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RiVolti ai Balcani – Presentazione della
 Rete per i diritti lungo la “rotta balcanica” (II)

La registrazione della presentazione dalla pagina facebook di “RiVolti ai Balcani”.

Seconda parte

Conclusioni di Gianfranco Schiavone (ASGI)

 

Respingimenti illegali e violenze ai confini: un rapporto di Border Violence Monitoring Network Balcani, aprile/maggio 2020

Sommario

Nel seguente rapporto sono raccontate le storie di 736 persone che sono state soggette a respingimenti nei Balcani occidentali e in Grecia. Il Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha continuato a registrare elevati livelli di espulsioni transfrontaliere illegali durante tutto il periodo di lockdown per il COVID-19 e di allentamento delle misure di sicurezza. I resoconti diretti di queste azioni – condotte dalla polizia, dalle forze armate statali e da Frontex – provengono da confini diversi che vanno dal fiume Evros tra Grecia e Turchia fino al confine italo-sloveno.

Questa pubblicazione fornisce aggiornamenti sul campo relativi ai mesi di aprile e maggio, dando testimonianza della situazione lungo le frontiere esterne dell’UE e della violenza persistente.

L’analisi si concentra su alcune delle violenze più sorprendenti che si sono verificate negli ultimi mesi, in particolare sull’utilizzo da parte della polizia croata della vernice spray per marchiare gruppi di migranti. Le testimonianze delle persone prese di mira confermano le pratiche di frontiera croate come atti di tortura, trattamento disumano e degradante.

Nel frattempo, dall’altra parte del confine in Bosnia-Erzegovina sono emerse prove concrete della violenza sistemica nei campi finanziati dall’UE con percosse da parte della polizia e dalla sicurezza filmate dalle telecamere. Inoltre a causa dei nuovi respingimenti effettuati dall’Italia nell’ambito di un processo di “riammissione informale” con la Slovenia, ancora più persone sono sottoposte a questo ciclo di violenze ai confini e nei campi.

In Grecia l’entità dei respingimenti – avviati sia dal continente che dalle isole dell’Egeo – continua ad essere al centro dei resoconti sul campo. In questa relazione sono riportati dodici incidenti separati, che riguardano quasi 600 persone, con attenzione al trasferimento, alla detenzione e all’espulsione violenta in Turchia. Gli intervistati sono numerosi e sono stati sequestrati da una serie di siti urbani, campi, centri di detenzione e zone costiere, denotando il modo sistematizzato in cui la Grecia sta effettuando respingimenti di massa.

La relazione esamina anche i respingimenti in territorio greco dalla vicina Albania, mettendo in evidenza gravi illeciti e violenze da parte della missione Frontex che opera al confine. Queste prove coinvolgono senza dubbio l’agenzia europea nelle pratiche illegali ai confini e nella violenza contro i migranti. Anche gli sviluppi più recenti, come i procedimenti giudiziari contro l’Ungheria e la Croazia, sono oggetto di analisi.

A questo si affiancano altri approfondimenti, come gli aggiornamenti dalla Serbia, dove la presenza dell’esercito, i centri di accoglienza recintati e gli attacchi fascisti hanno segnato un forte aumento della violenza contro le comunità in transito. Il rapporto riguarda anche un’indagine su una sparatoria da parte dell’esercito greco, la presenza delle autorità croate sul confine verde, la questione degli alloggi nel cantone di Una-Sana, un’analisi dei respingimenti “a catena” dalla Serbia, e gli aggiornamenti sugli sfratti abitativi tra Atene e Salonicco.

Continua a leggere l’articolo nel sito Melting Pot

L’ansia cresce tra i 180 sopravvissuti lasciati in un limbo a bordo della Ocean Viking. Silenzio dalle autorità europee

Dopo essere rimasta ormeggiata nel porto di Marsiglia per tre mesi a causa della pandemia COVID-19, la Ocean Viking di SOS MEDITERRANEE ha ripreso le operazioni il 22 giugno. Mentre era in viaggio nei pressi di Lampedusa il 25 giugno, l’equipaggio è stato avvisato di una imbarcazione in difficoltà. A mezzogiorno è stato effettuato un primo salvataggio di 51 persone da un’imbarcazione di legno in difficoltà in acque internazionali nelle regioni di ricerca e soccorso italiana e maltese. Circa un’ora dopo, la Ocean Viking ha ricevuto la richiesta di aiuto da un’altra imbarcazione in difficoltà e ha proceduto al salvataggio di 67 persone, 40 miglia a sud di Lampedusa nella SAR di Malta.

