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STOP ALLA GUERRA! APPELLO

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Proprio un anno fa, abbiamo dato via ad una iniziativa di digiuno a staffetta per denunciare la situazione dei migranti che si trovavano sulla #rottabalcanica e per chiedere #norespingimenti.
“Tutte le vite valgono” era il titolo della campagna che, partendo dalla nostra regione, ha coinvolto centinaia di persone di tutto il territorio italiano.
In questi giorni la guerra torna ad accendersi nel cuore dell’Europa a causa dell’aggressione della Ucraina da parte della Russia che condanniamo con fermezza.
Le guerre anche in questo millennio sono una delle cause delle migrazioni. Ora agli 80 milioni di migranti forzati dovremmo aggiungerne altri dall’Ucraina: è ora che l’Europa e l’Italia pongano fine alla politica di respingimenti e alla realizzazione di campi di confinamento.
Per queste ragioni ribadiamo con decisione che tutte le vite valgono è che “la guerra è una follia!” (papa Francesco, Redipuglia 13.09.2014) e facciamo nostro l’invito di Papa Francesco per una giornata di digiuno per la pace mercoledì 02 marzo 2022.
Invitiamo tutti ad aderire a questa forma di azione nonviolenta e a comunicarci la propria adesione alla mail retedirittifvg@gmail.com o alla pagina facebook della Rete DASI, condividendo con noi le proprie foto o delle brevi riflessioni con gli hastag #Pace #Ucraina #Russia #MIR.
È ora che Europa e Italia attuino politiche di Pace e Accoglienza !
Rete DASI FVG

 Un nome a ogni nato: il diritto ad avere diritti

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Pubblichiamo l’intervento di Augusta De Piero proposto in apertura del seminario “I minori stranieri”  organizzato il 19 gennaio 2022 dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni – Gruppo Immigrazione Salute del Friuli-Venezia-Giulia (GrIS fvg). L’incontro on-line è stato moderato da Guglielmo Pitzalis e Paolo Pischiutti, del GrIS fvg.


Augusta De Piero

Cari amici del GrIS vi sono molto grata per aver trovato spazio al mio intervento e ritengo significativo che l’evento di oggi sia accolto nel portale EQUAL- Il diritto antidiscriminatorio che apre l’Università di Udine al territorio con una precisa attenzione al contrasto delle discriminazioni.

Trovare voce nella stanza virtuale del Gruppo Immigrazione e salute del FVG mi riporta al 2008, in un momento che ha preceduto di poco la nascita del GrIS stesso.
Era in fase di preparazione quel coacervo di norme disparate che l’anno successivo sarebbe diventato legge [legge 94, come ben sapete] e venne notata un’incongruenza inaccettabile, anzi insopportabile. Se ne fece carico a livello nazionale la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri e impedì la formalizzazione della norma che avrebbe obbligato i medici del servizio sanitario a denunciare ogni paziente privo di permesso di soggiorno.
La certezza del Codice di deontologia medica bloccò quell’obbrobrio, ma il compianto dr. Luigi Conte, allora Presidente Provinciale dell’Ordine, fece qualche cosa di più, la cui modalità costituisce per me da allora una stella polare. Emanò infatti un comunicato pubblicato dalla stampa locale (e se ben ricordo anche citato dalla radio) .
Leggo: «il Medico non è un delatore e risponde all’obbligo deontologico di garantire assistenza a tutti “senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia, in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera”» .

Non sarà difficile a ognuno di noi riconoscere in quanto ho appena letto il principio portante della nostra Costituzione, contenuto nell’art. 3, il principio di uguaglianza.
Era il 2008 e purtroppo avrei dovuto presto imparare che non esiste un codice deontologico altrettanto vincolante per la società civile.

Dal 2009, infatti, la legge italiana impone ai migranti non comunitari di esibire il permesso di soggiorno quando si rechino agli uffici dello stato civile per registrare la nascita di un figlio in Italia.
Quella registrazione è un atto dovuto nel rispetto del diritto di ogni nuovo nato, ma c’è il rischio che il comprensibile timore di essere scoperti possa indurre migranti irregolari a non registrare all’anagrafe i propri figli, facendone esseri senza nome, senza identità, senza diritti.  Fantasmi dal punto di vista giuridico.
Ricordiamo che tale norma è contenuta nel Testo Unico sulle Migrazioni (art. 6, secondo comma, d.lgs 268/1998).
L’obbligo a chiedere il titolo di soggiorno è attualmente aggirato da una circolare, interpretativa, che meglio potremmo definire “correttiva”, emanata dal Ministero dell’Interno.

