NEWSLETTER RETE DASI FVG

Home Blog Pagina 3

Respingimenti illegali e violenze ai confini. Regione balcanica, novembre 2020

0
Sommario generale

Il Border Violence Monitoring Network ha pubblicato 29 testimonianze di violenti respingimenti avvenuti a novembre, che hanno incluso gravi livelli di abusi fisici, psicologici e strutturali. Le testimonianze raccolte sul campo riportano l’esperienza di 951 migranti. La presente relazione offre un’analisi delle tendenze osservate in ciascuno di questi resoconti, mostrando le modalità con cui le forze dell’ordine effettuano violente espulsioni collettive ai confini dell’UE.

Il mese scorso, i membri di BVMN hanno documentato espulsioni ed abbandoni di migranti vulnerabili sia nel Mar Egeo che al confine terrestre tra Grecia e Turchia.

Questo rapporto considera il modo in cui i migranti stanno pagando le spese delle dispute tra le autorità greche e turche, che hanno portato all’abbandono di alcune persone su un’isola nel fiume Evros/Meriç per svariati giorni. Al confine marittimo i giornalisti hanno descritto il modo in cui le imbarcazioni di salvataggio vengono lasciate alla deriva dalla guardia costiera ellenica. Fanno da sfondo a queste violazioni alcuni documenti che dimostrano il coinvolgimento diretto del personale greco e di Frontex nei respingimenti. Il report si concentra anche sulla criminalizzazione dei gruppi di monitoraggio, e sulla situazione precaria delle comunità migranti a Salonicco.

Per quanto riguarda la Croazia, a novembre sono state pubblicate prove video che mostrano le modalità di respingimento al confine verde con la Bosnia-Erzegovina. Viene condivisa inoltre la reazione degli autori dei fatti e delle persone che hanno subito le violenze, insieme alle recenti prove di respingimenti familiari in un vicino tratto di confine, e a un resoconto di una persona trans a cui le autorità croate hanno negato l’asilo. Il rapporto esamina anche il calo degli arrivi in Bosnia-Erzegovina e la situazione di tensione a Sarajevo con l’arrivo dell’inverno.

In Serbia, testimonianze e osservazioni sul campo raccolte nell’ultimo mese descrivono i respingimenti sistematici effettuati intorno ai valichi di Kelebia e Röszke al confine con l’Ungheria. Proseguono inoltre gli sgomberi a Vojvodina, nel nord della Serbia, dove un insediamento improvvisato vicino a Šid ha subito uno sgombero mirato da parte della polizia serba. I giornalisti presenti sul campo hanno anche parlato con persone che sono state violentemente respinte dalla Romania in Bulgaria, detenute e molestate sessualmente dagli agenti in una struttura di detenzione a Lyubimets. La precarietà del transito nei Balcani è stata ulteriormente evidenziata da un respingimento a catena dalla Bulgaria alla Turchia (attraverso la Grecia), che mostra la natura della “solidarietà” tra gli Stati membri dell’UE, propagandata nel nuovo Patto sull’asilo e la migrazione.

Infine, BVMN ha documentato quattro casi di respingimenti marittimi attraverso il mare Adriatico effettuati a novembre dalle autorità italiane. Se si considera l’aumento dei respingimenti a catena attraverso Slovenia e Croazia e il peggioramento delle condizioni di accoglienza in città come Trieste, con l’avanzare dell’inverno le prospettive della situazione alle frontiere interne ed esterne dell’UE rimangono desolanti.

BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali tra cui: No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious, Mobile InfoTeam, Josoor, [re:]ports Sarajevo, InfoKolpa, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, Collective Aid e Fresh Response.

Sommario generale
Generale
Rete di testimonianze
Metodologia
Terminologia
Abbreviazioni

- Tendenze nella violenza alle frontiere
Persone bloccate sul fiume Evros / Meriç
Prove video di un respingimento croato
Respingimenti di famiglie vicino a Bojna
Detenzione in Bulgaria
Respingimenti a catena in Turchia
Croazia nega l’asilo a una persona trans
Continuano i respingimenti sull’Adriatico
Violenza al confine ungherese

- Aggiornamento sulla situazione
Grecia
• Aggiornamento sulla situazione a Salonicco
• Criminalizzazione della solidarietà
• Respingimenti nell’Egeo e coinvolgimento di Frontex
Italia
• Aumento dei respingimenti a catena
• Inverno a Trieste
Bosnia-Erzegovina
• Calo degli arrivi in Bosnia-Erzegovina
• Proteste dopo l’assassinio di una persona a Sarajevo
Serbia
• Ministero guida lo sgombero di un campo improvvisato
- Glossario delle relazioni, novembre 2020

Generale

Rete di testimonianze
BVMN è un progetto collaborativo tra più organizzazioni di base e ONG che lavorano lungo la rotta dei Balcani occidentali e in Grecia, documentando le violazioni perpetuate ai confini contro i migranti. I membri delle organizzazioni utilizzano un database comune come piattaforma per raccogliere testimonianze di respingimenti illegali collezionate attraverso interviste.

Terminologia
Il termine pushback è una componente chiave della situazione che si è venuta a creare lungo i confini dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Pushback descrive l’espulsione informale (senza giusto processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro paese. È in contrasto con il termine “deportazione”, che è condotta all’interno di un quadro giuridico. I pushback sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, del regime migratorio dei paesi dell’UE e di altri paesi.

Metodologia
Il processo metodologico delle interviste sfrutta lo stretto contatto sociale che i nostri volontari sul campo hanno con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti ai confini. Quando gli individui tornano con lesioni significative o storie di abusi, uno dei volontari addetti alla segnalazione delle violenze si siede con loro per raccogliere una testimonianza. Anche se la raccolta di testimonianze in sé si rivolge di solito ad un gruppo non più grande di cinque persone, i racconti possono riguardare anche gruppi di 50 persone. Le interviste hanno una struttura standardizzata che unisce la raccolta di dati reali (date, geo-localizzazioni, descrizioni degli agenti di polizia, foto di lesioni / referti medici, ecc.) a testimonianze aperte delle violenze.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia-Erzegovina
HR – Croazia
SRB – Serbia
SLO – Slovenia
ROM – Romania
HUN – Ungheria
ITA – Italia
MNK – Macedonia del nord
ALB – Albania
GRK – Grecia
TUR – Turchia
EU – Unione Europea

Tendenze nella violenza alle frontiere

Persone bloccate sul fiume Evros / Meriç

A novembre, BVMN ha registrato diversi incidenti in cui militari turchi hanno arrestato gruppi di migranti che erano appena stati respinti dalla Grecia, costringendoli successivamente a tornare in territorio greco. Questa pratica era già stata documentata nella primavera del 2020, ma da allora non si era più verificata regolarmente. Negli ultimi due mesi invece gruppi di migranti sono rimasti bloccati di nuovo sulle isole del fiume Evros/Meriç per giorni, a temperature gelide, senza cibo né acqua.

In primavera, il membro di BVMN Josoor ha ricevuto segnalazioni relative al caso di un pakistano di 16 anni che si presume sia annegato dopo essere stato lasciato su un’isola di Evros/ Meriç. A novembre, BVMN ha registrato altri tre casi in cui i testimoni hanno riferito di essere rimasti bloccati su un’isola per diversi giorni. BVMN è stata in grado di identificare due delle isole su cui le persone sono spesso costrette a rimanere; una si trova vicino al valico di frontiera di Kapikule (vedi 10. 6) e un’altra più a sud.

L’11 novembre Josoor è stato contattato da un gruppo di 70 persone da un’isola di Evros/Meriç. 60 persone erano state abbandonate su quest’isola per tre giorni dopo il respingimento dalla Grecia. Altre 10 erano state respinte il giorno prima. Ogni volta che hanno cercato di attraversare uno dei due confini, sono stati bloccati da agenti greci e turchi che li hanno minacciati con fucili, o sparando colpi.

Ciò è conforme a due recenti tendenze che i giornalisti hanno rilevato nella zona. In primo luogo, le forze di confine greche sembrano aver cambiato la procedura di respingimento; costringono le persone a raggiungere il fiume Evros/Meriç e poi ordinano loro di saltare in acqua (invece di spingerli verso la riva turca come facevano prima). In secondo luogo, l’esercito turco che pattuglia il confine costringe quasi tutti i gruppi che incontra ad attraversare il fiume fino a raggiungere la Grecia, facendo qualche volta eccezione per le famiglie con bambini piccoli o per i feriti gravi.
Tuttavia, nel caso registrato su video a novembre, non è stata mostrata tale indulgenza.

