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Respingimenti illegali: la società civile lancia una rete europea

10 organizzazioni in 11 paesi europei hanno avviato una partnership con l’obiettivo di denunciare e contrastare l’uso illegale di respingimenti e altre violazioni dei diritti alle frontiere europee. La rete richiede responsabilità: la Commissione europea svolga un ruolo decisivo nel ritenere gli Stati membri responsabili e garantisca l’inclusione di meccanismi di solidarietà nel Nuovo Patto sulla migrazione.

Le organizzazioni che compongono la rete: ASGI, Borderline Sicily, Elin Association, Human Rights 360, Intersos, Kesha Niya, Mobile Info Team, PIC, Progetto20K, Refugee Rights Europe.

L’obiettivo: documentare e denunciare il crescente numero di respingimenti.

Respingimenti: una tendenza sconcertante a livello europeo

Vi è una necessità sempre più urgente di un’azione concertata e collettiva contro i respingimenti, che rappresentano una risposta illegale all’asilo e alla migrazione.

In Grecia, i respingimenti in mare non sono cessati. A metà agosto è stato registrato un altro respingimento illegale al largo delle coste di Lesbo. La guardia costiera ellenica ha rifiutato il salvataggio di 34 persone nonostante le richieste di soccorso. 159 persone sono state sottoposte a respingimenti illegali nell’arco di una settimana. Le analisi dei filmati video della Border Violence Monitoring Network (BVMN) mostrano il coinvolgimento della guardia costiera ellenica nei respingimenti. Un’indagine del New York Times stima che 1072 persone siano state espulse illegalmente da marzo.

Al confine terrestre con la Turchia, la Grecia andrà avanti con i piani per estendere una recinzione di cemento e filo spinato. L’UNHCR ha invitato il governo greco a indagare sui reports e sui dati documentati sui respingimenti.

Nel frattempo, al confine croato con la Serbia, Asylum Protection Serbia ha segnalato respingimenti di 20 persone. I continui respingimenti oltre il confine con la Bosnia stanno creando sempre più affollamento nelle città di confine e una crescente crisi umanitaria.

Inoltre, l’Asylum Information Database (AIDA) ha rilevato un aumento dei respingimenti su entrambi i lati dei confini in più della metà dei paesi europei analizzati, tra cui Bulgaria, Ungheria, Polonia, Cipro, Spagna, Turchia, Romania, Serbia, Grecia e Italia, così come alle frontiere interne con altri Stati membri dell’UE.

Alla luce di ciò, il collettivo di organizzazioni transeuropee ha lanciato oggi una nuova iniziativa, per invitare le istituzioni dell’Ue e gli Stati membri ad assumersi le proprie responsabilità.

Cosa si dice a livello europeo sui respingimenti?

Negli ultimi anni, il silenzio a livello europeo sui respingimenti è stato assordante. Al Parlamento europeo, i deputati hanno richiesto un’indagine sul report relativi ai respingimenti dalla Grecia. Affrontando la violenza e le sparatorie al confine greco-turco nella primavera di quest’anno, l’eurodeputato Tineke Strik ha esortato la Commissione ad assumersi le proprie responsabilità e ha osservato che “le tendenze all’aumento della violenza e delle violazioni ai confini dell’Ue richiedono una risposta forte da parte della Commissione, comprese misure di monitoraggio indipendente ma soprattutto un’applicazione efficace e il divieto dell’impunità”.

Ciò ha fatto seguito a una lettera all’inizio di quest’anno in cui i deputati al Parlamento europeo hanno espresso preoccupazione “per le notizie relative ad aggressioni e violenze contro i richiedenti asilo da parte di agenti di sicurezza greci e uomini armati non identificati che li hanno respinti oltre il lato turco del confine”.

Più di recente, la commissaria europea per gli affari interni, Ylva Johansson, ha affermato che “i respingimenti sono contro il diritto europeo. Non possiamo proteggere i nostri confini europei violando i nostri valori ”.

Selma Mesic, coordinatrice del partenariato End Pushbacks, ha dichiarato: “Oggi ci siamo riuniti con partner in tutta Europa per lanciare un forte e inequivocabile appello al cambiamento. I respingimenti e le violazioni dei diritti umani alle frontiere sono illegali e inaccettabili e devono essere fermati. Vogliamo vedere la Commissione europea assumere una posizione più decisa contro queste violazioni effettuate dagli Stati membri e chiediamo l’introduzione di meccanismi di trasparenza più efficaci “.