Tuttavia, una modificazione della legge vigente è necessaria. Necessaria e dovuta nel rispetto del principio del superiore interesse del minore ma anche per la certezza della nostra democrazia. Se dovesse mancare l’atto di nascita, infatti, il bambino non risulterebbe esistere quale persona destinataria delle regole dell’ordinamento giuridico.
Il bambino straniero si dice, ma io qui dico il bambino senza aggettivi, perché chi nasce non è straniero, è semplicemente un nuovo essere sulla faccia della terra. Finché non sarà modificata la legge sulla cittadinanza, diventerà cittadino italiano se chi lo registra all’anagrafe come genitore è cittadino italiano, diventerà straniero se il genitore che lo registra all’anagrafe non è cittadino italiano.  Ma l’essere straniero non lo rende estraneo all’insieme dei diritti che gli appartengono come persona umana e segnatamente come bambino.
E proprio qui si colloca un pesante equivoco, probabilmente determinante nell’andamento tortuoso e iniquo di questo percorso. Infatti, lo sportello dell’anagrafe di ogni comune, il luogo deputato a farsi garante della libertà originaria, assicurata e protetta in tutto il percorso di una vita, può essere umiliato a luogo che provoca paura, a potere arbitrario, agito caso per caso quando la legge gli offra una occhiuta possibilità di minacciosa sorveglianza. C’è la circolare certo, ma non si può pretendere dalle persone migranti che conoscano confortanti circolari ministeriali. È necessario perciò che tanto si sappia nelle istituzioni, che lo sappiano operatori, utenti, i cittadini tutti.

Mi aspettavo, da parte dei comuni, una reazione pubblica di rivendicazione forte e condivisa perché solo in una consapevolezza comune si verificherà l’antico statuto per cui “l’aria della città rende liberi”. Invece, il rispetto della circolare 19 è avvenuto nel silenzio, non c’è stato il messaggio pubblico di un presidente Conte della società civile, ma ora sappiamo che a volte la circolare è stata tradita.
Quello che poteva essere un timore trova riscontro nella testimonianza del Presidente della Caritas Italiana che , a mia domanda, ha risposto – con trasparente e non consueta cortesia – proponendomi la considerazione del responsabile dell’Ufficio immigrazione della Caritas italiana. Il dr. Forti, questo il suo nome, ha scritto ribadendo l’iscrizione alla nascita come diritto costituzionalmente garantito ma testimoniando nel contempo il fatto che l’efficacia della circolare non è assoluta.
Leggo : “Ad oggi purtroppo non tutte la anagrafi seguono pedissequamente la citata circolare che stabilisce: Per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione (registro di nascita – dello stato civile) non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”.


E se oggi sperare in una modifica legislativa può essere un azzardo, su quell’azzardo dobbiamo saperci giocare tutto a qualsiasi costo. Per correttezza devo dire che esiste una proposta di legge (AC 3048, XVIII Legislatura) che risolverebbe il problema della ferita aperta con la legge 94 ma se non trova riscontro in una informazione diffusa e consapevole, che la renda più visibile nell’agenda parlamentare e condivisa nella società civile, è irrealistico pensare che possa essere approvata prima della fine della legislatura.
Non posso infatti ignorare che durante i suoi quasi 13 anni di vita la legge 94 ha galleggiato impudica senza che alcuna delle forze politiche presenti nelle variegate maggioranze che hanno sostenuto gli otto governi in carica del 2008 in qua se ne sentisse offesa, tanto da farsi efficacemente carico della necessaria modifica.
Quando finirà la XVIII legislatura anche il governo Draghi consegnerà al successore l’intatto portale dell’obbrobrio e l’interdizione all’esistenza di nati in Italia appartenenti alla categoria dei figli di migranti privi di permesso di soggiorno continuerà ad agire come una minaccia. Certo, in Italia ci sono associazioni sostenute dal buon volere sincero di molti che esplorano condizioni di disagio per porvi rimedio ma nel loro operare virtuoso è giusto sappiano che comunque ci sarà una categoria di piccole persone cui il loro impegno sarà per legge estraneo.
I bambini fantasma appunto.
L’indifferenza che riscontro nel presente non mi scoraggia dal dirmi come donna e come madre, madre che avendo naturalmente accolto ogni suo nato come figlio, viene a sapere che ad altre donne tanto è negato: senza identità quel piccolo venuto al mondo è un nessuno cui si negano anche le relazioni primarie, quindi la maternità documentata.
Occorre che si alzi una voce forte, chiara che pretenda l’ascolto oggi negato.

