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Lettera aperta: IL GRIDO DELLA MARGINALITÀ

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RETE DASI invita a sottoscrivere e sostenere questo appello di Strada SiCura perché pur essendo rivolta alla situazione specifica di Trieste riguarda il sostegno medico e sociale di tutte le fasce vulnerabili del Friuli Venezia Giulia


SOTTOSCRIVI LA LETTERA

Otto mesi fa, Strada SiCura iniziava la sua attività di tutela sanitaria e diritto alla cura in uno degli spazi di maggior fragilità del nostro territorio: Piazza della Libertà, Trieste.
Siamo nati e cresciuti, spinti dall’urgenza della prima ondata pandemica di Sars-Cov2 (Covid19), con l’obiettivo di tutelare soprattutto individui marginalizzati e discriminati, cioè migranti in arrivo dalle atrocità della Rotta Europea-Balcanica e individui senza fissa dimora. Durante il primo lockdown abbiamo dovuto fronteggiare diverse carenze e criticità: Strada SiCura ha fin da subito tentato di compensare i vuoti istituzionali per tutelare le categorie vulnerabili, facendo il possibile per garantire cura, prevenzione e divulgazione sanitaria.
Tuttavia, con il passare dei mesi e con il temporaneo miglioramento del quadro epidemiologico su territorio italiano, invece che assistere alla strutturazione di piani sanitari trasversali per la prevenzione e la gestione della pandemia e di future seconde ondate, abbiamo assistito ad un progressivo impoverimento dei servizi alle persone per strada.

Cosa è successo?
-Il 17 Maggio è stato chiuso l’Help Center, un servizio che, durante i mesi della prima ondata, aveva garantito un ponte con l’azienda sanitaria e la distribuzione dei posti letto nei dormitori cittadini.
I dormitori e i centri diurni, luoghi fondamentali di assistenza e ristoro, sono stati resi meno accessibili a causa delle nuove misure anti Covid19 ed escludono i migranti: la comunità viene privata di spazi caldi, riparati, con servizi igienico-sanitari pubblici e accessibili.
-Non è mai stato programmato né attuato alcun piano di tutela sanitaria specificatamente rivolto alle marginalità nell’area di Piazza della Libertà

Siamo a Novembre inoltrato e al momento non si vedono all’orizzonte progetti per la gestione integrata dei vari problemi: il buio arriva prima, le notti sono sempre più fredde, il Covid19 è ampiamente diffuso tra la popolazione con un rischio di contagio ben più elevato che nei primi mesi dell’anno.
Ci chiediamo come mai la prima ondata non abbia messo in moto le istituzioni.
Farsi carico in modo globale e strutturato della situazione socio-sanitaria e assistenziale di ogni individuo della popolazione, con la costruzione di percorsi di cura per tutti gli individui dovrebbe essere UNA PRIORITA’.

Strada Sicura chiede il supporto di cittadin* e di associazioni per sollecitare una RAPIDA RISPOSTA delle istituzioni comunali e sanitarie al fine di trovare IMMEDIATE SOLUZIONI ad una condizione divenuta ormai intollerabile per un paese che voglia ritenersi civile.

Chiediamo dunque:

-L’accesso ai dormitori con servizi igienici e posti letto senza selezioni e con procedure anti-Covid19 più snelle (es: tamponi rapidi).

Servizi igienici pubblici nei pressi della stazione centrale accessibili a tutta la popolazione la riapertura di un centro di coordinamento tra le varie strutture di accoglienza per l’individuazione delle fragilità e l’assegnazione di posti letto a individui senza fissa dimora (sul modello del progetto Help Center)

Piani di tutela della salute mirati al sostegno sanitario di fasce deboli della popolazione e alla presa in carico delle situazioni di maggior fragilità

La pandemia di Covid19 non può diventare il pretesto per ignorare, discriminare e marginalizzare le categorie più fragili, esponendole di fatto ad un rischio ulteriore in termini di salute psico-fisica.
La prospettiva è quella di riunire all’interno di una rete solidale e collaborativa cittadin* e realtà che già operano quotidianamente sul territorio triestino, con lo scopo di giungere assieme ad una trasformazione del tessuto sociale che metta in primo piano diritti, dignità, coesione e solidarietà.