Maria Paraskeva ed Evgenia Kouniaki, esperti legali dell’HumanRights360 in Grecia, hanno dichiarato: “La violenza legittimata e l’attuazione di pratiche illegali di respingimento nel confine terrestre europeo con la Turchia rafforzano l’immaginazione di un ‘interno’ sicuro e un ‘esterno’ insicuro , senza riguardo per il rischio di esposizione di questa popolazione a violazioni dei diritti di asilo e dei diritti umani. Queste pratiche espongono lo stato greco e l’Unione europea. Purtroppo, la politica ufficiale definisce i rifugiati e gli immigrati come “nemici” e “sgraditi”. Ciò consente ai gruppi di estrema destra di operare in questi paesi e di turbare le comunità locali “.

Livio Amigioni, al Progetto 20K al confine italo-francese, ha affermato: “In questa fase è necessario porsi alcune domande critiche. Ad esempio, perché gli stati continuano a operare respingimenti, investendo risorse preziose nella protezione dei confini quando è chiaro che questi sforzi sono inutili? È evidente che non è possibile frenare i desideri delle persone e nemmeno i loro movimenti. L’Europa deve svegliarsi e porre fine ai respingimenti adesso “.

Una persona respinta dalla Francia in Italia ha detto: “La gendarmeria mi ha arrestato sul treno, sono stati molto violenti e mi hanno quasi rotto la mano. Sono stato portato in detenzione per sette ore senza cibo e acqua, prima di essere rilasciato in Italia. Siamo esseri umani e abbiamo bisogno della protezione di tutti gli stati d’Europa ”.

Per informazioni
Selma Mesic, Coordinator, End Pushbacks Partnership
Selma.mesic@refugee-rights.eu

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Udine, migranti “accolti nei bus”, la lettera delle associazioni: “Inumano e degradante”

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ActionAid, ASGI, Intersos e molte associazioni locali: “Inumano e degradante, i Prefetti utilizzino gli strumenti legali del Decreto Cura Italia per garantire un’ospitalità dignitosa ai cittadini stranieri in quarantena”

Per una settimana a Udine 30 cittadini stranieri appena giunti in Italia sono stati costretti a dormire a bordo di un pullman per la quarantena COVID, senza servizi igienici per lavarsi e sotto il costante controllo delle forze dell’ordine che impedivano loro di allontanarsi dal veicolo. Come spiegazione il prefetto di Udine, a più riprese, ha motivato la scelta con l’assenza di posti in accoglienza e l’impossibilità di reperirli.

In una lettera inviata il 14 settembre 2020 al Prefetto di Udine e al Capo del Dipartimento della Protezione Civile, per conoscenza al Viceministro dell’Interno, al Ministero dell’Interno, al Dipartimento di prevenzione dell’ASL di Udine e all’UNHCR, le associazioni ActionAid, ASGI, Intersos e numerose sigle del territorio  hanno ricordato alle istituzioni che con il Decreto Cura Italia, in vigore dal 17 marzo 2020, i Prefetti hanno acquisito poteri straordinari al fine di assicurare la possibilità di ospitare persone in isolamento fiduciario nel caso in cui queste non potessero farlo presso il proprio domicilio. Nel testo è per di più specificato che il Prefetto può requisire “strutture alberghiere, ovvero di altri immobili aventi analoghe caratteristiche di idoneità, per ospitarvi le persone in sorveglianza sanitaria e isolamento fiduciario o in permanenza domiciliare, laddove tali misure non possano essere attuate presso il domicilio della persona”.

“Riteniamo che tali condizioni siano lesive della dignità umana e non rispettino gli standard minimi di accoglienza previsti dalla nostra Costituzione e dal diritto internazionale, comunitario e italiano, e che possano essere configurate come trattamento inumano e degradante vietato dall’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti umani” affermano nella lettera le associazioni, richiedendo che il Prefetto proceda subito alla requisizione nei casi – come quello appena avvenuto-  in cui risultano mancanti i posti disponibili nelle strutture di accoglienza per isolamento fiduciario di richiedenti asilo, come prevede la legge in vigore.

Le associazioni chiedono, inoltre, che venga garantito “l’accesso all’informativa in materia di protezione internazionale e l’orientamento legale ai cittadini stranieri, come avviene ad esempio nella vicina città di Trieste all’interno delle strutture per l’isolamento fiduciario dei cittadini stranieri che giungono in Italia dalla rotta balcanica”.

