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Ora va approvata la proposta di legge di EroStraniero

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ASGI, promotrice insieme ad altre associazione della campagna #EroStraniero, ritiene necessario superare il sistema introdotto dalla legge Bossi-Fini per promuovere una gestione degli ingressi per lavoro efficace e razionale, che consenta ai datori di lavoro di poter selezionare e assumere i lavoratori in base al fabbisogno reale di manodopera, e ai cittadini stranieri di poter lavorare in maniera legale e dignitosa.

Il 2020 ha visto in materia di immigrazione due interventi da parte del governo molto attesi: la regolarizzazione straordinaria e il superamento degli aspetti più iniqui dei decreti sicurezza. La regolarizzazione ha interessato, in base alle domande ricevute dal Viminale, oltre 200.000 persone. Un’adesione piuttosto alta, considerati i troppi paletti previsti per accedervi, che dimostra quanto sia forte il desiderio di mettersi in regola da parte di chi è rimasto senza documenti ma vive e lavora nel nostro Paese e vuole farlo legalmente. Anche il decreto immigrazione, convertito ieri in legge, è intervenuto in materia di ingresso e soggiorno dei cittadini stranieri: da un lato, è stato eliminato il limite delle quote stabilito annualmente nell’ambito del decreto flussi, nel tentativo di adeguare gli ingressi al reale fabbisogno di lavoratori; dall’altro, viene introdotta la possibilità di convertire in permesso per lavoro una serie di permessi di soggiorno rilasciati per altri motivi (cure mediche, protezione speciale, calamità, assistenza ai minori e altri), evitando così la creazione di ulteriore irregolarità.

Alla luce di questi risultati, come promotori della campagna Ero straniero, crediamo sia necessario adesso intervenire sull’attuale normativa sull’immigrazione. Va superato il sistema introdotto dalla legge Bossi-Fini, che si è rivelato fallimentare in questi vent’anni e che in ogni caso non è più adeguato alle esigenze della nostra società. E’ arrivato il momento di promuovere una gestione degli ingressi per lavoro efficace e razionale, che consenta ai datori di lavoro di poter selezionare e assumere i lavoratori in base al fabbisogno reale di manodopera, e ai cittadini stranieri di poter lavorare in maniera legale e dignitosa. La mancanza di una legge adeguata alla gestione degli ingressi regolari per lavoro in Italia è infatti all’origine dei continui, e spesso mortali, viaggi in mare nelle mani dei trafficanti, nonché della creazione costante di irregolarità e del clima di perenne emergenza che ormai intossica ogni discussione sull’argomento.

Con questo obiettivo la campagna Ero straniero continuerà nei prossimi mesi a impegnarsi perché il Parlamento proceda quanto prima alla discussione e approvazione della riforma contenuta nella proposta di legge popolare “Ero straniero”, depositata il 27 ottobre di tre anni fa alla Camera e ora all’esame della Commissione affari costituzionali. Alla maggioranza e alle forze di opposizione chiediamo di adottare, finalmente, uno sguardo realistico sul fenomeno migratorio e una prospettiva a lungo termine sul futuro del nostro Paese.

Ero straniero è promossa da: Radicali Italiani, Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CNCA, A Buon Diritto, CILD, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Oxfam Italia, ActionAid Italia, ACLI, Legambiente Onlus, ASCS – Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, AOI, con il sostegno di numerosi sindaci e decine di organizzazioni.

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Una dichiarazione di 43 associazioni all’Ue: non rinchiudete i diritti

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ASGI è uno dei 43 firmatari della Dichiarazione di Roma – Un nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo da rivedere, un documento sottoscritto da organizzazioni, associazioni, reti della società civile e città di tutta Europa nel quale si denunciano le nuove politiche europee per l’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, portate avanti con il nuovo Patto sull’asilo e la migrazione, proposto il 23 settembre dalla Commissione europea per uscire dall’attuale situazione di stallo.