Tra le persone rimaste bloccate c’era anche una donna incinta (Fonte: Josoor)

Un’altra Ong contattata dal gruppo, AlarmPhone, ha allertato le autorità greche e turche. Josoor ha pubblicato filmati inviati dal gruppo e ha contattato diversi eurodeputati per avvisarli dell’incidente in corso. Poiché Frontex ha un ufficio di collegamento in Turchia ed Evros è un’area operativa di Frontex, BVMN ha inoltre allertato l’agenzia con una lettera urgente e diversi follow-up. In una risposta arrivata due giorni dopo, e solo dopo che il gruppo aveva finalmente potuto lasciare l’isola e raggiungere la Turchia, il direttore di Frontex Fabrice Leggeri si è sottratto alle sue responsabilità. La lettera affermava che gli agenti di Frontex non si trovavano nella zona in quel momento, ma che l’agenzia aveva allertato i loro omologhi greci che avevano confermato avvistamenti di persone sull’isola. Quindi, Frontex si è limitata a chiedere conferma agli autori originari del respingimento, non riuscendo a garantire che i pattugliamenti di frontiera fossero condotti nel rispetto dei diritti fondamentali.

Prove video di un respingimento croato

Gruppo vittima di respingimento mostrato con il consenso del testimone (Fonte: NNK/BVMN)

A novembre è stata pubblicata una sorprendente ricostruzione visiva di un violento respingimento al confine croato-bosniaco. Con la guida di No Name Kitchen, per conto di BVMN, sono state utilizzate tecniche open source per analizzare e verificare materiale video e fotografie provenienti dall’area di confine, che mostrano in dettaglio agenti croati mascherati che respingono violentemente le persone attraverso il confine verde. Il filmato in questione è stato ripreso a marzo da un membro di un gruppo di migranti che ha documentato la propria violenta espulsione.

I metadati del telefono di questa persona, grazie all’utilizzo di tecniche di stiching, hanno permesso di collocare il sito di pushback in una zona del fiume Glina vicino al villaggio bosniaco di Poljana. Questo è stato poi confermato anche dai bosniaci del posto che hanno soccorso il gruppo ferito offrendoli del cibo dopo il respingimento.

Nel video, un ferito in primo piano viene supportato da altri due uomini mentre zoppicano lontano dal confine croato. Sullo sfondo, sulla riva opposta del fiume, quattro agenti, tre con passamontagna neri, sono schierati al confine. Gli agenti indossano delle uniformi che sembrano corrispondere a quelle della polizia di frontiera croata, della polizia speciale e delle unità di intervento. Uno di loro ha un grosso bastone, mentre un altro brandisce una frusta improvvisata fatta di un bastone con una corda legata all’estremità.

Il testimone presente in primo piano nel video sta gridando di dolore, ha i vestiti bagnati fradici e non indossa scarpe. In un’intervista effettuata dopo il pushback, un testimone facente parte del gruppo respinto ha descritto il modo in cui tutti loro sono stati spogliati e picchiati dagli agenti:

Ci picchiavano dappertutto, testa, gambe, braccia, ovunque.

Queste testimonianze sono confermate pochi istanti dopo, quando altri agenti che sembrerebbero della polizia croata arrivano sulla scena. Mentre la telecamera continua a filmare la riva opposta, si aggiungono altri quattro agenti che scortano una fila di tre detenuti. Uno, con un passamontagna e una giacca verde oliva (identica alle uniformi indossate dalla polizia speciale croata) usa un grosso bastone per colpire uno dei detenuti sul busto. Un altro agente più vicino al confine e consapevole della telecamera, avvisa i colleghi di fermare temporaneamente il respingimento. Ma il filmato continua, e lo spettatore può vedere i membri del secondo gruppo di migranti mentre vengono inseguiti con armi lungo la riva del fiume in territorio bosniaco.

Il video è stato analizzato anche in un report speciale di der Spiegel. Sebbene già in passato BVMN, il Guardian e l’SRF abbiano analizzato importanti video di respingimenti, questo rappresenta una prova unica, che conferma i resoconti di migliaia di persone che sono state oggetto di violente espulsioni illegali al confine croato. Lavorando insieme a der Spiegel e SRF, si è potuto ricostruire l’intero pushback, confermando che il gruppo era stato inizialmente trattenuto a Kočevje in Slovenia, prima di subire un respingimento a catena.

Con una risposta che ha dell’incredibile il ministero dell’Interno croato (MUP) ha dichiarato di non aver registrato alcun incidente del genere, e che i responsabili presenti nel video non erano in realtà agenti di polizia croati. Questo fa sorgere spontanea una domanda: quale supervisione hanno le autorità sull’attività di agenti mascherati che compiono atti di tortura e violenza all’interno del territorio e ai confini di Stato? Sulla questione della vigilanza, l’affermazione del MUP mette la Croazia a rischio, con l’ammissione che nessun meccanismo indipendente di monitoraggio delle frontiere è stato ancora istituito.

Nonostante abbia ricevuto 6,8 milioni di euro nel 2018 dalla Commissione UE, che vincolava ad attuare tale sorveglianza, il l’MUP ha annunciato solo adesso la propria disponibilità a creare il meccanismo sulla scia del recente video, confermando così apertamente che fino a questo momento nessuno strumento indipendente era stato creato per monitorare il rispetto dei diritti fondamentali.

L’inchiesta è arrivata anche a Bruxelles, e con essa anche la risposta della Commissaria Europea per gli Affari Interni Ylva Johannsen, che ha dichiarato: “Se vero, ciò che viene mostrato è ovviamente inaccettabile. Le persone non possono essere picchiate alla frontiera. Ci devono essere delle conseguenze.” Accanto alle prove video e alle centinaia di testimonianze di prima mano raccolte da BVMN, questo filmato è una prova schiacciante del modello quotidiano di violenza utilizzato contro i migranti al confine croato.

Respingimenti di famiglie vicino a Bojna

I respingimenti al confine intorno all’area di Velika Kladuša coinvolgono sempre più le famiglie, tra cui le più vulnerabili: minori non accompagnati, bambini, neonati, donne incinte, anziani ed infermi. Circa due mesi fa, il team di No Name Kitchen a Velika Kladuša ha notato un aumento degli arrivi di famiglie lungo il confine croato-bosniaco nell’insediamento di Bosanska Bojna. Le difficoltà di attraversamento della Croazia, caratterizzate da continui e violenti respingimenti, hanno costretto le famiglie ad accamparsi a 300 metri dal confine. In totale, più di 50 famiglie, circa 250 persone, si sono stabilite in una serie di case abbandonate lungo un tratto di strada di un chilometro. La stragrande maggioranza delle famiglie provengono dall’Afghanistan, e molte sono passate attraverso il campo di Moria sull’isola greca di Lesbo.

Bambino con un cellulare rotto (Fonte: No Name Kitchen)

Durante i numerosi tentativi di attraversare il confine, le famiglie, comprese quelle con neonati e anziani, sono state oggetto di violenza per mano della polizia croata (vedi 6.3). Se nella maggior parte dei casi le famiglie non vengono direttamente picchiate dalla polizia, vengono comunque abusate e umiliate in altri modi. Donne e madri hanno riferito di essere state accuratamente perquisite e toccate ovunque. Durante questa procedura, le donne musulmane affermano di essere state costrette a togliere i loro hijab di fronte ad agenti maschi. Inoltre, gli agenti hanno perquisito i pannolini dei neonati pensando che i genitori vi avessero nascosto soldi o cellulari.

Durante i respingimenti le famiglie sono state anche costrette a consegnare i sacchi a pelo e gli zaini contenenti acqua e cibo. In alcuni casi hanno riferito di aver dovuto consegnare le giacche e i lacci delle scarpe agli agenti, anche se la temperatura esterna era sotto lo zero. Gli agenti di polizia hanno poi dato fuoco agli effetti personali delle famiglie, una pratica standard particolarmente pericolosa per i gruppi vulnerabili, come quelli con neonati. Le conseguenze di queste azioni sono traumatiche, e molti genitori raccontano che i bambini hanno più paura del buio, hanno difficoltà a dormire o improvvisamente si svegliano piangendo durante la notte.

Il 2 dicembre, con l’arrivo della prima neve in Bosnia-Erzegovina nord-occidentale, le famiglie si sono unite per protestare sia contro le loro condizioni di vita che contro la violenza della polizia croata. Un grande gruppo di circa 200 persone ha camminato fino al vicino confine cercando di attraversarlo, ed è stato fermato sia dalla polizia speciale croata che dalla polizia di frontiera. Il giorno dopo il gruppo è stato trasferito di forza dalle case a Bojna verso i campi per le famiglie.

Detenzione in Bulgaria

Una recente testimonianza condivisa con i membri di BVMN ha messo in luce le condizioni dei centri di detenzione e dei campi di transito bulgari (vedi 1.1). Il protagonista di questa testimonianza, un uomo di 23 anni proveniente dall’Iran, ha riferito che dopo essere stato respinto dalla Romania in Bulgaria al valico di frontiera di Silistra-Ostrov (in quella che sembrava essere un’azione coordinata sia da funzionari di frontiera rumeni che bulgari) è stato sottoposto a violenze fisiche ed intimidazioni da parte di agenti bulgari. Dopo essere stato trattenuto per la notte in un edificio vicino al posto di blocco di frontiera, è stato trasferito al centro di detenzione di Lyubimets, una struttura con una capacità di 400 persone situata nel sud della Bulgaria vicino ai confini con Turchia e Grecia.