Infine, le associazioni firmatarie auspicano che le autorità competenti non intendano ricorrere alla soluzione di ospitare su unità navali, per il periodo della quarantena, i migranti che giungono in Friuli Venezia Giulia in modo autonomo attraverso le frontiere terrestri, come indicato nell’Avviso pubblicato il 10 settembre dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Una soluzione “discriminatoria e lesiva dei diritti delle persone interessate, oltre che più costosa e meno efficiente dal punto di vista della predisposizione delle misure di prevenzione sanitaria. Inoltre, non risulta esservi alcuna necessità di ricorrere alle c.d. “navi quarantena”, posto che sul territorio della Regione Friuli Venezia Giulia vi è un sufficiente numero di strutture che potrebbero essere utilizzate a tale scopo, come peraltro rappresentato da alcuni dei Prefetti del Friuli Venezia Giulia alla Ministra dell’Interno nel corso della sua recente visita a Trieste.”

Il Viminale in agosto ha diramato un dossier che rileva una diminuzione del 17% delle persone ospitate in accoglienza (al 31 luglio 2020 rispetto allo stesso giorno del 2019). L’assenza di trasparenza e la scarsa accountability del sistema non consentono quindi di confutare o confermare le affermazioni del Prefetto di Udine sullo stato dei centri di sua competenza. Non possiamo quindi che tornare a chiedere che – sia per le condizioni di accoglienza, sia per le comunità ospitanti, nonché per una migliore gestione in periodo di pandemia – il ripristino al più presto un sistema efficace di microaccoglienza diffusa a titolarità pubblica. Per questo si sollecita che le strutture per la quarantena o l’isolamento fiduciario siano il primo passo per l’ingresso nel sistema Siproimi – anche dei richiedenti asilo, come sancito dalle recenti disposizioni normative – come raccomandato dalle “Indicazioni operative ad interim per la gestione di strutture con persone ad elevata fragilità e marginalità sociosanitaria nel quadro dell’epidemia di COVID 19”, redatte dall’INMP su mandato del Ministero della Salute.

Le associazioni firmatarie:
ActionAid
ASGI
INTERSOS
Rete DASI
ANPI Friuli Venezia Giulia
Arci di Cordenons (PN)
Associazione femminile la Tela – Udine
Associazione Immigrati di Pordenone
Circolo di Udine di Libertà e Giustizia
CNCA Friuli Venezia Giulia
Gruppo Immigrazione Salute Friuli Venezia Giulia
Gruppo Solidale “Il cielo è di tutti” di Gemona
Le Donne in Nero di Udine
Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia
Legambiente Friuli Venezia Giulia
Linea d’ombra ODV
Oikos Onlus
Ospiti in Arrivo – Udine
Rete Solidale Pordenone
Time For Africa

Photo by Ant Rozetsky on Unsplash

 

Migration Pact – Questa non è solidarietà, cresce solo l’accento sui rimpatri

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Ieri a Bruxelles è stato presentato il nuovo patto europeo su migrazione e asilo, Migration Pact. Come era stato ampiamente anticipato sulla stampa, si basa su quattro punti principali, che sono: il superamento del regolamento di Dublino per diminuire la pressione migratoria nei Paesi di primo arrivo; una maggiore condivisione tra gli Stati membri nel rimpatrio dei migranti irregolari nei loro paesi di origine; un maggiore sforzo dell’Unione nei salvataggi in mare e, infine, il rafforzamento del controllo dei confini esterni attraverso l’implementazione di Frontex, ovvero della Guardia di frontiera e costiera europea.
Abbiamo chiesto all’avv. Anna Brambilla di ASGI di darci una prima lettura del documento programmatico della Commissione soffermandosi sulle novità, se ci sono indicazioni positive in controtendenza rispetto al passato e sui principali limiti.

D. Il nuovo patto, pur non essendo un documento a forza di legge, quindi non determinando cambiamenti normativi, è di primaria importanza nell’introdurre visioni, concetti e approcci per gli anni a venire. Quali sono le novità più rilevanti rispetto alle politiche europee fino ad oggi praticate?