«Dichiarazione di Roma» Un nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo da rivedere

43 firmatari di questa dichiarazione sono le ONG, le associazioni, le reti e le città di diversi paesi europei che, insieme, hanno deciso di prendere la parola. Nel 2019, nella « dichiarazione di Parigi », hanno sottolineato l’irrigidimento delle politiche pubbliche per l’accoglienza dei migranti e dei rifugiati. In seguito, riunite a Berlino, hanno delineato quello che potrebbe essere un Piano di azione per una nuova politica in materia di asilo.

Oggi, considerato il Nuovo patto sull’asilo e la migrazione proposto il 23 settembre 2020 dalla Commissione Europea per uscire dall’attuale situazione di stallo, questi attori della società civile, a cui si aggiungono alcune città e comuni che hanno dato la loro disponibilità ad accogliere rifugiati, reagiscono con la presente dichiarazione congiunta. Sebbene a margine di una conferenza organizzata online, questa dichiarazione può essere considerata come una “Dichiarazione di Roma”, in quanto l’Italia rappresenta l’insieme delle sfide connesse al fenomeno migratorio.

Noi chiediamo alle istituzioni e ai governi europei di non rinchiudersi con questo Patto, così chiaramente orientato verso i rimpatri, alla prevenzione degli arrivi e alla difesa delle frontiere europee.

1) Riteniamo che l’Europa si sia unita e organizzata sulla base di valori che comprendono il rispetto del diritto di asilo e, più in generale, i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti, sia alle persone che migrano verso l’Europa che ai cittadini dell’Unione. Il rispetto di questi valori e diritti è particolarmente importante per gli Stati membri, , nonché per l’Unione, che non può cercare il consenso tra i suoi membri sulla base di tali violazioni. Il rispetto di questi valori e diritti si impone particolarmente agli Stati membri, i quali devono essere oggetto di sanzioni in caso di inadempimento, nonché all’Unione che non può cercare il consenso tra questi ultimi sulla base di tali violazioni.

2) Un Patto europeo sulla migrazione e l’asilo non può ignorare le cause e le conseguenze della crescente mobilità delle popolazioni nel mondo, aggravate dalla pandemia attuale. In tal senso, il nuovo Patto dovrebbe preoccuparsi delle modalità di ingresso sul territorio, dell’accoglienza di queste popolazioni in Europa e dei loro diritti, invece di dare priorità alla prevenzione degli arrivi e all’organizzazione dei loro ritorni o del loro respingimento. Piuttosto, quando si tratta di relazioni con i paesi terzi di origine o di transito, si dovrebbe dare priorità ad azioni che tendono a migliorare le condizioni dei rifugiati e dei migranti, invece di cercare di esternalizzare i doveri dell’asilo a questi paesi.

3) Il nuovo Patto pone particolare enfasi sulle procedure da applicare ai rifugiati e ai migranti che arrivano alle frontiere esterne dell’Europa, dando priorità al trattamento tempestivo delle domande di asilo e immigrazione, applicate in prossimità del confine di arrivo.

Esso unifica e fonde, nello stesso luogo e nello stesso tempo, una procedura di ingresso e una procedura di asilo, e sottopone entrambe a un regime di detenzione che può durare fino a dodici settimane o più. Fa così della reclusione la prima faccia dell’Europa per tutti coloro che vi arrivano senza titolo, compresi quelli che chiedono asilo. Riteniamo che la prima accoglienza alle frontiere dell’Europa debba curare i richiedenti asilo senza rinchiuderli, ed essere in grado di guidarli in modo prevedibile nell’indagine sulle loro domande.

– Le procedure previste sia per l’ingresso che per l’asilo sono, inoltre, lontane dal rispetto dei diritti e della dignità delle persone: per i richiedenti asilo, il diritto ad un esame individuale della loro domanda, invece di un orientamento sulla base di criteri forfetari come l’appartenenza ad una determinata nazionalità; il diritto di visita, il diritto di ricevere adeguate informazioni e consigli da parte di esperti indipendenti prima e durante la procedura amministrativa; il diritto effettivo all’assistenza e al ricorso; la possibilità per qualsiasi richiedente, la cui domanda di asilo sia stata respinta, di ottenere su un’altra base un permesso di soggiorno; per i migranti che non sono stati ammessi: la dignità delle procedure di ritorno.
– Il monitoraggio del rispetto dei diritti fondamentali è molto necessario. Riteniamo che esso debba essere svolto in modo indipendente, da rappresentanti qualificati di organizzazioni per la difesa dei diritti umani.