Non sarà la certezza del risultato a muovere quella voce, se si alzerà, ma il dovere di pronunciare parole che fanno paura a coloro che si ritrovano protetti solo dal privilegio e, mentre negano l’altrui libertà, promuovono l’arbitrio che potrebbe condannarci tutte e tutti.
Hanna Arendt ci ha ricordato che, nel ripetersi nello spazio viscoso dell’indifferenza, il male può farsi banale. Ce ne fa memoria la senatrice Segre che porta il numero impressole nella carne a disonore di chi cancellò il nome suo e di milioni d’altre donne e d’altri uomini anche bambini.
Non facciamoci complici del silenzio imposto per soffocare.

Gianfranco Schiavone sulle due proposte di riforma di Schengen

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Banksy, Venezia

Una lunga analisi di Gianfranco Schiavone (ICS – Ufficio rifugiati) sulle riforme di Schengen proposte dall’Unione Europea.

Con l’escamotage della “strumentalizzazione dei migranti”, il nuovo regolamento proposto dalla commissione per la gestione delle frontiere esterne deroga a principi e garanzie, smantellando di fatto il diritto di asilo.

Il lungo articolo è uscito in due parti su Il Riformista il 30 dicembre 2021 e il 4 gennaio 2022.


I trucchetti dell’Europa per cancellare i profughi

Il 14.12.2021 la Commissione UE ha depositato contemporaneamente due proposte di riforma normative annunciando l’intenzione di “rinforzare la governance dello spazio Schengen”.

Il primo testo (COM (2021 891 final) consiste in una proposta di modifica dell’attuale Regolamento 2016/399 ovvero il Codice Schengen, uno dei pilastri dell’assetto attuale della vita sociale e politica dell’Unione. Secondo la Commissione le nuove regole  “mirano a garantire che la reintroduzione dei controlli alle frontiere interne rimanga una misura di ultima istanza” nonché  a creare “strumenti comuni per gestire più efficacemente le frontiere esterne in caso di crisi di salute pubblica, utilizzando le lezioni apprese dalla pandemia COVID-19”.  Con il secondo testo (COM 2021 890 final) la Commissione propone invece di introdurre un Regolamento del tutto nuovo finalizzato a “gestire efficacemente le frontiere esterne dell’UE nel caso in cui i migranti siano usati per scopi politici”. Se entrambe le proposte di Regolamento fossero approvate gli effetti in materia di libera circolazione, diritti fondamentali e diritto d’asilo nell’Unione sarebbero enormi e, ad avviso di chi scrive, profondamente negativi tanto da configurare un’Europa diversa e molto peggiore di quella attuale. Le notizie comparse sulla stampa italiana sono state finora poche e piuttosto confuse e quindi tenterò di fornire al lettore alcuni strumenti di analisi che consentano una lettura più attenta. E’ impossibile esaminare, anche solo per cenni, entrambe le proposte in un unico articolo, ragione per cui in questa prima parte tratterò solo della proposta della Commissione relativa alla “situazione di strumentalizzazione dei migranti” e nel successivo articolo seguirà un’analisi delle proposte di riforma del Codice Schengen.

 