A seguito di questi due salvataggi, la Ocean Viking ha richiesto la designazione di un porto sicuro per lo sbarco dei sopravvissuti alle autorità marittime maltesi e italiane come da convenzioni marittime. Questa richiesta è stata poi ripetuta in quattro occasioni senza alcuna risposta positiva.

La sera di lunedì 29 giugno, la Ong ha richiesto il supporto per l’evacuazione medica di uno dei sopravvissuti le cui condizioni fisiche si stavano deteriorando. La persona è stata evacuata su una motovedetta della Guardia Costiera italiana.

Photo credit: Flavio Gasperini

Dopo essere rimasta in attesa tra Malta e Linosa per più di 48 ore, il 30 giugno l’Ocean Viking è stata avvisata di un’ulteriore imbarcazione in difficoltà. Il team di ricerca e soccorso ha individuato una barca di legno sovraffollata e ha proceduto al salvataggio di 47 persone nella zona SAR maltese. I sopravvissuti hanno riferito di essere in mare già da diversi giorni. La sera stessa, il team ha effettuato un altro salvataggio di 16 persone da una barca in fibra di vetro sempre nella zona SAR maltese. L’operazione è stata coordinata dal Centro di coordinamento del soccorso maltese.

Attualmente ci sono 180 sopravvissuti sulla Ocean Viking, tra cui 2 donne, 25 minori, di cui 17 non accompagnati che aspettano di approdare in un porto sicuro. Le persone sono di 13 nazionalità diverse.

Frédéric Penard, direttore operativo di SOS MEDITERRANEE:

“Due anni dopo lo stallo in mare a causa del quale l’Aquarius, il vascello predecessore della Ocean Viking, dovette dirigersi a Valencia per sbarcare le persone salvate nel Mediterraneo centrale, ora siamo di nuovo lasciati in un limbo senza alcuna indicazione di un porto per lo sbarco. Il team di SOS MEDITERRANEE, in cinque giorni, ha salvato 180 persone in quattro diverse operazioni nelle regioni di ricerca e soccorso maltese e italiana. I primi due salvataggi sono avvenuti una settimana fa. Abbiamo inviato cinque richieste alle autorità marittime italiane e maltesi per l’assegnazione di un porto di sbarco: finora non abbiamo ricevuto risposte eccetto due, negative. I sopravvissuti hanno detto alle nostre squadre di aver trascorso da due a cinque giorni in mare prima di essere soccorsi dalla Ocean Viking. Ciò significa che alcuni dei 180 sopravvissuti sono in condizioni precarie in mare da più di 8 giorni. Questa situazione è inaccettabile.

Dov’è finito l’accordo di Malta del 2019 per il trasferimento delle persone salvate in mare? Gli Stati membri dell’Unione Europea sono consapevoli del fatto che la gente ha continuato a fuggire dalla Libia su imbarcazioni non sicure per tutta la durata della crisi COVID-19 che ha colpito l’Europa in primavera e indipendentemente dall’assenza di navi dedicate alla ricerca e al salvataggio nel Mediterraneo centrale. Non solo la mancanza di capacità di ricerca e salvataggio per salvare vite umane in mare continua, ma l’UE non riesce a garantire la sicurezza ai pochi che sono stati salvati da una nave di una ONG che cerca di colmare la lacuna del SAR.