4) Il patto rivela tutta la sua debolezza quando si avvicina alla questione della solidarietà tra gli Stati membri nella ripartizione dei richiedenti asilo. Non solo viene mantenuto il regolamento di Dublino III che impone una responsabilità prioritaria al solo Stato di primo ingresso, ma è abbandonato il piano di organizzare dei meccanismi di ripartizione obbligatori per altri Stati membri: il Patto si rimette a forme di solidarietà volontarie e facoltative, senza reali prospettive di ricollocazione.

Riteniamo che il Patto debba includere, o quantomeno consentire, dei meccanismi di ricollocazione organizzati in maniera trasparente e prevedibile tra gli Stati membri volontari, tenendo conto dei legami effettivi delle persone. Questo è particolarmente importante nei casi riguardanti i richiedenti asilo identificati, o addirittura registrati, in un determinato porto in seguito allo sbarco di persone soccorse in mare (in mancanza di tali sistemi, come ha spesso sottolineato l’UNHCR, i salvataggi in mare potrebbero cessare), e più in generale dopo le procedure condotte alle frontiere esterne dell’Unione europea. Noi riteniamo che questa sia una condizione necessaria per la legittimità di tali procedure.

Il Patto mantiene il principio dei legami significativi di un richiedente asilo con un determinato paese, consentendo a quella persona di esprimere una preferenza, se non di esercitare la piena libertà di scelta. Le procedure di trasferimento della responsabilità dei richiedenti asilo per motivi familiari dovrebbero essere rese più efficaci e comprendere un numero più ampio di casi.

I titolari di protezione internazionale devono inoltre essere autorizzati, a determinate condizioni, a stabilirsi per motivi professionali e non solo familiari, in Paesi membri diversi dal Paese di asilo senza attendere il rilascio del permesso di soggiorno permanente.

5) Questo Patto, che si basa su una visione globale della politica europea in materia di asilo e immigrazione, manca, secondo il nostro parere, di alcuni elementi essenziali :

  • Meccanismi per l’ingresso regolare e protetto di rifugiati e richiedenti asilo, come i “corridoi umanitari” già sperimentati in Europa per coloro che fuggono da conflitti e crisi nel loro paese di origine.
  • L’immigrazione per lavoro, secondo il fabbisogno degli Stati membri, attualmente difficile a causa di pochi canali di migrazione legale, ha gonfiato di conseguenza le domande di asilo negli ultimi anni.
  • Per l’asilo vero e proprio, la mancata armonizzazione tra gli Stati membri delle condizioni di accoglienza e, soprattutto, dei tassi di riconoscimento, causa di confusione e disordine nei movimenti dei richiedenti asilo in Europa.
  • Il silenzio sulle politiche di integrazione, anche per i rifugiati riconosciuti negli Stati membri. Eppure le possibilità di integrazione condizionano l’intera catena dell’accoglienza. Concentrato com’è sulla questione dei rimpatri, Il Patto non ne parla.
  • Rivolgendosi agli Stati membri, al Consiglio e al Parlamento europeo, il Patto ignora il ruolo crescente delle città nell’accoglienza e nell’integrazione di rifugiati e migranti.

La “conferenza di Roma” si è conclusa con una parola di mobilitazione, per influenzare un negoziato europeo che si preannuncia lungo. La mobilitazione sarà ricercata a tre livelli contemporaneamente:

  • Agendo a livello delle istituzioni dell’Unione europea, in particolare del Parlamento europeo, ma anche degli Stati membri, per influenzare gli aspetti più discutibili del Patto, proporre alternative, ottenere delle garanzie e un controllo qualificato delle procedure;
  • Cercando un’ampia coalizione di partner interessati in Europa a promuovere una politica di accoglienza umana e dignitosa per rifugiati e migranti: oltre alle ONG e alle associazioni e le loro reti, le città disponibili ad accogliere, gli Stati membri disponibili ad un approccio diverso, i ricercatori;
  • Rivolgendosi alle società e alle opinioni pubbliche dei paesi ospitanti, tenendo conto della molteplicità delle percezioni ma senza sottomettersi alle ideologie xenofobe così presenti, per promuovere un altro approccio culturale alle questioni migratorie.