Qui, ha raccontato ancora una volta di aver subito violenza fisica, di essere stato costretto da un agente a spogliarsi e di essere stato aggredito sessualmente. Mentre era detenuto ha riferito di essere stato colpito al volto dall’ufficiale, che poi:

ha fatto rumori e gesti di natura sessuale con le mani, prendendo in giro l’intervistato come se quest’ultimo ricavasse piacere sessuale dall’essere colpito.

Il sovraffollamento e le condizioni anguste a Lyubimets sono documentati dal 2012 e l’intervistato in questa testimonianza ha riferito di aver dovuto condividere una cella di 6 m² con altre 8 persone, e che altre celle della stessa dimensione possono contenere fino a 15 persone. Ai detenuti non era permesso lasciare le loro celle per 15 giorni una volta entrati nel centro, presumibilmente a causa della quarantena covid-19, anche se questo non gli è mai stato comunicato.

Oltre ad essere detenuto a Lyubimets, l’intervistato è stato successivamente trasferito nel campo di Harmanli dove era presente personale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e dove è stato nuovamente messo in isolamento. In totale è stato detenuto per oltre 40 giorni prima di riuscire a partire e attraversare la Serbia. Il personale dell’OIM di Harmanli gli ha detto che doveva chiedere asilo in Bulgaria o essere deportato in Iran.

Secondo le relazioni informali ricevute dai membri di BVMN presenti sul campo in Serbia, la violenza descritta in questo caso non sarebbe un evento isolato, e molti migranti segnalano condizioni difficili e l’uso della violenza da parte delle autorità statali in Bulgaria. Inoltre, un rapporto di quest’anno sulla Bulgaria pubblicato da bordermonitoring.eu ha rivelato testimonianze di detenzione arbitraria (compresa quella di bambini) e violenza da parte delle guardie del centro a Lyubimets ed in altri spazi di detenzione nel paese.

Centro di detenzione di Lyubimets, Bulgaria meridionale (Fonte: Università di Oxford)

Respingimenti a catena in Turchia

Gli incidenti di respingimenti registrati da BVMN nell’ultimo mese in tutta la Grecia orientale e nella zona di Evros descrivono le condizioni sempre più precarie e pericolose per i migranti. All’inizio di novembre, Josoor, membro di BVMN, ha raccolto la testimonianza di un gruppo in transito che ha subito un respingimento a catena dalla Bulgaria, attraverso la Grecia, fino alla Turchia (vedi 9.1). Questa testimonianza evidenzia diverse tendenze emergenti nei respingimenti in tutta la regione, sollevando al contempo questioni di ulteriore cattiva condotta e violenza da parte delle autorità al confine con Evros.

L’intervistato ha riferito che durante il primo respingimento dalla Bulgaria alla Grecia è stato duramente picchiato e morso dai cani della polizia al momento dell’arresto. Da lì, il gruppo di migranti è stato portato in un centro di detenzione vicino al confine dove le persone sono state costrette a spogliarsi, i loro effetti personali sono stati rubati, e sono state picchiate di nuovo prima di essere respinte in Grecia.

In Grecia il gruppo è stato rapidamente arrestato e portato in diversi siti di detenzione informale lungo il confine con la Turchia prima di essere condotto sulle coste di Evros insieme a diverse centinaia di altri migranti. Durante il respingimento dalla Grecia alla Turchia, i migranti sono stati lasciati in mezzo al fiume e costretti a nuotare, e, come riporta il testimone, alcune persone sono state trasportate via dalla corrente.

Coloro che sono arrivati alla riva turca sono stati accolti con violenza dall’esercito turco che si trovava sul posto e spinti indietro verso la Grecia. Dal canto loro, le autorità greche hanno proceduto a respingere nuovamente le persone, con una strategia yoyo che corrisponde alle tendenze analizzate nella prima sezione della presente relazione.

Durante questi respingimenti sono state utilizzate armi contundenti per causare danni fisici, individui di paesi terzi hanno guidato i gommoni usati durante le espulsioni, le persone sono state costrette dagli agenti turchi a scendere dai gommoni in mezzo al fiume Evros e a tornare in Grecia. La testimonianza allude anche ad altri momenti di potenziale cattiva condotta da parte degli agenti, ad esempio nella mancanza di cure mediche per le lesioni gravi causate dagli attacchi dei cani. Le esperienze e la violenza descritte in questa testimonianza si inseriscono in tendenze sempre più documentate del sistema di respingimenti nella Grecia orientale e dei fenomeni di respingimenti a catena diffusi tra Stati membri dell’UE come Italia, Slovenia e Croazia.

Croazia nega l’asilo a una persona trans

Una recente testimonianza raccolta da un membro di BVMN a Sarajevo (vedi 6.2) evidenzia l’incapacità delle autorità croate di fornire protezione e accesso alle procedure legali ai gruppi vulnerabili di richiedenti asilo. L’intervistata, una donna transgender di 30 anni del Marocco che viaggiava con il suo partner, riferisce di essersi vista negare il diritto di chiedere asilo in Croazia e di essere stata violentemente respinta in Bosnia-Erzegovina.

Ai sensi della legge sull’asilo della Repubblica di Croazia, la protezione può essere concessa a un individuo perseguitato a causa del suo orientamento sessuale nel paese d’origine (articolo 22, sezione 5). In questo caso, le autorità croate hanno riconosciuto l’intervistata e il suo partner come membri di un gruppo ammissibile alla protezione con una chiara intenzione di chiedere asilo e hanno deliberatamente ignorato questi fattori.

In preparazione del loro viaggio, l’intervistata e il suo partner avevano fatto ricerche sulle procedure di asilo in Croazia. Avevano ottenuto un numero per il Centro legale croato e intendevano chiedere protezione sulla base al loro orientamento sessuale. Anche il difensore civico croato era stato informato via e-mail della loro intenzione di chiedere asilo.

Nell’incidente avvenuto il 4 novembre 2020 l’intervistata è stata avvicinata dalla polizia a Spalato, in Croazia. Ha immediatamente chiarito le sue intenzioni chiedendo assistenza per contattare il gruppo di supporto legale. Lei e il suo partner hanno anche rivelato il loro orientamento sessuale, affermando che si trattava di un motivo per cercare protezione. Gli agenti hanno ignorato la richiesta, sequestrato il cellulare dell’intervistata e portato la coppia in una vicina stazione di polizia.
I due hanno nuovamente espresso l’intenzione di chiedere asilo. In risposta, sono stati ridicolizzati per la loro sessualità e, senza alcun traduttore presente, gli è stato chiesto di firmare documenti formulati in maniera poco chiara. Sono stati poi trasferiti in un’altra stazione di polizia di Vrgorac, successivamente messi sul furgone della polizia e trasportati al confine bosniaco. Sono stati spogliati, picchiati, l’intervistata è stata sottoposta a gesti omofobi e gesti plateali per deridere la sua sessualità prima di essere rimandata in Bosnia-Erzegovina nuda.

Continuano i respingimenti sull’Adriatico

A novembre, BVMN ha raccolto quattro testimonianze di pushback effettuati attraverso le linee di navigazione commerciali gestite dalla società greca “Super Fast Ferries“. Quattro delle persone allontanate dall’Italia alla Grecia erano minori non accompagnati. Rispetto ai mesi precedenti è aumentata anche la percentuale di violenza da parte di funzionari italiani nei porti; pestaggi a mani nude, pugni o manganellate, persone costrette in celle o veicoli della polizia contro la loro volontà.

[…], mi hanno afferrato forte per un braccio per spingermi dentro la macchina. Il mio amico è stato picchiato da cinque agenti di polizia italiani davanti a me solo perché non voleva entrare in macchina“.

Altre volte, la violenza contro le persone che arrivano nei porti italiani non è giustificata da altro motivo se non quello di ferire e compiere abuso. Un minorenne afghano che è stato respinto dal porto di Bari ha riferito di essere stato spinto a terra e, mentre giaceva lì, di essere stato colpito vicino alle costole con un manganello (vedi 8.4). Questo trattamento rispecchia un incidente capitato allo stesso bambino solo dodici giorni prima (vedi 8.3). Ciò mostra la violenza ciclica tipica di questa rotta di respingimenti.

Durante l’espulsione forzata in Grecia, le autorità colgono regolarmente anche l’occasione per costringere le persone a spogliarsi, rendendo ancora meno sopportabili le temperature fredde della stiva dove vengono trattenute. A novembre, la polizia italiana è stata vista confiscare giacche, felpe e persino pantaloni di persone costrette ad una lunga detenzione in stanze chiuse a chiave (vedi 8.2).