Il nuovo Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo, presentato ieri a Bruxelles da Ursula von der Leyen (Presidente della Commissione Europea), Margaritis Schinas (vicepresidente della Commissione) e Ylva Johansson (commissario per gli Affari Interni), è un documento programmatico che consente di capire su quali linee si evolverà, o meglio si dovrebbe evolvere, la politica europea in materia di immigrazione e asilo e quali saranno gli atti normativi che l’Unione Europea adotterà per sostenere le scelte politiche effettuate.
Sebbene non sia possibile entrare nel merito di tutte le proposte avanzate, è tuttavia possibile formulare diverse considerazioni critiche anche a partire da quanto emerso nel corso della conferenza stampa.
Il nuovo Patto, presentato da Schinas come un palazzo, si sviluppa su tre piani e poggia su fondamenta già ampiamente gettate dalle politiche europee degli ultimi anni: cooperazione con i Paesi terzi per la gestione dei flussi migratori e la gestione delle frontiere, rafforzamento dei controlli alla frontiere esterne, procedure accelerate di frontiera e definizione di regole certe per lo svolgimento delle procedure di asilo ma soprattutto procedure di rimpatrio effettive.

In questo senso le soluzioni proposte, presentate come un nuovo inizio, sembrano ripetere delle scelte già effettuate e implementate in passato.

Non mancano alcune novità in parte già preannunciate nei giorni scorsi, in primis, i meccanismi di solidarietà da attuarsi in determinate situazione di crisi che tuttavia destano non poche perplessità non solo in termini politici ma anche di realizzabilità.
Accanto al già noto strumento della ricollocazione, infatti, la “solidarietà europea”, se così si può definire, potrà infatti attuarsi tramite la cd. sponsorizzazione dei rimpatri, consistente in un’assunzione di responsabilità, dell’esecuzione del rimpatrio dei cittadini stranieri destinatari di una decisione di rimpatrio. Uno Stato membro, a seguito ad esempio di un’operazione di ricerca e salvataggio in mare, potrebbe cioè scegliere se “concretizzare la propria solidarietà” accogliendo persone entrate in procedura di asilo oppure trasferendo cittadini stranieri per i quali è necessario procedere al rimpatrio assumendo la responsabilità dell’esecuzione dello stesso.

L’accento sui rimpatri è del resto sempre maggiore: sviluppo di un sistema comune europeo dei rimpatri, supporto operativo di Frontex, nomina di un coordinatore per i rimpatri e collaborazione con i Paesi terzi.

Si accentua inoltre il collegamento tra procedure di asilo e procedure di rimpatrio attraverso un pre screening della posizione individuale di tutti i migranti che attraversano la frontiera esterna in modo irregolare da svolgersi in tempi molto rapidi direttamente in frontiera, senza garantire il diritto all’accesso al territorio dell’Unione Europea, al fine di indirizzare la persona verso la procedura di asilo o verso quella di rimpatrio.
In generale, le poche novità positive annunciate, come la creazione di un meccanismo di monitoraggio indipendente di eventuali violazioni dei diritti umani ai confini, il superamento del sistema Dublino e l’apertura del confronto sulla migrazione regolare, appaiono fragili e piuttosto misere anche in termini numerici (un piano europeo per il resettlement che include solo 29.500 persone in due anni), inquinate da un linguaggio e da una retorica che dominano da troppo tempo la politica europea sulla migrazione e l’asilo.

D. Quali sono invece gli elementi di continuità rispetto alle linee guida dell’Agenda europea sulla migrazione del 2015?

A fronte di uno scenario europeo e mondiale in parte differente e nonostante la drammatica situazione esistente nella zone di confine e lungo le varie rotte migratorie, il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo rafforza alcune delle linee di sviluppo proprie anche dell’Agenda Europea del 2015.
La cooperazione con i Paesi terzi continua ad avere una forte centralità, strutturandosi attorno a cinque differenti aree: supporto ai Paesi d’origine e a quelli che ospitano rifugiati, creazione di opportunità di lavoro, lotta all’immigrazione irregolare e ai trafficanti, miglioramento dell’efficacia dei programmi di riammissione e di rimpatrio e sviluppo di nuovi canali di migrazione regolare.

Tradotto: più fondi per assicurarsi che le persone non partano e accordi di rimpatrio e riammissione.