La “situazione di strumentalizzazione dei migranti” è definita nella proposta della Commissione come “una situazione in cui un paese terzo istiga flussi migratori irregolari verso l’Unione incoraggiando attivamente o facilitando lo spostamento di cittadini di paesi terzi verso le frontiere esterne, verso o dall’interno del suo territorio e poi verso tali frontiere esterne, quando tali azioni sono indicative dell’intenzione di un paese terzo di destabilizzare l’Unione o uno Stato membro, quando la natura di tali azioni può mettere a rischio funzioni essenziali dello Stato, compresa l’integrità territoriale, il mantenimento dell’ordine pubblico o la salvaguardia della sua sicurezza nazionale” . Si può agevolmente vedere come la sopraccitata definizione, dai contorni alquanto indefiniti abbia una natura politica o sociologica non idonea a circoscrivere una fattispecie normativa perché priva del requisito di tassatività, ovvero di quella chiara definizione e delimitazione concettuale che deve stare alla base di qualunque norma. Una situazione politica nella quale dei cittadini di paesi terzi vengano spinti da un paese terzo ad entrare nella UE allo scopo di destabilizzazione politica è certo uno scenario socio-politico che il Legislatore europeo può considerare nuovo e pericoloso ma se, oltre al piano dell’azione diplomatica intende agire anche  su modifiche normative in materia di diritti fondamentali deve individuare fattispecie giuridiche precise ed oggettive, a partire dalla distinzioni tra le condizioni giuridiche soggettive diverse tra rifugiati e migranti per altre ragioni e all’esistenza ad esempio di un numero di domande di asilo estremamente elevato in rapporto al Paese in cui l’evento si verifica e al periodo temporale considerato, oppure ancora il fatto che le domande di asilo in un dato contesto sono tutte o quasi presentate da cittadini di uno o più Paesi terzi il cui tasso di riconoscimento delle domande di protezione è molto basso. Nel tentare in ogni modo di introdurre la nuova indefinita nozione di situazione di strumentalizzazione dei migranti la Commissione invece non fa mai alcun riferimento né a numeri elevati né tanto meno alla condizione giuridica delle persone coinvolte/strumentalizzate le quali scompaiono dall’orizzonte del discorso come fossero tutti una indistinta massa minacciosa. La Commissione sa bene, anche se finge di non saperlo, che le problematiche giuridiche di come gestire arrivi massicci in un contesto di strumentalizzazione dei migranti  da parte di un Paese terzo (ugualmente come in altri contesti di crisi le cui cause possono essere le più diverse) sono oggetto di una già esistente proposta di Regolamento dell’Unione per la gestione delle situazioni di crisi  (COM(2020) 0613); si tratta di un testo in discussione al Parlamento Europeo che nella interessante e lucida proposta del relatore J.F. Lopez Aguillar prevede una procedura attivabile allorquando “un afflusso massiccio di persone che attraversano la frontiera in modo irregolare, o che seguono programmi di evacuazione, in un breve periodo di tempo può portare ad una situazione di crisi in un particolare Stato membro”. Tale “situazione di crisi potrebbe anche essere innescata quando circostanze eccezionali che sfuggono al Stato membro mettono a repentaglio la fattibilità possibilità per lo Stato membro di adempiere ai suoi obblighi ai sensi del del diritto dell’Unione in materia di asilo e migrazione”. La stessa proposta prevede altresì l’attuazione di procedure finalizzate ad accelerare l’esame delle domande di asilo che appaiono già prima facie fondate e soprattutto l’attivazione di un meccanismo obbligatorio di rapida redistribuzione dei richiedenti asilo tra gli Stati della UE per evitare che lo Stato di primo ingresso dove si è verificata la situazione di crisi sopporti un onere eccessivo. Perché dunque elaborare una proposta ex novo del tutto vaga e che non appare affatto necessaria?  La Commissione ha in mente quanto avvenuto in Polonia e sa bene che si è trattato di una gigantesca crisi umanitaria e morale che si è verificata tuttavia senza che vi fosse alcuna emergenza reale in atto nel senso che le poche migliaia di disperati (quasi tutte persone in chiaro bisogno di protezione) che la Bielorussia ha cinicamente strumentalizzato contro la Polonia avrebbero potuto essere accolte in Polonia senza rendere necessario neppure un piano di redistribuzione in altri paesi UE. Il problema politico era evidente ed acuto ma la gestione sul campo del diritto d’asilo non consentiva in alcun modo di attuare da parte di un Paese UE le misure violentissime che ha messo in atto. Invece di constatare le incredibili violazioni della legalità di cui si è reso responsabile il governo polacco e di cui ho parlato su queste pagine il giorno …. e di prendere misure adeguate affinché un simile livello di illegalità e di inaudita violenza non si ripeta mai più in Europa, la Commissione fa esattamente l’opposto quasi cogliendo l’occasione che attendeva per avanzare, con enfasi ideologica, proposte nelle quali ci si finalmente libera di paletti, procedure e dati oggettivi e introducendo al loro posto dei non-concetti giuridici privi di alcuna reale pregnanza ma utilissimi ad essere utilizzati in ogni momento e circostanza a seconda della volontà politica del momento.