Una volta tornati in Grecia, le possibilità di essere aggrediti fisicamente rimangono alte. Le vittime sono spesso colpite dalla polizia locale o dalle guardie di sicurezza del porto o della nave, che usano la forza bruta per allontanare le persone dalle cabine. Da qui il calvario continua nei porti greci di Patrasso e Igoumenitsa, con ulteriori detenzioni arbitrarie in condizioni deplorevoli, spesso per più giorni (vedi 8.1).

Accanto a queste violenze c’è la minaccia sempre presente di un respingimento in Turchia, che BVMN ha dimostrato essere un rischio tangibile per le persone, anche se detenute dall’altra parte del paese (vedi 8.2).

Quindi i respingimenti attraverso il mare Adriatico continuano con la complicità di attori locali, nazionali e privati che lavorano insieme in una intricata rete per traumatizzare e disumanizzare persone che non hanno altra scelta che giocare un gioco con regole che non hanno mai accettato.

Area industriale vicino al porto di Patrasso dove vivono i migranti (Fonte: NNK)

Violenza al confine ungherese

A novembre, BVMN ha monitorato quattro casi di respingimenti dall’Ungheria alla Serbia che hanno interessato un totale di 28 persone, cinque delle quali minorenni. In tutti i casi tranne uno, i funzionari di frontiera ungheresi hanno usato la violenza, calci e pestaggi con rami di alberi o manganelli contro uomini, donne e minori (vedi 2.1, 2.3 e 2.4). Un resoconto di violenza è stato particolarmente umiliante. La polizia ungherese ha costretto i maschi del gruppo a spogliarsi in biancheria intima mentre li derideva. Le donne del gruppo sono state invece toccate da agenti di polizia di sesso maschile (vedi 2.3). Quando i membri del gruppo hanno protestato contro queste pratiche, sono stati insultati dagli agenti:

Zitti! Non parlate! Fanculo tutti i siriani! Fanculo tutti i rifugiati! Siete merde!

La violenza fisica segnalata mostra modelli istituzionalizzati di maltrattamenti che corrispondono a rapporti pubblicati in precedenza sulle pratiche delle autorità ungheresi. Le pratiche e le armi, come i rami degli alberi, portano anche i segni distintivi di un apparato di pushback europeo, mostrando una simmetria diretta con il tipo di pratiche di confine violente documentate in Paesi come la Croazia e la Grecia.

Persone che dormono in vagoni abbandonati (Fonte: APC)

Aggiornamenti sulla situazione

Grecia
Aggiornamento sulla situazione a Salonicco

La situazione delle comunità in transito in Grecia continua a peggiorare. In mezzo all’accresciuta presenza della polizia e al proseguimento delle misure di blocco, il movimento nelle aree urbane e nelle zone di transito chiave, come Salonicco, è fortemente limitato. In effetti, il fenomeno principale registrato da parte di BVMN durante questo periodo è stato la quasi completa scomparsa dei migranti dallo spazio pubblico.

È diventato sempre più difficile per le persone in movimento accedere ai servizi essenziali e misure di sostegno, in quanto corrono il rischio di arresto, detenzione ed eventuale respingimento; rischi resi ancora più gravi con l’inizio dell’inverno. Ciò alimenta la tendenza della polizia greca di interrompere la fornitura di aiuti umanitari al fine di arrestare ed espellere illegalmente le persone da Salonicco.

Parlando più nello specifico dell’attività di BVMN, le misure di lockdown per il Covid-19 hanno causato una diminuzione del numero di persone che si presentano per parlare delle loro esperienze di violenza alle frontiere. Ciò non significa che le pratiche illecite siano diminuite. Dopotutto, la prima ondata di pandemia di Covid-19 ha visto una drammatica espansione e intensificazione delle pratiche di pushback nei Balcani. Tuttavia, la minaccia costante e diffusa di queste espulsioni violente fa si che molti casi rimangano privi di testimonianze perché i migranti vengono portati in spazi inaccessibili al pubblico.

Blocchi di polizia durante un respingimento da Salonicco (Fonte: BVMN)

Criminalizzazione della solidarietà

Mare Liberum è membro di BVMN, e si concentra sul monitoraggio dei diritti dell’uomo nell’Egeo. Il suo scopo è osservare, documentare e attirare l’attenzione pubblica sulla pericolosa situazione al confine europeo tra Turchia e Grecia, e rafforzare la solidarietà e i diritti umani fondamentali. Di seguito è riportata una loro dichiarazione relativa alla criminalizzazione della solidarietà in Grecia:
Nel 2020 la situazione nell’Egeo si è deteriorata. La politica di dissuasione dell’Europa mira a ridurre il numero di arrivi in Grecia e a rendere l’asilo nel paese il meno auspicabile possibile, se non inaccessibile. La volontà politica di raggiungere questo obiettivo, in flagrante disprezzo dei diritti fondamentali, si affianca agli sforzi indirizzati a reprimere le organizzazioni e coloro che cercano di aiutare i migranti, o documentare le violazioni commesse contro di loro. Come tale, Mare Liberum e altri gruppi devono affrontare crescenti sforzi da parte dello Stato greco per mettere a tacere il dissenso.

Il 28 settembre la polizia greca ha rilasciato un comunicato in cui si afferma che sono in corso indagini penali nei confronti di quattro Ong, di 33 persone ad esse associate e di due “cittadini di paesi terzi “, presumibilmente “per un circuito organizzato per facilitare l’ingresso illegale di stranieri in territorio greco“.

Le accuse, oltre alla tratta di esseri umani, comprendono la costituzione e l’adesione a un’organizzazione criminale, lo spionaggio, la violazione dei segreti di Stato e la violazione del codice dell’immigrazione. Né Mare Liberum né altre ONG né alcun individuo sono stati nominati ufficialmente, anche se i media greci concordano sul fatto che Mare Liberum sarà al centro del procedimento penale.

C’è anche un consenso significativo sul perché organizzazioni come Mare Liberum siano state prese di mira con tali accuse. Le persone che attraversano l’Egeo sono esposte a violenze eccessive, tra cui l’uso di armi da fuoco, gravi percosse e l’abbandono in mare in imbarcazioni di salvataggio inadatte alla navigazione. Mare Liberum ha fatto ricerche su queste violazioni e ha raccolto prove del fatto che più di 8908 persone sono state brutalmente respinte in mare attraverso questo tratto della frontiera esterna dell’UE. Si tratta di 8908 casi di violazioni dei diritti umani, ma anche di persone, casi di tragedia collettiva e personale. Mare Liberum è stato uno, tra le tante voci, a portare l’attenzione sulle pratiche di espulsioni nel Mar Egeo. Invece di occuparsi dei metodi illegali e disumani utilizzati, lo Stato greco, come altri omologhi dei Balcani, ha semplicemente cercato di mettere a tacere queste prove.

L’imbarcazione di monitoraggio a cui è stato attualmente impedito di operare (Fonte: Mare Liberum)

Respingimenti nell’Egeo e coinvolgimento di Frontex

Secondo l’Aegean Boat Report, a novembre, 16 navi di migranti hanno raggiunto le isole greche. Questo segna un forte aumento da ottobre, quando quasi nessuna barca di migranti è stata in grado di raggiungere le isole, e le persone a bordo sono state respinte anche dopo lo sbarco sulle coste greche. Continuano i respingimenti dei migranti nel Mar Egeo per mano delle varie autorità attive nella zona, rendendo ancora più pericolose le già precarie condizioni delle traversate marittime.

BVMN ha documentato uno di questi incidenti a novembre (vedi 10.7), in cui un gommone con 19 persone a bordo, tra cui 5 bambini, è stato fermato in mare al largo di Rodi, da quella che in un primo momento viene descritta come una nave militare, in seguito come una nave della Guardia Costiera ellenica. Il gruppo di migranti è stato portato a bordo della nave della Guardia Costiera e guidato in un luogo al largo della costa turca vicino a Söğütköy prima di essere abbandonato in mare su due gommoni di salvataggio. I gommoni sono stati danneggiati da rocce lungo la costa, e il gruppo di migranti è stato salvato da una nave della Guardia costiera turca.

Dopo la pubblicazione, il mese scorso, di una relazione da parte di più media che dimostrava il coinvolgimento di Frontex e la conoscenza dei respingimenti che si verificano nell’Egeo, il 10 novembre è stata convocata una riunione straordinaria del consiglio di amministrazione di Frontex per discutere di potenziali comportamenti scorretti.

Nel corso della riunione, la Commissione europea ha presentato interrogazioni alle quale Frontex dovrà rispondere entro la fine del mese, quando si terrà un’altra riunione del consiglio di amministrazione. Il Consiglio ha ora istituito un “sottogruppo” per indagare sulle accuse di abusi e altre questioni. Il 27 novembre si è tenuta una riunione di follow-up e un’altra si terrà all’inizio o metà di dicembre.

