protezione internazionale. Tale pratica, che secondo il governo permetterebbe comunque alle persone di richiedere asilo su territorio sloveno o croato perché da considerarsi intrinsecamente Paesi sicuri, sotto il profilo dei diritti umani e delle convenzioni internazionali in materia in quanto facenti dell’Unione Europea, non tiene conto della catena di pushback che riporta violentemente le persone in Bosnia.

La pratica dei respingimenti a catena è stata recentemente condannata anche dal Tribunale Amministrativo Sloveno, che il 16 luglio ha riconosciuto l’illegittimità della riammissione dalla Slovenia alla Croazia e poi dalla Croazia alla Bosnia di un richiedente asilo.

La Slovenia inoltre ha trasformato il centro di accoglienza di Postojna in una struttura detentiva, dove le persone intercettate sul territorio o respinte dalle autorità italiane, vengono recluse e dopo una permanenza – che può durare fino a sei mesi – accompagnate al confine e consegnate nelle mani degli aguzzini croati.

Reti militanti slovene denunciano le condizioni degradanti della struttura e veicolano le richieste di aiuto provenienti dei reclusi e le frequenti proteste che avvengono all’interno.

We can’t go anywhere. Le masse di persone in transito sono quindi sempre più bloccate in un luogo che non le vuole e nel quale loro non vorrebbero stare. Questo cortocircuito di violenza istituzionale le costringe a tentare senza tregua il game, quella rincorsa all’Europa che vede in loro un nemico invasore contro i quali farsi scudo, secondo la presidente della commissione UE, Ursula von der Leyen.

Aumentano le schiere a difesa della Fortezza Europa, colpevoli e complici di quella frontiera che è l’unico grande crimine commesso, di cui nessuno pagherà mai il prezzo, se non le sue vittime.

Foto di copertina di Tessa Kraan

 

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