27 e 28 Novembre. “SULLA ROTTA BALCANICA ” CONVEGNO INTERNAZIONALE (ONLINE)

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in collaborazione con il Festival S/Paesati
con il patrocinio dell’Università degli Studi di Trieste

Online, in diretta da Trieste, 27 e 28 novembre 2020 sulla pagina facebook di RiVolti ai Balcani

 

PRIMA GIORNATA – venerdì 27 novembre 2020 ore 15.30-18.30

  • Saluti di Sabrina Morena, rappresentante dell’Associazione culturale “S/paesati”
  • Intervento di David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo*
  • Introduzione generale ai lavori da parte di “Rivolti ai Balcani”, Matej Iscra di ICS – Consorzio italiano di solidarietà, Ufficio Rifugiati Trieste
  • Intervento di Fabio Spitaleri, professore associato in Diritto dell’Unione Europea presso il corso di Scienze Internazionali dell’Università di Trieste
  • Intervento di Felipe González Morales, ONU Special Rapporteur on the human rights of migrants*
    *da confermare

Relazioni di approfondimento

Modera: Nicole Corritore, giornalista di OBC Transeuropa

  1. La rotta balcanica nel contesto europeo della gestione delle politiche in materia di asilo e migrazione
  2. Cosa sono le riammissioni nel quadro giuridico europeo? A che condizioni sono possibili e quando invece sono illegali
  3. Le riammissioni dei richiedenti asilo e la violazione del diritto internazionale e dell’Unione Europea al confine orientale italiano
  4. La catena di riammissioni illegali tra Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina
  5. Le violenze e le torture perpetrate contro i migranti in Croazia e le responsabilità della UE
  6. Il sistema dei campi per migranti in Bosnia tra degrado e negazione dei diritti fondamentali

Relatori:

  • Massimo Moratti, vice direttore dell’ufficio per l’Europa e responsabile per i Balcani – Amnesty International
  • Maddalena Avon, CMS – Centar za mirovne studije (Centro per la Pace) di Zagabria
  • Katarina Bernard, portavoce PIC – Pravno-informacijski center nevladnih organizacij (Centro legale di informazione per le organizzazioni umanitarie) di Lubiana
  • Anna Brambilla, avvocata ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione
  • Silvia Maraone, project manager Ong IPSIA – Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI
  • Radoš Djurović, portavoce di APC/CZA Centar za zaštitu i pomoć tražiocima azila (Asylum Protection Center) Belgrado e Jasmin Redjepi, Ong Legis Skopje
  • Nidžara Ahmetašević, giornalista, Sarajevo
  • Nello Scavo, giornalista di Avvenire*
  • Alessia Di Pascale, professore associato Dipartimento di Diritto Pubblico Italiano e Sovranazionale dell’Università di Milano

* da confermare

SECONDA GIORNATA – sabato 28 novembre ore 10.00-13.00

Tavola rotonda

Intervento di Dunja Mijatović, Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa*
Coordina: Duccio Facchini, direttore della rivista Altreconomia

Temi:

  1. Come porre fine al sistema delle riammissioni a catena nei paesi UE. Quali azioni politiche e giudiziarie
  2. La riforma del sistema asilo nella UE e le modifiche normative necessarie ad evitare che le riammissioni siano usate come strumento di elusione delle normative dell’Unione in materia di asilo
  3. Per una protezione più efficace dei rifugiati nei paesi balcanici non UE

