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Una rete della società civile, un monitoraggio costante della BalkanRoute

Di Christina Elia

QCode Mag, senza esitazioni, ha deciso di essere parte della rete della società civile RiVolti ai Balcani. La mappa interattiva che trovate in fondo a questo articolo di pubblicazione, realizzata da Remo Romano e ottimizzata per Q Code da Enrico Natoli, ci permetterà di tenere una rassegna stampa costante sulla Rotta balcanica, pubblicando e geolocalizzando alcuni tra gli articoli più interessanti sulla questione. Inoltre, troverete i link utili a seguire il lavoro della rete:

pagina facebook di RiVolti ai Balcani (clicca qui)

il rapporto La rotta balcanica – I migranti senza diritti nel cuore dell’Europa
a cura della rete RiVolti ai Balcani e scaricabile sul sito di Altreconomia

Presentazione della rete

(Pubblicato originariamente da Snapshots from the Borders  il 10 marzo 2020)

“Volevamo rendere evidente quello che sta accadendo lungo la Rotta balcanica. Se ne parla poco, quello che accade nel Mediterraneo ottiene la giusta attenzione, ma delle violenze, delle atrocità e di molto altro ancora che accade nell’Europa orientale se ne parla troppo poco. Siamo stati spinti da un forte senso di indignazione, di vergogna, prima di tutto come cittadini di un’Europa che ormai non gira più neanche le spalle, ma è proprio connivente con questa situazione”.

Agostino Zanotti, con l’Associazione per l’Ambasciata della Democrazia Locale a Zavidovići, si occupa di Balcani dagli anni Novanta. È una di quelle persone – tante – che durante la guerra  nella ex-Jugoslavia organizzò con la società civile una catena di solidarietà, aiuti, sostegno e accoglienza. Ed è ancora impegnato in quel pezzo di Europa, vicina e troppe volte lontana, a oriente.

La Balkan Route, attualmente tornata all’onore delle cronache dopo il precipitare della situazione al confine tra Grecia e Turchia, è attualmente tra le rotte principali delle migrazioni. Rientra nello schema di esternalizzazione delle frontiere Ue, con l’accordo firmato nel 2016 tra l’Unione e la Turchia, ma ha creato un collo di bottiglia – particolarmente in Bosnia Erzegovina – e racconta ogni giorno di violenze e vessazioni sui migranti.

Gli orrori a cui si riferisce Zanotti sono noti, da tempo. Basta leggere il rapporto Pushed to the Edge – Violence and abuse against refugees and migrants along the Balkans Route, di Amnesty International  o i rapporti settimanali del Border Violence Monitoring Network, che raccoglie denunce e testimonianze della società civile.

“Ecco l’altro aspetto che ti tiene assieme: la denuncia. Portare alla luce la connivenza delle istituzioni europee contro la dignità delle persone, anche se si continua a parlare dei valori europei”, spiega Zanotti.

Il ‘tenere assieme’ di Zanotti si riferisce all’iniziativa “RiVolti ai Balcani. Rete diritti in movimento”, un gruppo informale di lavoro nato in questi mesi. “Rivolti ai Balcani è un contenitore al quale aderiscono gran parte dei gruppi italiani e non solo che si occupano della rotta balcanica. È un contenitore nato a seguito dall’innalzamento e dalla normalizzazione della violenza diffusa verso queste persone, che hanno una sola colpa: non possono più stare a casa loro”.

La rete, che unisce singoli e associazioni, locali e internazionali, si è organizzato in gruppi di lavoro per produrre una serie di azioni concrete. “Oltre alla vergogna e alla necessita di denuncia”, spiega Zanotti, “ci premeva passare all’azione, non solo singolarmente come facciamo già tutti, individui e associazioni, ma in modo condiviso e coordinato. Il primo obiettivo è realizzare, nei prossimi mesi, una carovana che partirà da due punti: il confine italo–francese e il confine greco–turco. I due gruppi si ritroveranno a Sarajevo. Vogliamo esporre i nostri corpi, metterci la faccia, rendere visibili cittadini, persone, attivisti e rifugiati, migranti e profughi, che dicono no a questa situazione drammatica. Vogliamo che sia un’azione politica, non caritatevole, perché è altro il valore di questa iniziativa. Un atto collettivo per tenere in piedi il sistema democratico e dei diritti civili che ci riguarda tutti, per potersi alzare la mattina e guardarsi allo specchio e dire ‘io non ci sto,  non sono parte di tutto questo’. Per combattere questa indifferenza, sulla quale rifletto dai tempi degli anni Novanta: non ho mai capito come fosse stato possibile che accadessero orrori come quelli di Srebrenica e di Sarajevo, a pochi chilometri da persone che vivevano bene, come vivevano le stesse vittime solo poco prima”.

Un’azione che unisca le forze, che possa portare solidarietà e attenzione politica, oltre che aiuti umanitari. E che andrà di pari passo con un convegno internazionale che era previsto a fine marzo a Trieste, ma che per ora è rimandato per le note questioni di sicurezza rispetto al contagio in Italia del coronavirus. E per spezzare la catena della criminalizzazione della solidarietà.

“Questo è uno degli aspetti più dolorosi. Fino a pochi anni fa, mi sembrava di avere nel gesto umanitario di solidarietà, nella relazione di aiuto e vicinanza con le vittime del conflitto, una società civile alle spalle. Mi sentivo parte di una società che me lo riconosceva, che ne aveva bisogno, che si legittimava come democratica e civile, giusta e solidaristica, anche grazie all’impegno e al lavoro di alcuni. Negli ultimi anni sono diventati gesti criminali. L’aiuto umanitario è scomodo, illegale, contro il nuovo falso ‘bene comune delle frontiere chiuse’. Sento che si eroso un consenso politico e umano. La critica sui modelli di intervento solidale è sempre stata la benvenuta, ma se non blocchiamo questa deriva avremo società più rabbiose. Non è solo ingiusto: è pericoloso”, conclude Zanotti.

Nota: la rete aveva previsto una primo convegno internazionale a Trieste a fine marzo, rimandato a data da destinarsi in ottemperanza alle misure adottate relativamente al coronavirus. Per informazioni, ricevere le nuove date e il programma, scrivere a: rivoltiaibalcani@gmail.com

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