Firmatari:

Arbeiterwohlfahrt Bundesverband e.V.
A.M.I.S Onlus
Africa e Mediterraneo
Africa Express
Agorà degli abitanti della Terra
AOI Associazione delle organizzazioni non governative italiani
ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione)
CIR Consiglio Italiano per i rifugiati
CRED (Research and development center for democracy)
Centro Astalli Palermo
Diakonie Deutschland
Differenza lesbica
Forum Réfugiés Cosi
Forum per cambiare l’ordine delle cose
Heinrich Böll Stiftung
Fondazione Orestiadi
France terre d’asile
FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione)
Filef (Federazione Italiana lavoratori emigranti e famiglie)
Grei250
GRIS (Gruppo Immigrazione e Salute) Sicilia
Istituto Pedro Arrupe
ICS Italian Solidarity Consortium
Italian-Tunisian Forum
GIGI International legal intervention group
Link 2017
Ligue des droits de l’homme
La Cimade
Movimento europeo
Matilde
Nigrizia
Promidea
Programma Integra
ProAsyl
Republican Lawyer Association Germany
Sant’ Egidio
Secours Catholique – Caritas
Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (S.I.M.M.)
Swiss Refugee Council
Tempi moderni
Ufficio regionale per le migrazioni della CESI
UNIOPSS
Ville de Marseille

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La via della vergogna. Sulla rotta balcanica delle migrazioni

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Alcune delle decine di immagini (qui quelle meno cruente) delle sevizie sui migranti dalla polizia croata prima del respingimento in Bosnia

di NELLO SCAVO

È la schiena curva e livida dei respinti a dire le sprangate. Sono le gambe sanguinanti a raccontare la disperata corsa giù dal valico. A piedi nudi, con le caviglie spezzate dalle bastonate e i cani dell’esercito croato che azzannano gli ultimi della fila. È l’umiliato silenzio di alcuni ragazzi visitati dai medici volontari nel campo bosniaco di Bihac per le cure e il referto: stuprati e seviziati dalla polizia con dei rami raccolti nella boscaglia. I meno sfortunati se la sono cavata con il marchio di una spranga incandescente, a perenne memoria dell’ingresso indesiderato nell’Unione Europea.

Gli orrori avvengono alla luce del sole. Affinché gli altri, i recidivi degli attraversamenti e quelli che dalle retrovie attendono notizie, battano in ritirata. Velika Kladuša e il valico della paura. Di qua è Croazia, Europa. Di la è Bosnia, fuori dalla cortina Ue. Di qua si proclamano i diritti, ma si usa il bastone. Oramai tra i profughi della rotta balcanica lo sanno tutti che con gli agenti sloveni e gli sbirri croati non si scherza.

«Siamo stati consegnati dalla polizia slovena alla polizia croata. Siamo stati picchiati, bastonati, ci hanno tolto le scarpe, preso i soldi e i telefoni. Poi ci hanno spinto fino al confine con la Bosnia, a piedi scalzi. Tanti piangevano per il dolore e per essere stati respinti». Sono le parole di chi aveva finalmente visto i cartelli stradali in italiano, ma è stato rimandato indietro, lungo una filiera del respingimento come non se ne vedeva dalla guerra nella ex Jugoslavia. Certi metodi non sembrano poi cambiati di molto.

Tre Paesi e tre trattamenti. I militari italiani non alzano le mani, ma sono al corrente di cosa accadrà una volta rimandati indietro i migranti intercettati a Trieste come a Gorizia. Più si torna al punto di partenza, e peggio andranno le cose. Le testimonianze consegnate ad Avvenire dai profughi, dalle organizzazioni umanitarie, dai gruppi di avvocati lungo tutta la rotta balcanica, sembrano arrivare da un’altra epoca.