Interventi

  • Simon Campbell, portavoce di Border Violence Monitoring Network
  • Pierfrancesco Maiorino, deputato al Parlamentare Europeo
  • Tania Fajon, deputata al Parlamento Europeo
  • Riccardo Magi, deputato al Parlamento italiano
  • Lora Vidović, Ombudwosman della Repubblica di Croazia*
  • Pietro Bartolo, deputato al Parlamentare Europeo
  • Chiara Cardoletti, rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino UNHCR – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati
  • Gianfranco Schiavone, presidente di ICS – Consorzio italiano di solidarietà e componente del direttivo ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione
  • Matteo Orfini, deputato al Parlamento italiano
  • Selma Mešić, Greece and Balkans Coordinator – Refugee Rights Europe*
  • *
    A causa delle misure di sicurezza sanitaria adottate in relazione all’emergenza COVID-19, la conferenza si terrà online in diretta Youtube sul canale di Osservatorio Balcani e Caucaso.
    :
    Rete RiVolti ai Balcani
    e-mail: rete.rivoltiaibalcani@gmail.com
    tel: 0039/040/34.76.377 (ICS Office, Trieste)
    Twitter: @RivoltiB

Per rompere il silenzio sulla “rotta balcanica”, denunciare quanto sta avvenendo in quei luoghi e lanciare chiaro il messaggio che i soggetti vulnerabili del “the game” non sono più soli, nell’autunno del 2019 è nata la rete “RiVolti ai Balcani”, composta da oltre 36 realtà e singoli impegnati nella difesa dei diritti delle persone e dei principi fondamentali sui quali si basano la Costituzione italiana e le norme europee e internazionali.
̀
ADL a Zavidovici, Altreconomia, Amnesty Brescia, Amnesty International Italia, ARCI Spazio Condiviso, Articolo 10, ASGI, Associazione Almaterra Torino, Associazione Lungo la rotta balcanica, Associazione Lutva, Associazione Mamre Borgomanero, Associazione Mir Sada, Babelia Progetti Culturali, Carovane Migranti, Centro Asteria, Cooperativa Kemay, CRI Arona, Easo Brescia, Emmaus Ferrara, FEM, Fondazione Internazionale Il Giardino delle Rose Blu, ICS Trieste, IPSIA Acli, Linea d’ombra ODV, MEDU, One Bridge to Idomeni, Ospiti in arrivo Udine, Osservatorio Balcani Caucaso, Progetto Melting Pot Europa, Q Code, Qui Lecco Libera, SOS Diritti Venezia, TojeTO, Umanità IninterRotta, Volontari Rete Milano

Covid-19: esclusi centinaia di medici e infermieri stranieri dai concorsi

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Inspiegabile, c’è carenza di personale sanitario. Si applichi la norma che prevede l’assunzione anche di coloro che hanno un regolare permesso di soggiorno.

Da settimane le autorità sanitarie denunciano la carenza di medici e infermieri che sarebbe necessario assumere per rispondere all’emergenza COVID.

Non ultime le dichiarazioni dell’assessore della regione Lombardia, Giulio Gallera, e del presidente della commissione regionale Sanità del Piemonte, Alessandro Stecco,  che hanno chiesto aiuto alle ONG, agli specializzandi e ai medici in pensione1.

Eppure da marzo 2020 grazie all’art. 13 del “Decreto Cura Italia”, convertito in Legge n. 27/2020, possono essere assunti “alle dipendenze della pubblica amministrazione per l’esercizio di professioni sanitarie e per la qualifica di operatore socio-sanitario… tutti i cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione europea, titolari di un permesso di soggiorno che consente di lavorare, fermo ogni altro limite di legge”.

Inspiegabilmente, le amministrazioni di Ospedali e Azienda sanitarie stanno completamente ignorando questa disposizione e continuano a bandire concorsi che, quanto ai medici, richiedono il requisito della “cittadinanza italiana o di paesi dell’Unione Europea e, quanto al restante personale sanitario (infermieri, OSS, ASA ecc.)  prevedono i requisiti previsti dall’art. 38 Testo Unico del pubblico impiego escludendo pertanto i cittadini extra UE che non siano soggiornanti di lungo periodo.

Tutto questo accade in Lombardia, in Lazio,  in Piemonte , in Basilicata, nel Molise, in Sicilia, in Calabria.