E ancora. Le riforme del Sistema Comune Europeo di Asilo già annunciate dopo il 2015 vengono almeno in parte riprese non solo per quanto riguarda alcuni contenuti ma anche in termini di adozione di regolamenti al posto di direttive (Qualifiche e Procedure), con l’obiettivo di ridurre le differenze tra i sistemi di asilo nazionali, anche in termini di contenuto della protezione, e di contrastare i movimenti secondari, attraverso una sempre maggiore riduzione delle garanzie e dei diritti anche in termini di misure di accoglienza.
Allo stesso modo, come già evidenziato assumono sempre più centralità le procedure di frontiera e il sistema Hotspost, già testati in Italia e, soprattutto, in Grecia, si rafforzano ulteriormente i controlli in entrata, anche attraverso la raccolta di un sempre maggior numero di informazioni e di dati personali, si attribuiscono maggiori poteri alle Agenzie Europee che affiancano o, in alcuni casi, si sostituiscono ai Paesi membri con l’intento di rendere effettiva l’esecuzione delle operazioni di rimpatrio.

D. Come ASGI avete inviato alla Commissione un documento articolato in 10 punti con il quale chiedevate un mutamento di rotta verso un approccio più positivo che dia priorità ai diritti. Quanto è conciliabile il Migration Pact?

In vista della pubblicazione del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e a seguito della pubblicazione da parte della Commissione di una roadmap, ASGI, così come altre organizzazioni, aveva provato a contribuire al dibattito in corso formulando alcune proposte.
Se l’aumento dei canali di ingresso regolari, la riforma del Regolamento Dublino e il pieno funzionamento del Sistema Schengen appaiono essere in linea generale, almeno ad un primo sguardo, punti in comune tra le proposte formulate da ASGI e il contenuto del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, del tutto opposte sono le posizioni sulla cooperazione con i Paesi terzi, le procedure per l’esame delle domande di protezione internazionale, l’uso di concetti quale “Paese d’origine sicuro” e “Paese terzo sicuro”, la libertà di circolazione e le operazioni di soccorso e ricerca in mare.

Ma è soprattutto nel linguaggio e nel posizionamento complessivo che si registrano le divergenze maggiori.

La presentazione del Patto è stata costellata da dichiarazioni inaccettabili in ordine alla necessità di procedere alle operazioni di rimpatrio direttamente alla frontiera vista la difficoltà di procedervi dopo l’ingresso sul territorio nazionale, quando magari la persona si è sposata o ha iniziato un percorso di lavoro o ancora la necessità di superare strozzamenti e lacune e di rendere “prevedibili” i movimenti umani. A fronte di queste parole e della ancora attuale convinzione del primato del modello europeo le differenze, in termini di visione del mondo, appaiono inconciliabili.

D. Quali saranno ora i passaggi successivi?

La presentazione del Patto è stata accompagnata dalla pubblicazione di numerosi documenti che andranno letti ed esaminati in modo puntuale per capire nel dettaglio quali sono le riforme e per comprendere l’effettiva sostanza delle proposte formulate.
Sarà necessario monitorare la discussione sul Patto, che verrà presentato al Parlamento e al Consiglio Europeo, oltre naturalmente alla sua implementazione e seguire il percorso delle riforme normative proposte cercando di intervenire e di contrastarle ma soprattutto denunciare la pericolosità e l’impraticabilità di alcune delle soluzioni proposte.


Per approfondire:

- Cosa vogliamo nel nuovo patto Ue su migrazione e asilo, speciale a cura di ASGI

Bartolo: «Solidarietà obbligatoria, ma solo per i rimpatri»

«Sono deluso, amareggiato da quanto ho sentito. Quando von der Leyen ha detto che avrebbe abolito il regolamento di Dublino mi aspettavo che sarebbero finalmente cominciati i ricollocamenti obbligatori, invece la solidarietà di cui si parla non è verso i migranti, bensì verso gli Stati membri: solidarietà per i rimpatri. Mi sembra inaccettabile. Stiamo parlando di esseri umani ma a volte dimentichiamo che a prescindere dal motivo per cui lo fanno, guerra o fame che sia, queste persone sono costrette a fuggire dal loro Paese». Pietro Bartolo è stato per 30 anni medico a Lampedusa, periodo durante il quale ha curato decine di migliaia di disperati approdati sull’isola. Nel 2019 è stato eletto al parlamento europeo dove oggi è vicepresidente della commissione Libertà civili (Libe). «La solidarietà di cui si parla oggi – dice – tradisce i valori su cui è stata fondata l’Unione europea»

Bartolo, non la convince il nuovo patto su migrazioni e asilo?

