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Difendere le persone, non i confini

Dal Sito Melting Pot

All’interno della trasmissione speciale di Radio Melting Pot curata insieme alla campagna Lesvoscalling, abbiamo intervistato Giuseppe e Floriana del neo collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino, un gruppo che ha la propria sede a Schio in provincia di Vicenza e che si è recato per la prima volta in Bosnia ed Erzegovina nel novembre del 2018, incontrando i volontari di No Name Kitchen.
Questa la loro testimonianza.

Photo credit: Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino

 

«La prima volta che ci siamo recati in Bosnia siamo stati a Velika Kladusa. In quell’occasione abbiamo portato abiti e scarpe che avevamo raccolto tra amici e volontari ma, essendo alcuni di noi falegnami, carpentieri, idraulici, ecc, ci siamo resi conto di altre necessità altrettanto importanti: tutti questi uomini e ragazzi soli, che non avevano accesso ai cosiddetti “campi” ufficiali, gestiti da enti riconosciuti (UNHCR, IOM..), o che non volevano entrarci per non perdere quel briciolo di libertà e dignità che rimaneva loro, vivevano all’addiaccio, in vecchi ruderi di fabbriche o case abbandonate, in tende improvvisate con teli e nylon, senza acqua corrente, senza alcun tipo di riparo dal gelo in inverno, senza niente… .

Per questo siamo ritornati più volte, nell’autunno – inverno 2019, per lavorare in questi squat per migliorarne le situazioni igieniche e termiche, lavorando assieme ai migranti stessi per creare condizioni abitative almeno un po’ più accettabili, per quanto ancora lontane da degli standard di vivibilità.

Come potete capire, abbiamo portato un aiuto molto pratico e concreto, ma ci siamo subito resi conto che la dimensione dell’aiuto era al tempo stesso essenziale ma anche insufficiente.

Essenziale lo era e lo è per le condizioni estreme in cui sono costrette a vivere le persone in transito, ma lavorando e parlando con loro ci siamo resi anche conto dell’immensa paura e ansia in cui vivono giorno per giorno, del sistema repressivo che li costringe a nascondersi in queste zone abbandonate e fatiscenti, e a vivere per mesi, se non anni, al freddo, senza soldi, senza aiuti, senza speranza, braccati da polizie che da un momento all’altro possono distruggere, bruciare le loro tende e le loro cose, picchiarli, derubarli.

Molti di loro hanno più volte tentato di passare i confini, ma sono stati rispediti indietro così malconci per le botte subite e le punizioni corporali da dover aspettare ancora mesi per poter riprovare il viaggio.

Photo credit: Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino

Il solo aiuto pratico non è sufficiente, è importante anche stare con loro, ascoltarli, giocare e suonare assieme. In fondo sono ragazzi, alcuni appena maggiorenni.

Ti raccontano da dove vengono e dove hanno in mente di andare, si possono fidare, sanno che te lo possono raccontare, senza nascondersi.

E qui però nasce anche il bisogno di provare a difenderli dalle polizie della rotta e dalle violenze a cui possono andare incontro.

In questo “difenderli” noi vediamo una delle possibili facce del movimento Black Lives Matter qui in Europa: perchè Frontex e le varie polizie di frontiera si stanno prendendo sempre più libertà di agire con violenza e discriminazione nei confronti di una minoranza che non ha voce, non ha diritti, e su questo aspetto crediamo sia necessario fare più pressione.

Da qui nasce la volontà del collettivo di dare vita a dei trekking di monitoraggio e disturbo ai confini tra Croazia e Bosnia (che è un luogo denso di respingimenti e violenze).

Il 25 luglio scenderemo per alcuni lavori in una delle warehouse di NNK in Croazia e sarà un’occasione per fare i primi giri di monitoraggio ai confini, per mappare le strade e i sentieri e per tentare, a breve, di garantire una presenza costante ed essere un deterrente alle violenze sui migranti.
Naturalmente lo vogliamo fare senza coinvolgere direttamente le ONG indipendenti che lavorano sul campo, per non esporle a ulteriori rischi, e lo stiamo facendo anche con il prezioso supporto di attivisti che hanno già esperienza in zone di conflitti.

Crediamo che difendere queste persone tentando di frapporci tra loro e le polizie, tra loro e le politiche securitarie dell’Europa, usare in qualche modo il nostro privilegio, possa far emergere l’ipocrisia con cui le autorità europee e i singoli governi nazionali affrontano il tema delle migrazioni».

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