Otto organizzazioni, tra cui Amnesty, hanno chiesto nuovi meccanismi di monitoraggio indipendenti alle frontiere meridionali dell’Europa per garantire i diritti e la responsabilità fondamentali. Essi sostengono che, data la portata della questione, i meccanismi proposti nel nuovo Patto della Commissione sull’asilo e la migrazione sono inadeguati, e che attualmente vi è una grave mancanza di responsabilità in materia di violazioni dei diritti umani.

Italia

Aumento dei respingimenti a catena

Se il numero esatto di persone che arrivano attraverso il confine italo-sloveno è sconosciuto, da aprile c’è stato un forte aumento di migranti che entrano in Italia attraverso la rotta balcanica. Non solo a Trieste, ma anche in provincia di Udine, gli arrivi sono aumentati rispetto allo scorso anno. A Udine in un giorno sono state identificate circa 100 persone. Questo è stato seguito da un enorme aumento dei respingimenti a catena, avviati dalle autorità italiane attraverso le espulsioni in Slovenia. Da gennaio a ottobre 2020, 1.321 persone sono state rimpatriate attraverso l’accordo informale sulle riammissioni, con un aumento di cinque volte rispetto alle statistiche del 2019.

In questo contesto, sottolineano i gruppi della società civile, “i rimpatri vengono effettuati così rapidamente che è impossibile che le autorità italiane stiano attuando un processo legale completo alla frontiera per determinare se qualcuno ha bisogno di protezione internazionale “. Le espulsioni in Slovenia sembrano essere indiscriminate. Secondo Gianfranco Schiavone, dell’ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione),”hanno coinvolto tutti, indipendentemente dalla nazionalità“. “Hanno respinto afghani, siriani, iracheni, persone che hanno un chiaro bisogno di protezione.” Come dichiarato da Anna Brambilla, avvocato dell’ASGI, il Ministero dell’Interno italiano:

ha confermato che le persone che hanno espresso il desiderio di richiedere protezione internazionale sono respinte in Slovenia e che le riammissioni vengono effettuate senza fornire alcuna disposizione relativa alla riammissione stessa.

Le autorità sono consapevoli della sequenza violenta in cui stanno coinvolgendo le persone, e sono quindi complici di questa violenza.

Ma invece di affrontare questo deficit nel rispetto del diritto internazionale in materia di asilo, negli ultimi mesi le autorità italiane hanno solo cercato di adattare i controlli alle frontiere per arrestare più persone.

I controlli ai confini si rivolgono ora a camion, automobili e valichi di frontiera più piccoli, anzichéconcentrarsi esclusivamente sul pattugliamento militare dell’area boschiva. Questo si inserisce in una strategia di maggiore controllo, introdotta dal governatore della Regione Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga che spera di dispiegare più meccanismi di rilevamento alla frontiera. L’obiettivo è quello di soffocare qualsiasi transito che vada oltre i primi 10km del territorio italiano, e quindi applicare il processo accelerato di riammissione al numero massimo di nuovi arrivi.

Un pushback dall’Italia a luglio (Fonte: BVMN)

Inverno a Trieste
Accanto alla minaccia di respingimenti, i nuovi arrivati affrontano rigide temperature invernali, trascorrendo regolarmente notti per strada o in edifici abbandonati. Al di là dei volontari che lavorano quotidianamente per sostenere le persone che arrivano a Trieste, c’è una netta mancanza di alloggi e di un sostegno per l’inverno, come sostenuto dal Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS).

Dal 26 ottobre al 30 novembre circa 336 persone sono state curate e assistite in Piazza della Libertà dai volontari di Linea d’Ombra e Strada SiCura. Tra le persone supportate, molte hanno condiviso resoconti di respingimenti e violenze in precedenti tentativi di attraversare i confini bosniaco-croato e sloveno-bosniaco.

Restano interrogativi su dove queste persone alloggeranno, visto che il Comune deve ancora mettere a punto un piano adeguato ad aiutare i nuovi arrivati che dovranno sopportare temperature sottozero con il progredire dell’inverno. A differenza degli anni passati, non c’è ancora un dormitorio di emergenza in città per fornire cibo e letti alla comunità di transito dei senzatetto. Ong e attivisti hanno fatto pressioni politiche per affrontare la questione, ed è stata inviata una lettera aperta da Strada SiCura per chiedere spazi letto, servizi igienici pubblici e un programma di protezione della salute.

Quasi 170 persone (famiglie e uomini soli) sono state ospitate nei campi di quarantena nel mese di novembre. Tuttavia, all’interno del sistema formale, gli effetti del Covid-19 sono stati in realtà più diffusi.

Ad esempio, nei centri di detenzione, sono apparsi molti casi di covid tra residenti e lavoratori, a causa delle condizioni anguste e della mancanza di supporto igienico. Le persone nel centro di detenzione di Gradisca hanno condiviso che, nonostante l’arrivo dell’inverno, non hanno vetri alle finestre delle loro stanze o coperte per i loro letti, una situazione che ha causato malore e disagio.

Persone che dormono in edifici abbandonati a Trieste (Fonte: Ylenia Gostoli/THN)

Bosnia-Erzegovina

Calo degli arrivi in Bosnia-Erzegovina

Secondo le autorità bosniache, il numero di nuovi arrivi nel paese si è quasi dimezzato dal 2019, scendendo da circa 25.000 a 13.683. Le organizzazioni umanitarie hanno dichiarato che 6.377 migranti sono attualmente registrati nei centri intorno a Sarajevo e nel cantone di Una-Sana. La maggior parte delle persone che arrivano nel paese provengono dal Pakistan, dall’Afghanistan e dal Marocco.

Le cause alla base di questa diminuzione sono alquanto speculative, ma è probabile che diversi fattori abbiano contribuito. In primo luogo, la pandemia di covid ha rallentato la mobilità delle persone, costringendole alla detenzione di fatto nei campi di tutta la regione e rendendo sempre più difficile accedere ai trasporti, attraversare i confini e trovare riparo (vedi il rapporto di BVMN sull’impatto del covid sui migranti).

In secondo luogo, la situazione della sicurezza in Bosnia-Erzegovina, e in particolare nel cantone una-Sana, si è rapidamente deteriorata. La chiusura di più campi, come Bira a Bihać, ha costretto le persone per le strade. La fornitura di assistenza umanitaria al di fuori dei campi, compresa la distribuzione di cibo e NFI, è stata criminalizzata. Anche le manifestazioni anti-migranti e gli incidenti violenti tra la gente del posto e i migranti stessi sono stati una preoccupazione. Infine, e forse in modo più influente, il trattamento costantemente violento da parte di funzionari croati, nonché di agenti di frontiera più avanti lungo il percorso in Slovenia e In Italia, può lentamente portare a uno spostamento del transito verso Serbia e Romania.

Il numero di persone registrate dalle autorità bosniache può essere a sua volta imperfetto a causa di alcune delle tendenze sopra osservate: è probabile che la percentuale di persone registrate sia diminuita a causa della chiusura dei campi e del crescente rischio che si deve affrontare quando si ha a che fare con le forze dell’ordine.

Tuttavia, l’allontanamento dalla Bosnia potrebbe andare avanti in futuro. Il 4 novembre la Bosnia-Erzegovina ha firmato un accordo di riammissione con il Pakistan, che consente alla Bosnia di espellere migranti pakistani che risiedono illegalmente nel Paese. Questo sviluppo è in linea con la tendenza generale europea, che mira a massimizzare i meccanismi di espulsione forzata piuttosto che fornire sostegno a coloro che ne hanno bisogno.

Proteste dopo l’assassinio di una persona a Sarajevo

Proteste a Blažuj il 23 novembre (Fonte: Klix)

Il 17 novembre, l’omicidio di un cittadino bosniaco presumibilmente commesso da un cittadino marocchino in un quartiere di Ilidža, ha scosso la comunità locale, causando un cambiamento nell’atteggiamento nei confronti della comunità di migranti e del loro movimento all’interno della Bosnia-Erzegovina.

Ilidža, un comune alla periferia di Sarajevo, è il punto di collegamento per i mezzi pubblici tra due campi (Blažuj e Ušivak), ed è frequentato da migranti che viaggiano verso il centro di Sarajevo.

Tra il 18 e il 21 novembre, tre proteste pacifiche si sono tenute nel centro di Ilidža, Hadžićie e Otes. La prima a Ilidža ha attirato circa 100 persone del posto ed è stata caratterizzata da un’atmosfera di lutto per la vittima. Tra i partecipanti c’erano la famiglia del defunto e il neoeletto sindaco. L’omicidio e la risposta locale sono stati ampiamente commentati dai media locali e nazionali, con molti che hanno espresso richieste di reazione repentina da parte delle autorità, condannandole per non aver attuato sufficienti misure di sicurezza.