Photo credit: Flavio Gasperini

Dall’inizio di giugno, abbiamo sentito dichiarazioni che annunciano il ripristino dell’accordo di Malta quest’estate. Dalle comunicazioni che la Ocean Viking ha con le autorità marittime, non c’è attualmente alcun segno di un tale riavvio. Questa mancanza di solidarietà e di condivisione degli oneri tra gli Stati membri dell’UE ha implicazioni dirette per i 180 sopravvissuti che hanno rischiato la vita per sfuggire alla violenza e agli abusi nella Libia devastata dalla guerra: le tensioni a bordo della nostra nave stanno aumentando, con diversi sopravvissuti che minacciano di buttarsi in mare. Molti hanno subito ustioni da sole e da carburante durante il tempo trascorso su imbarcazioni non adatte alla navigazione in mare aperto, una persona ha dovuto essere evacuata dopo il peggioramento delle sue condizioni di salute e abbiamo a bordo una donna incinta. I sopravvissuti ci hanno raccontato come, in un centro di detenzione in Libia, le guardie hanno picchiato un sopravvissuto sulla gamba con un bastone d’acciaio fino a rompergli il piede. Innumerevoli persone ci hanno detto che hanno tentato più volte di fuggire dalla Libia, sono state intercettate dalla guardia costiera libica in mare e riportate in detenzione in un circolo vizioso senza fine.

Queste persone hanno rischiato la vita per fuggire dalla violenza e dagli abusi in una Libia devastata dalla guerra. Devono sbarcare in un luogo sicuro senza ulteriori ritardi – solo allora il loro salvataggio sarà completo. Il sostegno degli Stati membri dell’UE ha fatto la differenza in passato. Non deve fermarsi ora“.

- Maggiori dettagli sulle attività dell’Ocean Viking sono disponibili su onboard.sosmediterranee.org e su Twitter @SOSMedItalia.

RiVolti ai Balcani – Presentazione della
 Rete per i diritti lungo la “rotta balcanica” (I)

La registrazione della presentazione dalla pagina facebook di “RiVolti ai Balcani”.

Prima parte

Coordina: Duccio Facchini, direttore della rivista Altreconomia
Interventi di:
Agostino Zanotti, direttore di ADL a Zavidovici Onlus;
Diego Saccora, Lungo la rotta balcanica;
Silvia Maraone, coordinatrice interventi IPSIA in Bosnia Erzegovina;
Paolo Pignocchi, Amnesty International Italia;
Anna Brambilla, avvocato del Foro di Milano, socia ASGI
Corrado Conti, Ass. Mir Sada

 

RiVolti ai Balcani: una rete a difesa dei diritti

Negli ultimi mesi è nato il gruppo informale “RiVolti ai Balcani. Rete diritti in movimento”. E’ un’iniziativa lanciata da diverse realtà della società civile che si occupa delle persone che attraversano la rotta balcanica. Un’intervista ad Agostino Zanotti, dell’Associazione per l’Ambasciata della Democrazia Locale a Zavidovići

02/04/2020 –  Christian Elia

(Pubblicato originariamente da Snapshots from the Borders il 10 marzo 2020)

“Volevamo rendere evidente quello che sta accadendo lungo la Rotta balcanica. Se ne parla poco, quello che accade nel Mediterraneo ottiene la giusta attenzione, ma delle violenze, delle atrocità e di molto altro ancora che accade nell’Europa orientale se ne parla troppo poco. Siamo stati spinti da un forte senso di indignazione, di vergogna, prima di tutto come cittadini di un’Europa che ormai non gira più neanche le spalle, ma è proprio connivente con questa situazione”.

Agostino Zanotti, con l’Associazione per l’Ambasciata della Democrazia Locale a Zavidovići, si occupa di Balcani dagli anni Novanta. È una di quelle persone – tante – che durante la guerra nella ex-Jugoslavia organizzò con la società civile una catena di solidarietà, aiuti, sostegno e accoglienza. Ed è ancora impegnato in quel pezzo di Europa, vicina e troppe volte lontana, a oriente.

La Balkan Route, attualmente tornata all’onore delle cronache dopo il precipitare della situazione al confine tra Grecia e Turchia, è attualmente tra le rotte principali delle migrazioni. Rientra nello schema di esternalizzazione delle frontiere Ue, con l’accordo firmato nel 2016 tra l’Unione e la Turchia, ma ha creato un collo di bottiglia – particolarmente in Bosnia Erzegovina – e racconta ogni giorno di violenze e vessazioni sui migranti.