Basteranno anche pochi e vacui  argomenti per invocare l’esistenza di una “situazione di strumentalizzazione dei migranti” (sottolineo l’uso di questa categorizzazione indistinta), da parte di uno Stato terzo verso uno Stato membro per permettere a quest’ultimo di derogare quasi a tutte le fondamentali leggi vigenti nell’Unione in materia di asilo; in primo luogo potrà registrare le domande di asilo in deroga ai tempi oggi imposti dalla Direttiva procedure arrivando fino a quattro settimane dopo il loro arrivo (quale trattamento sarà riservato ai richiedenti fino a qual momento?) ma soprattutto potrà decidere “alle frontiere o zone di transito sull’ammissibilità e sul merito di tutte le domande registrate” in deroga generale alle garanzie oggi previste dal diritto dell’Unione. Nell’attesa (che potrà protrarsi per 4 mesi) l’accoglienza del richiedente asilo può avvenire in generale deroga delle norme vigenti previste dalla Direttiva Accoglienza limitandosi al solo vitto e ricovero d’emergenza anche in ragione del fatto che il richiedente asilo non è autorizzato ad entrare nel territorio dello Stato (anche se di fatto vi è già) utilizzando la cosiddetta finzione di non ingresso, uno stratagemma concettuale perverso ma geniale grazie al quale, in caso di domanda di asilo respinta, lo straniero potrà essere rapidamente allontanato come colui che è rimasto al di là della frontiera, aggirando in tal modo persino le procedure e le garanzie, già minime, previste dalla vecchia Direttiva 115/2008/CE (rimpatri). Questo stato di quasi-sospensione del diritto d’asilo che può protrarsi per sei mesi rinnovabili di altri sei, e che può essere riproposto un numero indefinito di volte, non richiede, lo voglio sottolineare ancora una volta, l’esistenza di alcuna oggettiva e verificabile situazione di gravissima emergenza che impedisce oggettivamente la possibilità, per lo Stato membro, di gestire in modo ordinato la situazione che si è creata. Né tanto meno le misure sarebbero applicate sulla base della fondatezza delle domande di asilo; la Commissione richiede solo con una espressione generica che lo Stato membro esamini “in via prioritaria le domande di protezione internazionale probabilmente fondate e quelle presentate da minori non accompagnati e da minori e loro familiari” assoggettandole comunque, tutte, allo stesso regime derogatorio dei diritti e delle garanzie. L’assoluta indeterminatezza delle ragioni che possono essere poste a fondamento della richiesta di attivare la procedura speciale in ragione di una “situazione di strumentalizzazione dei migranti” svuota di contenuto anche la flebile procedura attraverso la quale “il Consiglio valuta la proposta [avanzata dallo Stato membro]con urgenza e adotta una decisione di esecuzione che autorizza lo Stato membro interessato ad applicare le deroghe specifiche” senza che il Parlamento Europeo abbia alcun ruolo. Una semplice intesa politica tra Stati permetterebbe dunque di comprimere con un’intensità mai concepita prima d’ora uno dei diritti inalienabili su cui si fonda l’Unione Europea, il diritto d’asilo. Un’intesa, quella richiesta tra stato proponente e Consiglio, facile da raggiungere dal momento che in caso di approvazione delle misure speciali quasi nulla sarebbero chiamati a fare gli altri Stati membri in termini di condivisione di azioni di solidarietà e condivisione delle responsabilità salvo sostenere economicamente “misure di potenziamento delle capacità [dello Stato membro coinvolto] in materia di asilo, accoglienza e rimpatrio”. In modo totalmente difforme da quanto richiesto dal relatore nella citata proposta di Regolamento di gestione delle situazioni di crisi, la Commissione neppure menziona nella sua proposta la possibilità di una redistribuzione, neppure volontaria, dei richiedenti asilo, tra gli Stati membri.

La caratteristica peculiare del diritto d’asilo come si è evoluto nell’età contemporanea è che esso è passato da una mera concessione da parte del Sovrano di turno a un diritto dell’individuo che le autorità sono solo chiamate a riconoscere, o a motivatamente rifiutare, sulla base di criteri giuridici predefiniti. L’estrema e sconcertante proposta dell’attuale Commissione Europea sembra guardare invece a una concezione pre-moderna nella quale il diritto d’asilo non è legato alla condizione della persona ma è determinato dalle circostanze nelle quali la domanda di protezione è stata presentata. Così che, se essa cade nel momento in cui è in atto uno scontro politico internazionale (tale infatti sarebbe l’invocata situazione di strumentalizzazione dei migranti) il suo diritto può indebolirsi o persino sparire.