Di conseguenza il 23 novembre si è tenuta una conferenza del Consiglio di Sicurezza (lo stesso giorno di una quarta protesta a Blažuj), che ha deciso, tra gli altri punti, di attuare rigorose restrizioni alla circolazione dei residenti del campo, ai quali non era più permesso uscire o entrare nelle strutture dopo le 16:00 di pomeriggio. La regola è stata annunciata per la prima volta il 19 novembre sia a Blažuj che a Ušivak.

Incidenti con agenti di polizia che arrestano le persone per le strade e le trasportano o le indirizzano nei campi sono stati segnalati da volontari locali e migranti. I gruppi di sostegno locali hanno anche menzionato singoli casi in cui dei migranti sono stati sfrattati dai loro alloggi in affitto nei giorni successivi all’omicidio.

La polizia bosniaca ha avviato un’indagine che ha portato all’arresto di tre sospetti. Da allora uno di loro è stato assolto e altri due sono stati catturati in Serbia e Kosovo. A quasi tre settimane dal delitto la situazione resta tesa, con le conseguenze a lungo termine difficili da prevedere.

Serbia

Ministero guida lo sgombero di un campo improvvisato

Il 13 novembre, il ministero dell’Interno serbo, insieme agli agenti di polizia, ha sgomberato un campo informale nella città di confine di Šid, come riportato da N1 news. Circa 40 individui vivevano in tende in questa parte della foresta prima di essere sfrattati. Lo sgombero è stato presentato come una misura di protezione dal covid, sia per le persone in transito che per la gente del posto. La polizia è arrivata mentre i residenti dormivano ancora. Le immagini mostrano le persone riunite fuori dalle tende e rannicchiate al freddo mentre agenti armati organizzano il trasferimento.

Le persone prelevate dal sito sono state poi presumibilmente trasportate nel sud della Serbia. Azioni simili sono state condotte in tutta la Serbia settentrionale, come documentato in un recente articolo di Are Your Syrious. Questo particolare sgombero è servito come una sorta di stratagemma per le pubbliche relazioni, con il ministro degli Interni Vulin, il direttore della polizia Vladimir Rebić e il sindaco di Šid Zoran Semenović presenti sulla scena. Il loro ruolo sembra essere stato principalmente quello di mostrare ad una popolazione sempre più frustrata che lo stato ha il “controllo della situazione“. Tuttavia, lo stesso ministro degli Interni ha ricordato al popolo serbo che nonostante oltre un milione di persone abbiano transitato attraverso la Serbia negli ultimi anni, ci sono stati pochi incidenti e nessun assalto contro i serbi.

Lo stesso giorno, anche un ostello vicino al campo di famiglia di Šid è stato sgomberato, e altre persone sono state portate via in autobus. Alcuni accolgono con favore questa mossa, in quanto gli ospiti sarebbero stati accusati di aver rubato alle famiglie del campo. Questi sgomberi delineano un preoccupante aumento delle dispersioni degli ospiti di alloggi informali, verificatesi anche nei comuni della Bačka occidentale, della Bačka settentrionale e del Banat settentrionale. Un’analisi più approfondita degli sgomberi in tutta la Serbia sarà fornita nel rapporto sulla violenza interna di BVMN che sarà pubblicato all’inizio del prossimo anno.

La polizia sgombera delle tende vicino a Šid (Fonte: NNK)

Glossario delle relazioni, novembre 2020

A novembre BVMN ha pubblicato 29 rapporti, con un impatto su 951 migranti. Le persone coinvolte in questi casi sono uomini, donne, persone trans, bambini con tutori e bambini non accompagnati. Rappresentano anche un’ampia demografia, con persone provenienti dal’Iran, Siria, Iraq, Palestina, Egitto, Yemen, Afghanistan, Pakistan, India, Bangladesh, Algeria, Marocco, Tunisia, Repubblica Democratica del Congo e Somalia.
- 7 respingimenti verso la Serbia (4 dall’Ungheria, 2 dalla Croazia, 1 a catena dalla Slovenia)

- 8 respingimenti in Bosnia-Erzegovina (1 a catena dalla Slovenia, 7 dalla Croazia)

- 1 respingimento verso la Bulgaria dalla Romania

- 5 respingimenti verso la Grecia (4 dall’Italia, 1 dalla Macedonia del Nord)

- 8 verso la Turchia (1 a catena dalla Bulgaria, 7 dalla Grecia).

Struttura e contatti della rete

BVMN è un organismo volontario, che agisce come un’alleanza di organizzazioni nei Balcani occidentali e Grecia. BVMN si basa sugli sforzi dei partecipanti e di organizzazioni che operano nel campo della documentazione, dei media e della difesa legale. Finanziamo il lavoro attraverso sovvenzioni e fondazioni caritatevoli, e non riceviamo fondi da alcuna organizzazione politica. Le spese riguardano i trasporti per i volontari sul campo e quattro posizioni retribuite.

Consultate il nostro sito web per l’intero archivio testimonianze, precedenti rapporti mensili e notizie di routine. Seguiteci su Twitter, handle@BorderViolence e su Facebook.

Per ulteriori informazioni sul presente report o su come essere coinvolti si prega di mandare una e-mail all’indirizzo mail@borderviolence.eu.
Per richieste di stampa e media si prega di contattare: press@borderviolence.eu

APPELLO. Si fermi lo scacchiere della disumanità

0

FIRMA LA PETIZIONE

“RiVolti ai Balcani” chiede l’immediato e urgente intervento di istituzioni europee, internazionali e locali nell’area di Bihać, e una soluzione di sistema a lungo termine che assicuri a migranti, richiedenti asilo e rifugiati il rispetto dei diritti umani fondamentali
“Come cittadina della Bosnia Erzegovina sento il diritto di insistere e ottenere da tutte le rappresentanze politiche a tutti i livelli che assicurino immediatamente un’assistenza e un alloggio dignitosi a tutte le persone in movimento. E chiedo altrettanto alla comunità internazionale che ha ancora un protettorato in Bosnia Erzegovina che si assuma la responsabilità di questa situazione. Questo crimine contro l’umanità che si sta attuando deve finire subito. Le persone continuano a congelare per le strade e sulle montagne e la domanda è quando cominceranno a morire. Tanti cittadini aiutano singolarmente come possono, ma per fermare questa catastrofe è necessaria una soluzione di sistema che rispetti la dignità e i diritti umani di queste persone. Coloro che operano in istituzioni pubbliche locali e internazionali sono responsabili di questa catastrofe. Non voglio e non accetto che la Bosnia Erzegovina diventi di nuovo una valle di fosse comuni, sinonimo di crimini, morte e ingiustizia”.
“RiVolti ai Balcani” raccoglie e condivide l’appello che arriva da singoli cittadini e cittadine, attivisti e volontari bosniaci oltre che dalla rete regionale Transbalkanska Solidarnost, affinché si fermi la catastrofe umanitaria che si sta consumando specialmente nel Cantone di Una Sana dove 3.000 migranti, richiedenti asilo e rifugiati, vivono all’addiaccio. Di questi 1.500 nel campo temporaneo di Lipa, a 30 km da Bihać, per i quali non vi è stata la volontà né dalle autorità locali né da quelle internazionali di trovare una soluzione.
Sono mesi che diverse organizzazioni internazionali, associazioni e volontari denunciano le condizioni insostenibili in cui vivono queste persone arrivate attraverso la rotta balcanica della migrazione. In primis nella tendopoli di Lipa, non predisposto per i mesi invernali, dove l’acqua veniva portata da una cisterna e la poca elettricità era prodotta da generatori. Come altri campi di transito in Bosnia, gestito dall’ Organization for Migration (IOM) BiH, ma la cui costruzione o adattamento è in capo alle autorità del paese.
Nonostante l’appello della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dell’Unhcr, e del successivo – vano – tentativo del Consiglio dei ministri bosniaco a spingere le autorità cantonali a prevedere un’accoglienza in strutture adatte, IOM ne ha deciso la chiusura e il 23 dicembre – giorno previsto per lo sgombero da parte di IOM – il campo è andato quasi completamente distrutto in un incendio.
Sta nevicando e la temperatura è scesa sotto lo zero. Centinaia di persone si trovano qui bloccate, con un solo pasto al giorno distribuito dalla Croce Rossa locale, altre centinaia si trovano sparse nei boschi senza assistenza.
“RiVolti ai Balcani” si aggiunge ad altri appelli resi pubblici negli ultimi giorni. Quello del 26 dicembre, firmato da Unhcr e IOM assieme a DRC – Danish Refugee e Save the Children che operano nel paese, in cui si chiede alle autorità locali di fornire l’immediata soluzione alternativa di alloggio e viene ribadita la disponibilità delle quattro organizzazioni a sostenere gli sforzi delle autorità locali e organizzare l’assistenza necessaria. Ma anche l’appello dei volontari e attivisti di No Name Kitchen, SOS Balkanroute, Medical Volunteers International e Blindspots rivolto all’Ue e ai suoi Stati membri.
La rete “RiVolti ai Balcani” – composta da oltre 36 realtà e singoli impegnati a difesa dei diritti delle persone e dei principi fondamentali sui quali si basano la Costituzione italiana e le norme europee e internazionali – chiede all’Unione europea, all’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, alla delegazione dell’Ue all’Alto rappresentante in Bosnia Erzegovina, all’International Organization for Migration, al Consiglio dei Ministri della Bosnia erzegovina, alle autorità del Cantone Una Sana e del Comune di Bihać, alle autorità delle due entità del paese – la Federazione e la Republika Srpska affinché:
  • sia trovata una soluzione immediata all’attuale emergenza umanitaria nell’area di Bihać e in Bosnia Erzegovina in generale;
  • siano individuate soluzioni di sistema a lungo termine che dotino la Bosnia Erzegovina di un effettivo sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati;
  • sia attivato un programma di evacuazione umanitaria e di ricollocamento dei migranti in tutti i paesi dell’Unione Europea.