Secondo l’Amsi (Associazione medici stranieri in Italia) in Italia sono presenti circa 77.500 persone aventi cittadinanza straniera con qualifiche sanitarie: tra cui 22mila medici, 38mila infermieri, e poi fisioterapisti, farmacisti, odontoiatri e altri professionisti della sanità. Ma tra questi numeri piuttosto consistenti, solo il 10% riesce ad accedere a posti di lavoro nell’ambito della Sanità pubblica2.

Peraltro, per quanto riguarda i medici, la situazione era già in precedenza del tutto illogica perché da un lato i posti di lavoro che richiedono la qualifica dirigenziale (e quindi anche tutti i posti di lavoro di medico) dovrebbero essere riservati – secondo il DPCM 174/94 – ai soli cittadini italiani, con esclusione, quindi, persino dei cittadini UE; dall’altro il Consiglio di Stato ha già sancito in più occasioni che il predetto DPCM è illegittimo per contrasto con il Trattato dell’Unione e deve pertanto essere rivisto.

Occorre quindi porre mano rapidamente alla materia e darle un nuovo assetto, che tenga conto del contributo che i sanitari stranieri possono dare nell’emergenza, ma anche del dovere della pubblica amministrazione di garantire – nell’interesse della collettività – l’accesso ai posti di lavoro ai più capaci e meritevoli, senza distinzioni di cittadinanza.

Per questi motivi le associazioni ASGI, LUNARIA e il movimento ITALIANI SENZA CITTADINANZA

chiedono:

  • Al Ministero della Sanità e della Pubblica Amministrazione di intervenire immediatamente presso gli enti del SSN affinché, nella fase di emergenza, garantiscano il rispetto dell’art. 13 citato, consentendo l’accesso alle professioni sanitarie a tutti gli stranieri titolari di un permesso di soggiorno che consente di lavorare.
  • Al Governo di modificare il DPCM 174/94 per renderlo conforme ai principi fissati dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato e dunque escludendo i posti di lavoro dei medici da quelli riservati ai cittadini, quantomeno quando detti posti di lavoro non comportino in via esclusiva e continuativa l’esercizio di pubbliche funzioni
  • Al Parlamento di estendere gli effetti dell’apertura di cui al citato art. 13, oltre il periodo di emergenza, essendo del tutto illogico che la possibilità del cittadino straniero di concorrere a un posto di lavoro sia limitata al solo periodo di emergenza.

Photo by SJ Objio on Unsplash

Note:

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Modifiche ai decreti sicurezza: le proposte che ASGI ha presentato al Parlamento

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Le osservazioni Sono state presentate in audizione alla 1° Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati giovedì 5 novembre 2020. ASGI: “Alcune luci e molte ombre nel decreto-legge n. 130/2020 in materia di immigrazione e asilo. E’ indispensabile fare subito modifiche importanti”

Una presentazione sintetica e una lista di emendamenti con cui, punto per punto, vengono spiegati gli aspetti illegittimi delle norme del nuovo D.L. e delle norme del D.L. n. 113/2018 non toccate dal nuovo decreto e dove si presentano altre nuove proposte normative innovative ed urgenti nelle materie del decreto-legge.

In un documento di 25 pagine ASGI ha elaborato le proprie proposte emendative alla legge di conversione del decreto-legge n. 130 del 2020 che contiene le modifiche ai cd Decreti sicurezza.

Questo documento verrà illustrato in Parlamento, dinanzi alla I Commissione Affari costituzionali che ne ha iniziato l’esame e che procederà la prossima settimana ad un ciclo di audizioni informali .

Qui trovate il documento completo e di seguito riportiamo la presentazione.


Alcune luci e molte ombre nel decreto-legge n. 130/2020 in materia di immigrazione e asilo. E’ indispensabile fare subito modifiche importanti

Il Decreto-legge n. 130/2020 in materia di immigrazione e asilo presenta aspetti assai eterogenei e contraddittori: alcune luci e molte ombre che esigono immediate modifiche importanti in sede di conversione in legge.