Altro che Europa casa comune: l’UE prepara la caccia ai migranti

Le proposte avanzate dalla Commissione trasformano in prassi le riammissioni dei profughi,  che si troveranno respinti di frontiera in frontiera in un grande gioco dell’oca finalizzato a contraddire la libera circolazione e a negare il diritto di asilo.

Dopo avere preso in considerazioni le proposte della Commissione sulle cosiddette “situazioni di strumentalizzazione dei migranti” (vedi edizione del 30.12.21) esaminiamo dunque in questa seconda parte la proposta di Regolamento (COM 2021(891 final) con la quale la Commissione propone una revisione del Codice Frontiere Schengen ovvero del Regolamento (EU) 2016/399. Ad avviso della Commissione “negli ultimi anni, lo spazio Schengen è stato oggetto di sfide senza precedenti, che per loro natura non erano limitate al territorio di un singolo Stato membro”. La Commissione ritiene che vi siano delle “lacune delle norme esistenti che disciplinano il funzionamento dello spazio Schengen sia alle frontiere esterne che a quelle interne e [propone] di creare un quadro più forte e solido che consenta una risposta più efficace alle sfide che lo spazio Schengen deve affrontare” . Le principali proposte avanzate dalla Commissione riguardano proprio l’ambito più delicato della tenuta del sistema Schengen, quello delle frontiere interne e avanza un primo gruppo di misure collegandole alla pandemia di COVID-19 con il ragionevole obiettivo di evitare che si ripeta in futuro l’attuale scomposto muoversi da parte dei singoli Stati con misure non sempre giustificate dall’obiettivo reale di contrastare l’epidemia bensì legate a volubili interessi politici. Propone dunque che “il Consiglio, sulla base di una proposta della Commissione, [possa] adottare un regolamento di applicazione che prevede restrizioni temporanee ai viaggi negli Stati membri” individuando le aree geografiche sulla base di “ metodologie e criteri oggettivi”. Introdurre delle integrazioni all’attuale Codice frontiere Schengen per gestire meglio il possibile riproporsi di emergenze sanitarie è pienamente condivisibile ma la Commissione coglie l’occasione per accostare al tema della pandemia un altro campo di suo ben maggiore interesse affermando perentoriamente, pur senza mai motivarne la ragione, che “per rafforzare il funzionamento dello spazio Schengen, gli Stati membri dovrebbero poter adottare misure supplementari per contrastare i movimenti irregolari tra Stati membri e combattere i soggiorni illegali”. In che modo farlo è presto detto: “quando le autorità nazionali incaricate dell’applicazione della legge di uno Stato membro fermano cittadini di paesi terzi in soggiorno illegale alle frontiere interne nell’ambito della cooperazione operativa di polizia transfrontaliera, tali autorità dovrebbero avere la possibilità di rifiutare a tali persone il diritto di entrare o rimanere nel loro territorio e di trasferirle nello Stato membro da cui sono entrate”. Le riammissioni si applicherebbero “al fermo di un cittadino di un paese terzo in prossimità delle frontiere interne” in particolare se l’operazione è avvenuta “durante pattugliamenti congiunti di polizia”. La Commissione punta quindi a una vera e propria rinascita degli accordi di riammissioni tra Stati UE quali strumenti ordinari, anzi privilegiati, per individuare, alle frontiere interne, gli stranieri in posizione irregolare e, dopo avere loro notificato la decisione, rinviarli, con procedura immediatamente esecutiva, nello stato membro da cui provenivano che dovrebbe occuparsi del loro rimpatrio. Nell’evoluzione del diritto europeo le riammissioni degli stranieri irregolari tra Stati membri confinanti erano divenute residuali perché non coerenti con il percorso di eliminazione delle frontiere interne e con la libera circolazione nello spazio comune; già la Direttiva 2008/115/CE (Direttiva Rimpatri), tuttora vigente (e che la Commissione vuole infatti modificare) salva infatti gli accordi di riammissione tra Stati solo se precedenti al 2008; nell’ottica della costruzione della casa comune europea priva di frontiere interne non ha rilevanza che la persona straniera in condizioni di soggiorno irregolare venga fermata all’interno del territorio di uno Stato membro o nei pressi di una sua frontiera interna perché vanno applicate