Gli orrori a cui si riferisce Zanotti sono noti, da tempo. Basta leggere il rapporto Pushed to the Edge – Violence and abuse against refugees and migrants along the Balkans Route, di Amnesty International  o i rapporti settimanali del Border Violence Monitoring Network, che raccoglie denunce e testimonianze della società civile.

“Ecco l’altro aspetto che ti tiene assieme: la denuncia. Portare alla luce la connivenza delle istituzioni europee contro la dignità delle persone, anche se si continua a parlare dei valori europei”, spiega Zanotti.

Il ‘tenere assieme’ di Zanotti si riferisce all’iniziativa “RiVolti ai Balcani. Rete diritti in movimento”, un gruppo informale di lavoro nato in questi mesi. “Rivolti ai Balcani è un contenitore al quale aderiscono gran parte dei gruppi italiani e non solo che si occupano della rotta balcanica. È un contenitore nato a seguito dall’innalzamento e dalla normalizzazione della violenza diffusa verso queste persone, che hanno una sola colpa: non possono più stare a casa loro”.

La rete, che unisce singoli e associazioni, locali e internazionali, si è organizzato in gruppi di lavoro per produrre una serie di azioni concrete. “Oltre alla vergogna e alla necessita di denuncia”, spiega Zanotti, “ci premeva passare all’azione, non solo singolarmente come facciamo già tutti, individui e associazioni, ma in modo condiviso e coordinato. Il primo obiettivo è realizzare, nei prossimi mesi, una carovana che partirà da due punti: il confine italo–francese e il confine greco–turco. I due gruppi si ritroveranno a Sarajevo. Vogliamo esporre i nostri corpi, metterci la faccia, rendere visibili cittadini, persone, attivisti e rifugiati, migranti e profughi, che dicono no a questa situazione drammatica. Vogliamo che sia un’azione politica, non caritatevole, perché è altro il valore di questa iniziativa. Un atto collettivo per tenere in piedi il sistema democratico e dei diritti civili che ci riguarda tutti, per potersi alzare la mattina e guardarsi allo specchio e dire ‘io non ci sto,  non sono parte di tutto questo’. Per combattere questa indifferenza, sulla quale rifletto dai tempi degli anni Novanta: non ho mai capito come fosse stato possibile che accadessero orrori come quelli di Srebrenica e di Sarajevo, a pochi chilometri da persone che vivevano bene, come vivevano le stesse vittime solo poco prima”.

Un’azione che unisca le forze, che possa portare solidarietà e attenzione politica, oltre che aiuti umanitari. E che andrà di pari passo con un convegno internazionale che era previsto a fine marzo a Trieste, ma che per ora è rimandato per le note questioni di sicurezza rispetto al contagio in Italia del coronavirus. E per spezzare la catena della criminalizzazione della solidarietà.

“Questo è uno degli aspetti più dolorosi. Fino a pochi anni fa, mi sembrava di avere nel gesto umanitario di solidarietà, nella relazione di aiuto e vicinanza con le vittime del conflitto, una società civile alle spalle. Mi sentivo parte di una società che me lo riconosceva, che ne aveva bisogno, che si legittimava come democratica e civile, giusta e solidaristica, anche grazie all’impegno e al lavoro di alcuni. Negli ultimi anni sono diventati gesti criminali. L’aiuto umanitario è scomodo, illegale, contro il nuovo falso ‘bene comune delle frontiere chiuse’. Sento che si eroso un consenso politico e umano. La critica sui modelli di intervento solidale è sempre stata la benvenuta, ma se non blocchiamo questa deriva avremo società più rabbiose. Non è solo ingiusto: è pericoloso”, conclude Zanotti.

 

Nota: la rete aveva previsto una primo convegno internazionale a Trieste a fine marzo, rimandato a data da destinarsi in ottemperanza alle misure adottate relativamente al coronavirus. Per informazioni, ricevere le nuove date e il programma, scrivere a: rivoltiaibalcani@gmail.com

Si veda inoltre la pagina dell’evento su Facebook .