Il decreto pare spinto dall’idea di dover recepire le osservazioni presidenziali fatte al momento dell’emanazione del decreto-legge n. 113/2018.

In effetti positivamente ripristina l’esigenza di non rifiutare il permesso di soggiorno allorché si debba dare attuazione a obblighi costituzionali e internazionali, anche se non mancano difetti di coordinamento, a cui occorre rimediare: in tal senso doverosa appare l’estensione del divieto di respingimento e di espulsione anche al rischio di subire trattamenti inumani e degradanti, di per sé già impedito per effetto dell’art. 3 CEDU e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Particolarmente positiva e conforme all’esperienza di altri Stati europei è l’espressa menzione del rilascio di un permesso di soggiorno per protezione speciale allorché si debba garantire il diritto al rispetto della vita privata e familiare della persona (previsto dall’art. 8 CEDU), tenendo conto della effettiva integrazione sociale dello straniero nel territorio italiano, anche al di fuori di una procedura di protezione internazionale.

Senz’altro positivi, nell’ottica di una flessibilizzazione del regime dei permessi di soggiorno, sono il raddoppio a due anni della durata del permesso di soggiorno per protezione speciale e la convertibilità in permesso di soggiorno per lavoro di numerosi altri permessi (protezione speciale, calamità, assistenza minori, lavoro artistico, ricerca scientifica, acquisto della cittadinanza e dell’apolidia, motivi religiosi).

Entrambi questi cambiamenti potranno migliorare e stabilizzare la condizione giuridica concreta di un notevole numero di stranieri ed eviteranno inutili procedure amministrative e giudiziarie.

Altrettanto positive, nell’ottica di assicurare un’effettiva accoglienza e assistenza conformi agli standard previsti dalle norme europee, sono le norme del decreto-legge che riordinano e potenziano il sistema di accoglienza, anche se non si prevede un sistema effettivamente diffuso in ogni ente locale ed appare irragionevole l’esclusione dal sistema di accoglienza di alcuni titolari di protezione speciale.

In ogni caso il decreto-legge non muta la volontarietà dell’adesione di ogni Comune a singoli progetti di accoglienza. Oggi un comune può decidere di aderire o di non aderire al sistema, sicché il modello di “accoglienza diffusa” continua, come in passato, a dipendere da quel modello che a sua volta dipende da una volubile volontà politica locale. Finché non sarà affrontato anche questo tema il nuovo sistema SAI (ex-sprar) e i centri di accoglienza straordinari conviveranno. Fin dal 2015 ASGI aveva proposto che, in conformità all’art. 118 della Costituzione, ad ogni Comune venisse attribuita la funzione amministrativa della gestione dell’accoglienza nei confronti dei richiedenti asilo, nei limiti di criteri e procedure previste dalla norma e di un coordinamento da parte dello Stato e con le regioni.

Assai criticabile è la scelta del decreto-legge di non modificare sostanzialmente la disciplina delle procedure accelerate per l’esame delle domande di protezione internazionale nelle zone di transito e frontiera, che furono introdotte con il d.l. n. 113/2018: ciò determina una mortificazione del diritto di asilo, perché può favorire abusi e comporta comunque una riduzione drastica dei diritti di una parte notevole dei richiedenti nella fase dell’esame amministrativo delle domande.

Anche con le nuove norme del decreto-legge la domanda di protezione internazionale presentata dopo l’espulsione dallo straniero – fermato per avere eluso o tentato di eludere i controlli di frontiera o subito dopo (il testo della norma è sul punto così vago che si presta ad elusioni e discrezionalità massicce) – è esaminata con procedura sommaria. Inoltre si prevede il trattenimento non solo nei centri di permanenza per il rimpatrio, ma anche in non meglio precisate strutture a disposizione della pubblica sicurezza, nelle vicinanze delle frontiere e inaccessibili di fatto a difensori e organizzazioni di tutela dei diritti. Tutte queste norme sono illegittime perché violano le garanzie costituzionali della riserva assoluta di legge in materia di libertà personale e consentono un trattenimento generalizzato della gran parte dei richiedenti asilo, in palese contrasto con la direttiva Ue in materia di accoglienza.