 

Diciamo che mi aspettavo qualcosa in più rispetto a quanto ho sentito, che invece non solo è insoddisfacente ma credo che peggiorerà la situazione attuale. C’è solo una cosa positiva: per i ricollocamenti si tiene conto dei familiari presenti in uno Stato membro allargando il concetto di famiglia anche ai fratelli, alle sorelle e alle famiglie che si sono costituite durante in viaggio verso l’Europa, mentre prima non era così. Una piccola cosa che però non risolverà certo il problema della migrazione. Con il patto presentato oggi (ieri, ndr) chi continuerà a pagare le conseguenze saranno i Paesi di primo approdo.

Infatti l’abolizione del regolamento di Dublino, pure annunciata dalla presidente von der Leyen, non c’è.

È vero non si parla più di regolamento di Dublino ma al suo posto c’è qualcosa che lo ricalca con in più il pre-screening per i richiedenti asilo che aggraverà ulteriormente il lavoro dei Paesi come l’Italia. E le persone finiranno con l’essere segregate in un centro che sembra essere extraterritoriale, o comunque negli hotspot dove già oggi sono costrette a vivere in condizioni disagevoli.

Si rischia di creare situazioni simili a quanto esiste in Grecia, penso a campi come quello di Moria?

Come Moria ma anche come l’hotspot di Lampedusa, dove i teoria dovrebbero esserci 190 persone e invece ce ne sono 1.500.

Effettuando gli screening alla frontiera non si rischia di intaccare il diritto di asilo?

Sicuramente. Non si possono esaminare le domande con procedure così veloci dove per di più la prima cosa che si vede è se il Paese di origine di chi richiede asilo ha una percentuale di riconoscimento della domanda inferiore al 20%, motivo per cui può essere rimpatriato. Ma verso dove? Magari verso un Paese nel quale queste persone sono davvero a rischio. Ho l’impressione che la Commissione si sia piegata al volere di alcuni Paesi che alzano le barricate appena sentono parlare di ricollocamenti.

Nel nuovo patto c’è vaghezza sui salvataggi nel Mediterraneo. Dopo la missione Sophia l’Europa sembra intenzionata a non impegnarsi più direttamente nelle operazioni di soccorso.

Anche su queste dalle parole dette la settimana scorsa dalla presidente von der Leyen credevo che si potesse istituire una missione europea da affiancare alle navi delle ong in modo da evitare i naufragi e la morte dei migranti. In realtà non è così, ci sono solo delle raccomandazioni della Commissione agli Stati perché aiutino la ong. Ma sappiamo benissimo invece che fino a oggi le organizzazioni umanitarie sono state ostacolate e criminalizzate. Se davvero la Commissione europea vuole fare qualcosa può chiedere agli Stati di revocare quelle leggi che ostacolano il lavoro di chi salva le persone in mare.

Ora il testo passerà al parlamento e al Consiglio. Cosa prevede?

Sicuramente ci batteremo per modificarlo ma sarà dura perché oltre all’opposizione in Consiglio da parte dei Paesi da sempre contrari all’accoglienza, c’è anche un’opposizione interna al parlamento. Alcuni tra i popolari e i liberali hanno cambiato posizione rispetto alla scorsa legislatura e sono adesso contrari alla ricollocazione obbligatorio dei richiedenti asilo. Ma questo non ci spaventa, prima o poi si riuscirà a rafforzare il diritto di asilo e il principio di solidarietà ed equa condivisione delle responsabilità sancito dall’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione.

Conferenza pubblica a Udine sulla Rotta Balcanica.

UDINE 22 settembre, ore 18.00 Biblioteca dell’Africa, via Battistig 48

Una serata per presentare il rapporto “La rotta balcanica” che documenta gli innumerevoli casi di arbitrio e di respingimenti informali dei richiedenti asilo che arrivano in Italia e vengono respinti in Slovenia e via via fino alla Bosnia. L’Italia e il suo governo partecipa così attivamente a una catena di violenze in spregio alla normativa italiana ed europea che tutela i diritti delle persone migranti.
Con Gianfranco Schiavone (Associazione Studi Giuridici Immigrazione)
Silvia Maraone (IPSIA ACLI)in diretta da Bihac in Bosnia
Paolo Pignocchi (Amnesty International – Italia)