comunque, in ogni luogo, le medesime disposizioni, attuando, se necessario, l’espulsione dal comune spazio europeo, fatte salve  le garanzie previste dalla stessa Direttiva Rimpatri e il rispetto dei diritti fondamentali, ed in particolare il diritto d’asilo. Ritorno delle riammissioni e mantenimento della libera circolazione alle frontiere interne sono, con evidenza, strade tra loro alternative che rispecchiano visioni politiche e culturali antitetiche. Puntare, come fa l’attuale Commissione, a individuare nelle riammissioni il nuovo e insieme vecchio strumento su cui puntare per contrastare i cosiddetti movimenti secondari degli irregolari significa proporre surrettiziamente il ritorno delle frontiere interne. Eppure la libera circolazione dentro la UE è stata un’enorme conquista storica oggi considerata da tutti come irrinunciabile. In materia la Corte di Giustizia dell’UE si è più volte pronunciata ritenendo incompatibile con il vigente diritto dell’Unione alcune normative nazionali che autorizzavano un largo uso dei controlli alla frontiera interna allo scopo di prevenire o impedire l’ingresso o il soggiorno irregolari degli stranieri nel territorio di uno Stato membro se tali norme producevano, in concreto, un effetto equivalente a quello delle verifiche di frontiera. Oggi la Commissione propone quindi nientemeno che una drastica retromarcia nell’evoluzione del diritto dell’Unione (e quindi di tutta la nostra storia recente) proponendo che “ l’esercizio da parte delle autorità competenti delle loro competenze non può, in particolare, essere considerato equivalente all’esercizio delle verifiche di frontiera quando le misure [….] mirano, in particolare, a […] combattere il soggiorno o la permanenza irregolare legati alla migrazione irregolare. La Commissione si progressivamente inabissa in un triste contorsionismo logico, i cui dettagli risparmio al lettore, tra la volontà di attuare controlli che si vorrebbero di fatto sistematici e continui alle frontiere interne per individuare gli stranieri irregolari, anche ricorrendo in modo massiccio “a tecnologie di monitoraggio e sorveglianza”, e nello stesso tempo il tentativo di non attuare, alle stesse frontiere interne, controlli con caratteristiche continuità e sistematicità tali da ostacolare il principio della libera circolazione. Una sintesi impossibile tra un obiettivo e il suo contrario. La temeraria rinascita delle riammissioni riguarderebbe anche gli stranieri che chiedono asilo? Proprio sul punto più delicato e scivoloso il testo proposto dalla Commissione tace del tutto. Nessun accordo di riammissione è possibile nei confronti di uno straniero che chiede asilo perché la sua domanda va registrata subito, al confine o nel territorio dello stato membro nel quale viene manifestata la richiesta di protezione, e l’individuazione dello Stato competente a esaminare la domanda di asilo, se diverso da quello in cui la domanda è stata fatta, è di competenza di un’apposita normativa, il Regolamento Dublino III oggetto anch’esso di molte tormentate proposte di riforma. Da tempo il piano della legalità è però già stato violato, e in modo sistematico, da molti stati dell’Unione, tra cui l’Italia, che hanno usato a mani basse lo strumento delle riammissioni, persino quando non esistevano neppure accordi inter-statali a copertura di tali prassi, proprio con lo scopo di liberarsi dei richiedenti asilo e scaricarli allo stato membro vicino; lo hanno fatto a volte in (parziale) contrasto tra loro, come nel caso Francia-Italia; altre volte invece in piena sintonia, attuando riammissioni illegali “a catena” come nel caso Italia (e Austria) – Slovenia – Croazia, così che tutti gli stati coinvolti, in sodalizio illegale tra loro, si liberavano dei rifugiati respingendoli fuori dall’Unione (Bosnia). Al confine italiano le riammissioni illegali sono state bloccate ma continua l’operato di “pattuglie di polizia miste italo-slovene” dal mandato opaco. Non è quindi per nulla azzardato ritenere che scopo precipuo, anche se nascosto, della proposta di rinascita delle riammissioni sia proprio quello di aiutare gli Stati a disfarsi dei richiedenti asilo facendo in modo che essi, riammessi/respinti di confine in confine non accedano mai alla procedura di richiesta di protezione internazionale in nessuno stato dell’Unione.