Il decreto-legge, inoltre, prevede in modo condivisibile una riduzione della durata complessiva massima del trattenimento nei centri di permanenza per il rimpatrio dello straniero, ma poi prevede norme incostituzionali – in violazione della presunzione costituzionale di non colpevolezza degli imputati e della riserva di legge in materia di stranieri – con riferimento agli stranieri arrivati in frontiera che possono essere trattenuti a lungo in un c.p.r., ovvero in un altro centro non meglio precisato, periodo durante il quale la loro domanda di asilo è esaminata con una procedura velocissima, senza garanzie, anche considerato che i richiedenti sono isolati e non hanno la possibilità concreta di essere assistiti da un avvocato o dalle organizzazioni umanitarie.

Occorre invece ricordare che la procedura relativa alla presentazione della domanda di protezione internazionale in frontiera finisce per applicarsi assai spesso a persone traumatizzate dal viaggio ed alle quali deve essere in ogni caso garantito un esame adeguato della domanda di protezione internazionale, nel pieno rispetto delle garanzie e dei diritti previsti disposizioni nazionali e dell’Unione Europea.

Il decreto-legge non abroga, inoltre, l’introduzione nell’ordinamento italiano (avvenuta col d.l. n. 113/2018) della nozione di “Paese di origine sicuro”, la cui individuazione è effettuata sulla base di criteri vaghi e con decisione del solo Governo, in violazione delle norme costituzionali che esigono che solo la legge disciplini la condizione dello straniero e in violazione del divieto di discriminare i rifugiati secondo il Paese di origine, previsto dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato.

Il decreto-legge non abroga neppure l’istituto – introdotto sempre dal d.l. n. 113/2018 – della revoca della cittadinanza italiana per gravi reati commessi dallo straniero che ha acquisito la cittadinanza: in violazione dell’art. 22 Cost., era stata introdotta la revoca della cittadinanza per motivi politici allorché fosse stata acquisita alla maggiore età o per matrimonio o per lunga residenza, così creando una discriminazione incostituzionale tra cittadini a cui mai sarà revocata la cittadinanza italiana anche se commetteranno reati e cittadini a cui sarà revocata per il solo fatto di averla acquisita dopo la nascita

Perdura nel decreto-legge una abnorme, immotivata e irragionevole durata – fino a 3 anni – dei procedimenti amministrativi concernenti le domande di attribuzione e di concessione della cittadinanza italiana, che prima del d.l. n. 113/2008 era di 2 anni. Occorre invece limitare la discrezionalità amministrativa, anche con altre norme, in materia di cittadinanza.

Perdura infine anche nel nuovo decreto-legge la sanzione nei confronti delle imbarcazioni che soccorrono migranti in mare che da amministrativa diventa penale e resta, seppure attenuato, il principio secondo cui il Governo può vietare a una nave l’ingresso nelle acque territoriali perché ritiene che ci sia stata una violazione del diritto dell’immigrazione. Il nuovo decreto-legge prevede che il coordinamento dei soccorsi si debba attuare nel rispetto del diritto internazionale del mare e dello statuto dei rifugiati, ma perdura il rischio che sia paradossalmente inflitta una sanzione alla ONG o ad altri soggetti privati che hanno operato in attuazione delle norme del diritto internazionale del mare, ma che magari non hanno rispettato le indicazioni ricevute dalla Guardia costiera del Paese competente, che ordinava di riportare i soccorsi in un paese, come la Libia, in cui sicuramente rischiano di subire torture o trattamenti inumani o degradanti senza alcuna garanzia giuridica, come ripetono da anni i rapporti dell’ONU.