Le foto non mentono. Un uomo si è visto quasi strappare il tendine del ginocchio destro da uno dei mastini delle guardie di confine croate. Quasi tutti hanno il torso attraversato da ematomi, cicatrici, escoriazioni. C’è chi adesso è immobile nella tendopoli di Bihac con la gamba ingessata, chi con il volto completamente bendato, ragazzini con le braccia bloccate dai tutori in attesa che le ossa tornino al loro posto. I segni degli scarponi schiacciati contro la faccia, le costole incrinate, i calci sui genitali. Un ragazzo pachistano mostra una profonda e larga ferita sul naso, il cuoio capelluto malridotto, mentre un infermiere volontario gli pratica le quotidiane medicazioni. Un afghano appena maggiorenne ha l’orecchio destro interamente ricucito con i punti a zigzag. Centinaia raccontano di essere stati allontanati dal suolo italiano.

Una pratica, quella dei respingimenti a ritroso dal confine triestino fino agli accampamenti nel fango della Bosnia, non più episodica. «Solo nei primi otto mesi del 2020 sono state riammesse alla frontiera italo-slovena oltre 900 persone, con una eccezionale impennata nel trimestre estivo, periodo nel quale il fenomeno era già noto al mondo politico che è però rimasto del tutto inerte », lamenta Gianfranco Schiavone, triestino e vicepresidente di Asgi, l’associazione di giuristi specializzati nei diritti umani. «Tra le cittadinanze degli stranieri riammessi in Slovenia il primo posto va agli afghani (811 persone), seguiti da pachistani, iracheni, iraniani, siriani e altre nazionalità, la maggior parte delle quali – precisa Schiavone – relative a Paesi da cui provengono persone con diritto alla protezione ». A ridosso del territorio italiano arriva in realtà solo chi riesce a sfuggire alla caccia all’uomo fino ai tornanti che precedono la prima bandiera tricolore. Per lasciarsi alle spalle quei trecento chilometri da Bihac a Trieste possono volerci due settimane.

Secondo il Danish Refugee Council, che nei Paesi coinvolti ha inviato numerosi osservatori incaricati di raccogliere testimonianze dirette, nel 2019 sono tornate nel solo campo di bosniaco di Bihac 14.444 persone, 1.646 solo nel giugno di quest’anno.

I dati a uso interno del Viminale e visionati da Avvenire confermano l’incremento delle “restituzioni” direttamente alla polizia slovena. Nel secondo semestre del 2019 le riammissioni attive verso Zagabria sono state 107: 39 da Gorizia e 78 da Trieste. Il resto, circa 800 casi, si concentra tutto nel 2020. Il “Border violence monitoring”, una rete che riunisce lungo tutta la dorsale balcanica una dozzina di organizzazioni, tra cui medici legali e avvocati, ha documentato con criteri legali (testimonianze, foto, referti medici) 904 casi di violazione dei diritti umani. Lungo i sentieri sul Carso, tra i cespugli nei fitti boschi in cima ai dirupi, si trovano i tesserini identificativi rilasciati con i timbri dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati o dall’Agenzia Onu per le migrazioni. I migranti li abbandonano lì. Testimoniano di come a decine avessero ottenuto la registrazione nei campi allestiti a ridosso del confine balcanico dell’Unione Europea.

Quel documento, che un tempo sarebbe stato considerato un prezioso salvacondotto per invocare poi la protezione internazionale, oggi può essere una condanna. Perché averlo addosso conferma di provenire dalla Bosnia e dunque facilita la “riconsegna” alla polizia slovena. Anche per questo lo chiamano “game”.

Un “gioco” puoi vincere una domanda d’asilo in Italia o in un’altro Paese dell’Ue, o un’altra tornata nell’inferno dei respingimenti. «Quando eravamo nascosti in mezzo ai boschi, la polizia slovena – racconta un altro dei respinti – era anche accompagnata dai cani. Qualcuno si era accucciato nel bosco e non era stato inizialmente visto, ma quattro o cinque cani li hanno scovati e quando hanno provato a scappare sono stati rincorsi dai cani e catturati».