Infine nella parte della propria proposta destinata a una nuova regolazione del temporaneo ripristino effettivo delle frontiere interne la Commissione insiste sul fatto che tali misure, se assunte dai singoli Stati, vengano considerate quale “ultima istanza” e tenta una forte riduzione dei tempi massimi di chiusura che gli Stati possono attuare in autonomia, vincolando maggiormente gli Stati a motivare e impone tempi e modalità di notifica. La Commissione propone infine di rafforzare le sue competenze prevedendo che in caso di  “minaccia grave per la sicurezza interna o l’ordine pubblico [che] colpisce la maggioranza degli Stati membri, mettendo a repentaglio il funzionamento globale dello spazio senza frontiere interne” essa stessa possa “presentare al Consiglio una proposta per l’adozione di una decisione di esecuzione che autorizzi il ripristino dei controlli di frontiera da parte degli Stati membri.” Si può intravedere in queste proposte l’intenzione di circoscrivere le ipotesi di ripristino delle frontiere interne a casi veramente eccezionali e dunque contenere una tendenza disgregativa che negli ultimi anni ha assunto connotati assai pericolosi. Tuttavia il tentativo mi sembra debole e poco credibile perché nello stesso tempo la Commissione considera motivo sufficiente per il ripristino autonomo dei controlli alle proprie frontiere interne da parte di uno Stato “ una situazione caratterizzata da movimenti non autorizzati su vasta scala di cittadini di paesi terzi tra gli Stati membri, che mette a rischio il funzionamento globale dello spazio senza controllo alle frontiere interne” usando una formulazione vaga ma utile a essere usata pressoché a piacimento dai singoli Stati. La Commissione dovrebbe interrogarsi sulle ragioni dei forti movimenti degli stranieri (sia quelli irregolari che di quelli regolari ma il cui diritto al soggiorno vale in un solo stato) tra i diversi paesi dell’Unione e semmai porsi l’obiettivo di come iniziare ad armonizzare le divergenti politiche di ingresso e soggiorno nonché gli standard di accoglienza ed integrazione. Invece nulla di tutto ciò è nel suo orizzonte mentre il contrasto ai movimenti degli stranieri rimane l’unica ossessione da inseguire. A qualunque costo.


In allegato le due parti dell’articolo

 

Solidali con i solidali. Da Riace a Pordenone. Intervento di Tiziana Barillà

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Pubblichiamo l’intervento di Tiziana Barillà durante l’incontro di ieri 30 ottobre “Solidali con i solidali. Da Riace a Pordenone”
Tiziana parla del crimine di solidarietà nelle sue varie sfumature. Si sofferma in particolare sul modello di cittadinanza di Riace per evidenziare che l’accoglienza non riguarda solo i migranti ma anche la vita dei territori. A partire dal fatto che sia a Lucano che alle attiviste di Pordenone viene fatta l’accusa dell’interesse politico nel loro agire evidenzia la necessità – appunto politica e collettiva – di immaginare una vita degna di essere vissuta per tutti.

Happening per PDL Serracchiani C3048 

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Sabato 25 settembre ore 20.00 Piazza della Chiesa – Zugliano (UD)

 

 

 

Siamo certamente convinti dell’importanza che tutti possano godere dei diritti civili e di libertà, ma ci sono bambini che non hanno il diritto di esistere legalmente, di andare a scuola e di essere curati. Dove? In Africa? in India? No, in Italia, e anche l’agenda 2030 dell’ONU richiede che non ci siano più dei bambini invisibili per quella data nel mondo e quindi anche in Italia.

Lo spettacolo vuole raccontare la storia delle iniziative che sono state portate avanti per far conoscere il dramma della possibile  esistenza di bambini fantasma e la certezza che il tutto potrebbe essere superato con la modifica della legge in vigore, come proposto dal PDL Serracchiani C3048.

Per raccontare tutto questo la narrazione si frammenta, si polverizza in un caleidoscopio di immagini e di suoni. Si alterneranno elementi di stili molto diversi: coesisteranno Ravel e Cage, canzoni e suoni inquietanti, chiarimenti e interventi spiazzanti. Anche il pubblico potrà intervenire. Come in tutti gli happening anche il caso ha un ruolo e il fuori tema è previsto.