FIRMA LA PETIZIONE

EMERGENZA BOSNIA: RACCOLTA FONDI

0
Nel gelo e sotto la neve di fine anno alle porte dell’Europa è da tempo in corso una catastrofe umanitaria. Al momento sono 3000 le persone che vagano da giorni nel cantone di Una-Sana, costrette a vivere all’addiaccio con temperature sotto lo zero.
1500 di esse provengono dal distrutto campo temporaneo di Lipa, a 30 km da Bihać, per le quali non vi è stata la volontà né dalle autorità locali né da quelle internazionali di trovare una soluzione.
La situazione, già grave in termini di termini di tutela dei diritti umani e rispetto della dignità personale è precipitata. Alcuni hanno provato a raggiungere la Croazia, dove avvengono continui respingimenti da parte della polizia. Altri non hanno avuto altra scelta se non quella di vagare per i boschi.
Anche nel caso una soluzione venga trovata nei prossimi giorni per i profughi dell’ex campo Lipa si tratterà di una rispostA temporanea e precaria e pertanto a queste persone mancherà ogni supporto. Inoltre molte altre centinaia vivono da tempo fuori da ogni campo, e continueranno a rimanere senza assistenza. L’emergenza durerà mesi.
A fronte del continuo peggioramento della situazione, abbiamo deciso in questa fase di emergenza di sostenere una raccolta fondi a favore dell’ONG IPSIA ACLI che opera in Bosnia Erzegovina a sostegno di queste persone, e permette la distribuzione di beni di prima necessità portando avanti un intervento di supporto emergenziale e logistico per tutte le persone in estrema difficoltà e facendo fronte in particolare ai bisogni materiali dei gruppi vulnerabili (donne e bambini) in collaborazione con la Croce Rossa locale.
Gli interventi supportati, così come la promozione di eventuali altre campagne, saranno resi pubblici attraverso la nostra pagina Facebook.
Dona ora:
IBAN: IT60 P050 1811 2000 0001 6941 767
Causale: Emergenza Bosnia
* La scelta di raccogliere fondi e non beni è legata sia alle difficoltà della raccolta e della selezione degli aiuti materiali a causa del covid -19 e agli alti costi del trasporto sia al fatto che le necessità cambiano rapidamente. Con i fondi raccolti gli aiuti umanitari necessari si reperiscono sul territorio bosniaco in modo più veloce e mirato.

 

Ora va approvata la proposta di legge di EroStraniero

0
ora-va-approvata-la-proposta-di-legge-di-erostraniero
ASGI, promotrice insieme ad altre associazione della campagna #EroStraniero, ritiene necessario superare il sistema introdotto dalla legge Bossi-Fini per promuovere una gestione degli ingressi per lavoro efficace e razionale, che consenta ai datori di lavoro di poter selezionare e assumere i lavoratori in base al fabbisogno reale di manodopera, e ai cittadini stranieri di poter lavorare in maniera legale e dignitosa.

Il 2020 ha visto in materia di immigrazione due interventi da parte del governo molto attesi: la regolarizzazione straordinaria e il superamento degli aspetti più iniqui dei decreti sicurezza. La regolarizzazione ha interessato, in base alle domande ricevute dal Viminale, oltre 200.000 persone. Un’adesione piuttosto alta, considerati i troppi paletti previsti per accedervi, che dimostra quanto sia forte il desiderio di mettersi in regola da parte di chi è rimasto senza documenti ma vive e lavora nel nostro Paese e vuole farlo legalmente. Anche il decreto immigrazione, convertito ieri in legge, è intervenuto in materia di ingresso e soggiorno dei cittadini stranieri: da un lato, è stato eliminato il limite delle quote stabilito annualmente nell’ambito del decreto flussi, nel tentativo di adeguare gli ingressi al reale fabbisogno di lavoratori; dall’altro, viene introdotta la possibilità di convertire in permesso per lavoro una serie di permessi di soggiorno rilasciati per altri motivi (cure mediche, protezione speciale, calamità, assistenza ai minori e altri), evitando così la creazione di ulteriore irregolarità.

Alla luce di questi risultati, come promotori della campagna Ero straniero, crediamo sia necessario adesso intervenire sull’attuale normativa sull’immigrazione. Va superato il sistema introdotto dalla legge Bossi-Fini, che si è rivelato fallimentare in questi vent’anni e che in ogni caso non è più adeguato alle esigenze della nostra società. E’ arrivato il momento di promuovere una gestione degli ingressi per lavoro efficace e razionale, che consenta ai datori di lavoro di poter selezionare e assumere i lavoratori in base al fabbisogno reale di manodopera, e ai cittadini stranieri di poter lavorare in maniera legale e dignitosa. La mancanza di una legge adeguata alla gestione degli ingressi regolari per lavoro in Italia è infatti all’origine dei continui, e spesso mortali, viaggi in mare nelle mani dei trafficanti, nonché della creazione costante di irregolarità e del clima di perenne emergenza che ormai intossica ogni discussione sull’argomento.

Con questo obiettivo la campagna Ero straniero continuerà nei prossimi mesi a impegnarsi perché il Parlamento proceda quanto prima alla discussione e approvazione della riforma contenuta nella proposta di legge popolare “Ero straniero”, depositata il 27 ottobre di tre anni fa alla Camera e ora all’esame della Commissione affari costituzionali. Alla maggioranza e alle forze di opposizione chiediamo di adottare, finalmente, uno sguardo realistico sul fenomeno migratorio e una prospettiva a lungo termine sul futuro del nostro Paese.

Ero straniero è promossa da: Radicali Italiani, Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CNCA, A Buon Diritto, CILD, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Oxfam Italia, ActionAid Italia, ACLI, Legambiente Onlus, ASCS – Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, AOI, con il sostegno di numerosi sindaci e decine di organizzazioni.

The post Ora va approvata la proposta di legge di EroStraniero appeared first on Asgi.

Una dichiarazione di 43 associazioni all’Ue: non rinchiudete i diritti

0
una-dichiarazione-di-43-associazioni-all’ue:-non-rinchiudete-i-diritti
ASGI è uno dei 43 firmatari della Dichiarazione di Roma – Un nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo da rivedere, un documento sottoscritto da organizzazioni, associazioni, reti della società civile e città di tutta Europa nel quale si denunciano le nuove politiche europee per l’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, portate avanti con il nuovo Patto sull’asilo e la migrazione, proposto il 23 settembre dalla Commissione europea per uscire dall’attuale situazione di stallo.

«Dichiarazione di Roma» Un nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo da rivedere

43 firmatari di questa dichiarazione sono le ONG, le associazioni, le reti e le città di diversi paesi europei che, insieme, hanno deciso di prendere la parola. Nel 2019, nella « dichiarazione di Parigi », hanno sottolineato l’irrigidimento delle politiche pubbliche per l’accoglienza dei migranti e dei rifugiati. In seguito, riunite a Berlino, hanno delineato quello che potrebbe essere un Piano di azione per una nuova politica in materia di asilo.

Oggi, considerato il Nuovo patto sull’asilo e la migrazione proposto il 23 settembre 2020 dalla Commissione Europea per uscire dall’attuale situazione di stallo, questi attori della società civile, a cui si aggiungono alcune città e comuni che hanno dato la loro disponibilità ad accogliere rifugiati, reagiscono con la presente dichiarazione congiunta. Sebbene a margine di una conferenza organizzata online, questa dichiarazione può essere considerata come una “Dichiarazione di Roma”, in quanto l’Italia rappresenta l’insieme delle sfide connesse al fenomeno migratorio.