Il decreto-legge non modifica neppure le norme introdotte dal d.l. n. 113/2018 che hanno molto aumentato i reati ostativi al riconoscimento della protezione internazionale, con conseguenze procedurali anche per chi non sia ancora condannato definitivamente, in violazione del principio costituzionale di non colpevolezza fino alla condanna definitiva, tra i quali spicca il reato di minaccia a pubblico ufficiale che può essere usato in modo improprio e non è certo un reato che minacci la collettività e perciò dovrebbe essere espunto in quanto la sua configurazione come causa ostativa non appare conforme alla Direttiva UE sulle qualifiche di protezione internazionale.

Nel decreto-legge mancano in conclusione anche norme che ripristinino l’appello contro le sentenza in materia di asilo e norme che riformino la disciplina dei flussi di ingresso per lavoro e che consentano il rilascio di visti di ingresso per asilo che consentirebbe un ingresso regolare ed eviterebbe alle persone costrette a fuggire da un Paese in cui i loro diritti fondamentali sono violati di mettere a repentaglio la propria vita e di farsi usare da sfruttatori per riuscire ad entrare illegalmente nel territorio italiano per poter esercitare un loro diritto costituzionale.

Per questi motivi ASGI presenta di seguito alcune proposte emendative alla legge di conversione in legge del decreto-legge (con le spiegazioni in corsivo), con i quali

  1. si sopprimono tutti gli aspetti illegittimi delle norme del nuovo d.l. n. 130/2030 e delle norme del d.l. n. 113/2018 non toccate dal nuovo decreto e
  2. si prevedono anche altre nuove proposte normative innovative ed urgenti nelle materie del decreto-legge.

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Inchiesta dell’Ue: complicità europea nella violenza delle forze croate contro migranti e rifugiati

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L’Ufficio del difensore civico europeo ha annunciato, su sollecitazione di Amnesty International, l’apertura di un’inchiesta sulle possibili responsabilità della Commissione europea nel mancato rispetto dei diritti dei migranti e dei rifugiati da parte delle autorità della Croazia, nel corso di operazioni di frontiera finanziate dall’Unione europea.

In questi anni Amnesty International e altre organizzazioni hanno denunciato numerose violazioni dei diritti umani, tra cui pestaggi e torture, di migranti e rifugiati da parte delle forze di polizia croate, i cui stipendi sono in parte pagati dall’Unione europea. Dunque, è importante che si accerti perché la Commissione europea continui a consentire che i suoi fondi siano utilizzati senza pretendere il rispetto dei diritti umani”, ha dichiarato Eve Geddie, direttrice di Amnesty International presso le Istituzioni europee.

Proseguendo a finanziare operazioni del genere e dando via libera all’accesso della Croazia all’area Schengen, la Commissione viene meno al dovere di controllare come venga utilizzata l’assistenza europea e fa capire che gravi violazioni dei diritti umani possono andare avanti senza sollevare obiezioni”, ha aggiunto Geddie.

Già nel settembre 2020, la Commissione aveva ignorato le denunce di violazioni dei diritti umani da parte della polizia croata. Amnesty International aveva anche rivelato che la Commissione aveva evitato di istituire un Meccanismo indipendente di monitoraggio che avesse lo scopo garantire che le misure adottate dalla Croazia lungo i propri confini, in larga parte finanziate dai fondi di emergenza all’assistenza dell’Unione europea, rispettassero i diritti umani.

Dal 2017 la Croazia è beneficiaria di oltre 108 milioni di euro del Fondo Asilo, migrazione e integrazione e ha ricevuto altri 23,3 milioni di euro dai fondi di emergenza destinati all’assistenza. Dallo stesso anno, le organizzazioni per i diritti umani denunciano pestaggi, distruzione dei beni personali e trattamenti umilianti (come l’obbligo di togliersi vestiti e scarpe e camminare per ore sulla neve o sui letti ghiacciati dei fiumi) ai danni di donne e uomini migranti, anche molto giovani.

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Su Melting Pot è presente un’ampia documentazione sulle violenze perpetrate dalla polizia croata, tra i molti report consigliamo la lettura dei rapporti del Border Violence Monitoring Network (BVMN).