Noi chiediamo alle istituzioni e ai governi europei di non rinchiudersi con questo Patto, così chiaramente orientato verso i rimpatri, alla prevenzione degli arrivi e alla difesa delle frontiere europee.

1) Riteniamo che l’Europa si sia unita e organizzata sulla base di valori che comprendono il rispetto del diritto di asilo e, più in generale, i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti, sia alle persone che migrano verso l’Europa che ai cittadini dell’Unione. Il rispetto di questi valori e diritti è particolarmente importante per gli Stati membri, , nonché per l’Unione, che non può cercare il consenso tra i suoi membri sulla base di tali violazioni. Il rispetto di questi valori e diritti si impone particolarmente agli Stati membri, i quali devono essere oggetto di sanzioni in caso di inadempimento, nonché all’Unione che non può cercare il consenso tra questi ultimi sulla base di tali violazioni.

2) Un Patto europeo sulla migrazione e l’asilo non può ignorare le cause e le conseguenze della crescente mobilità delle popolazioni nel mondo, aggravate dalla pandemia attuale. In tal senso, il nuovo Patto dovrebbe preoccuparsi delle modalità di ingresso sul territorio, dell’accoglienza di queste popolazioni in Europa e dei loro diritti, invece di dare priorità alla prevenzione degli arrivi e all’organizzazione dei loro ritorni o del loro respingimento. Piuttosto, quando si tratta di relazioni con i paesi terzi di origine o di transito, si dovrebbe dare priorità ad azioni che tendono a migliorare le condizioni dei rifugiati e dei migranti, invece di cercare di esternalizzare i doveri dell’asilo a questi paesi.

3) Il nuovo Patto pone particolare enfasi sulle procedure da applicare ai rifugiati e ai migranti che arrivano alle frontiere esterne dell’Europa, dando priorità al trattamento tempestivo delle domande di asilo e immigrazione, applicate in prossimità del confine di arrivo.

Esso unifica e fonde, nello stesso luogo e nello stesso tempo, una procedura di ingresso e una procedura di asilo, e sottopone entrambe a un regime di detenzione che può durare fino a dodici settimane o più. Fa così della reclusione la prima faccia dell’Europa per tutti coloro che vi arrivano senza titolo, compresi quelli che chiedono asilo. Riteniamo che la prima accoglienza alle frontiere dell’Europa debba curare i richiedenti asilo senza rinchiuderli, ed essere in grado di guidarli in modo prevedibile nell’indagine sulle loro domande.

– Le procedure previste sia per l’ingresso che per l’asilo sono, inoltre, lontane dal rispetto dei diritti e della dignità delle persone: per i richiedenti asilo, il diritto ad un esame individuale della loro domanda, invece di un orientamento sulla base di criteri forfetari come l’appartenenza ad una determinata nazionalità; il diritto di visita, il diritto di ricevere adeguate informazioni e consigli da parte di esperti indipendenti prima e durante la procedura amministrativa; il diritto effettivo all’assistenza e al ricorso; la possibilità per qualsiasi richiedente, la cui domanda di asilo sia stata respinta, di ottenere su un’altra base un permesso di soggiorno; per i migranti che non sono stati ammessi: la dignità delle procedure di ritorno.
– Il monitoraggio del rispetto dei diritti fondamentali è molto necessario. Riteniamo che esso debba essere svolto in modo indipendente, da rappresentanti qualificati di organizzazioni per la difesa dei diritti umani.

4) Il patto rivela tutta la sua debolezza quando si avvicina alla questione della solidarietà tra gli Stati membri nella ripartizione dei richiedenti asilo. Non solo viene mantenuto il regolamento di Dublino III che impone una responsabilità prioritaria al solo Stato di primo ingresso, ma è abbandonato il piano di organizzare dei meccanismi di ripartizione obbligatori per altri Stati membri: il Patto si rimette a forme di solidarietà volontarie e facoltative, senza reali prospettive di ricollocazione.

Riteniamo che il Patto debba includere, o quantomeno consentire, dei meccanismi di ricollocazione organizzati in maniera trasparente e prevedibile tra gli Stati membri volontari, tenendo conto dei legami effettivi delle persone. Questo è particolarmente importante nei casi riguardanti i richiedenti asilo identificati, o addirittura registrati, in un determinato porto in seguito allo sbarco di persone soccorse in mare (in mancanza di tali sistemi, come ha spesso sottolineato l’UNHCR, i salvataggi in mare potrebbero cessare), e più in generale dopo le procedure condotte alle frontiere esterne dell’Unione europea. Noi riteniamo che questa sia una condizione necessaria per la legittimità di tali procedure.

Il Patto mantiene il principio dei legami significativi di un richiedente asilo con un determinato paese, consentendo a quella persona di esprimere una preferenza, se non di esercitare la piena libertà di scelta. Le procedure di trasferimento della responsabilità dei richiedenti asilo per motivi familiari dovrebbero essere rese più efficaci e comprendere un numero più ampio di casi.

I titolari di protezione internazionale devono inoltre essere autorizzati, a determinate condizioni, a stabilirsi per motivi professionali e non solo familiari, in Paesi membri diversi dal Paese di asilo senza attendere il rilascio del permesso di soggiorno permanente.

5) Questo Patto, che si basa su una visione globale della politica europea in materia di asilo e immigrazione, manca, secondo il nostro parere, di alcuni elementi essenziali :

  • Meccanismi per l’ingresso regolare e protetto di rifugiati e richiedenti asilo, come i “corridoi umanitari” già sperimentati in Europa per coloro che fuggono da conflitti e crisi nel loro paese di origine.
  • L’immigrazione per lavoro, secondo il fabbisogno degli Stati membri, attualmente difficile a causa di pochi canali di migrazione legale, ha gonfiato di conseguenza le domande di asilo negli ultimi anni.
  • Per l’asilo vero e proprio, la mancata armonizzazione tra gli Stati membri delle condizioni di accoglienza e, soprattutto, dei tassi di riconoscimento, causa di confusione e disordine nei movimenti dei richiedenti asilo in Europa.
  • Il silenzio sulle politiche di integrazione, anche per i rifugiati riconosciuti negli Stati membri. Eppure le possibilità di integrazione condizionano l’intera catena dell’accoglienza. Concentrato com’è sulla questione dei rimpatri, Il Patto non ne parla.
  • Rivolgendosi agli Stati membri, al Consiglio e al Parlamento europeo, il Patto ignora il ruolo crescente delle città nell’accoglienza e nell’integrazione di rifugiati e migranti.

La “conferenza di Roma” si è conclusa con una parola di mobilitazione, per influenzare un negoziato europeo che si preannuncia lungo. La mobilitazione sarà ricercata a tre livelli contemporaneamente:

  • Agendo a livello delle istituzioni dell’Unione europea, in particolare del Parlamento europeo, ma anche degli Stati membri, per influenzare gli aspetti più discutibili del Patto, proporre alternative, ottenere delle garanzie e un controllo qualificato delle procedure;
  • Cercando un’ampia coalizione di partner interessati in Europa a promuovere una politica di accoglienza umana e dignitosa per rifugiati e migranti: oltre alle ONG e alle associazioni e le loro reti, le città disponibili ad accogliere, gli Stati membri disponibili ad un approccio diverso, i ricercatori;
  • Rivolgendosi alle società e alle opinioni pubbliche dei paesi ospitanti, tenendo conto della molteplicità delle percezioni ma senza sottomettersi alle ideologie xenofobe così presenti, per promuovere un altro approccio culturale alle questioni migratorie.

Firmatari:

Arbeiterwohlfahrt Bundesverband e.V.
A.M.I.S Onlus
Africa e Mediterraneo
Africa Express
Agorà degli abitanti della Terra
AOI Associazione delle organizzazioni non governative italiani
ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione)
CIR Consiglio Italiano per i rifugiati
CRED (Research and development center for democracy)
Centro Astalli Palermo
Diakonie Deutschland
Differenza lesbica
Forum Réfugiés Cosi
Forum per cambiare l’ordine delle cose
Heinrich Böll Stiftung
Fondazione Orestiadi
France terre d’asile
FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione)
Filef (Federazione Italiana lavoratori emigranti e famiglie)
Grei250
GRIS (Gruppo Immigrazione e Salute) Sicilia
Istituto Pedro Arrupe
ICS Italian Solidarity Consortium
Italian-Tunisian Forum
GIGI International legal intervention group
Link 2017
Ligue des droits de l’homme
La Cimade
Movimento europeo
Matilde
Nigrizia
Promidea
Programma Integra
ProAsyl
Republican Lawyer Association Germany
Sant’ Egidio
Secours Catholique – Caritas
Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (S.I.M.M.)
Swiss Refugee Council
Tempi moderni
Ufficio regionale per le migrazioni della CESI
UNIOPSS
Ville de Marseille

The post Una dichiarazione di 43 associazioni all’Ue: non rinchiudete i diritti appeared first on Asgi.