IL CERTIFICATO DI NASCITA NEGATO. Una riflessione di Francesco Bilotta, università di Udine

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IL CERTIFICATO DI NASCITA NEGATO. La Costituzione qualifica il nostro come uno stato di diritto e uno stato sociale. Infatti, allo stesso tempo assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali e organizza la collettività in modo che sia assicurato il benessere delle persone. Arriviamo alla stessa conclusione se consideriamo l’insieme delle Convenzioni internazionali che l’Italia ha sottoscritto nel secondo dopo guerra.

 

A questa premessa si aggiunga che le Nazioni unite hanno redatto un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU, tra cui il nostro, che va sotto il nome di Agenda 2030. Tale programma individua 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile e fa del rispetto dei diritti fondamentali una delle condizioni per tale sviluppo, poiché reputa necessario che si diffonda la capacità di vivere in maniera dignitosa ed equa per chiunque.

Dal punto di vista del diritto, vivere in maniera dignitosa ed equa presuppone essere riconosciuti prima come “soggetti di diritto” e quindi titolari di diritti e di doveri. Il nostro Codice civile – entrato in vigore nel 1942, in un contesto sociale completamente diverso dal nostro – considera sufficiente essere nati per divenire astrattamente titolari di diritti e di doveri. Eppure, per esperienza sappiamo che la documentazione di quel fatto (“essere nati”) è imprescindibile per il godimento di quei diritti e condiziona tutta la nostra vita.

Senza passare dall’anagrafe non esistiamo per lo Stato italiano. Quante domande abbiamo compilato per le quali ci è stato chiesto il certificato (o almeno l’autocertificazione) dei nostri dati anagrafici? Tutti i servizi di sostegno alla persona si fondano sulla premessa che si possa rintracciare una certa persona e si possa verificare quali siano i suoi bisogni. Tuttavia, senza la certificazione della sua nascita, non si può neppure sapere che quella persona esista. Senza chiarire questi passaggi non si può capire fino in fondo l’urgenza di rendere consapevoli quante più persone possibili della trappola giuridica in cui rischiano di cadere i bambini, figli di migranti privi di permesso di soggiorno.

Nel 2009, la legge n. 94 (c.d. “pacchetto sicurezza”) ha modificato l’art. 6 del Testo Unico sull’Immigrazione. Il testo così modificato, se interpretato restrittivamente, impedisce la registrazione alla nascita ovvero il riconoscimento del figlio naturale di cittadini stranieri irregolari, perché si pretende che i genitori presentino il permesso di soggiorno nel momento in cui entrano nell’ufficio dell’anagrafe.

Da anni ormai si chiede che venga modificato l’articolo in questione e che l’obbligo di esibizione del permesso di soggiorno non si applichi alla dichiarazione di nascita ed al riconoscimento del figlio naturale. Invece, al posto di modificare la legge, sono state emanate alcune circolari interpretative da parte del Ministero dell’interno, che sovrintende ai Servizi anagrafici.

La conseguenza di questo stato di cose è che, in mancanza di una norma chiara, quelle circolari non hanno la forza di arginare l’eventuale arbitrio del funzionario di turno. In tal modo, i migranti irregolari, per non rischiare l’espulsione o altre forme di grave penalizzazione, sono spinti a non recarsi all’anagrafe per denunciare la nascita dei loro figli.

La condizione di bambine e bambini, che pur nati in Italia, sono giuridicamente inesistenti, contrasta con una cultura inclusiva dei diritti, prima ancora che con l’Agenda 2030, il cui sedicesimo obiettivo si propone di fornire l’accesso universale alla giustizia, e di costruire istituzioni responsabili ed efficaci a tutti i livelli.

Esporre dei bambini al pericolo di essere privati del riconoscimento e del godimento di diritti fondamentali quali l’istruzione o la salute – solo per ricordarne alcuni – perché una norma è scritta male, contrasta con la Costituzione italiana e con gli obblighi internazionali dell’Italia di proteggere i diritti fondamentali di ogni persona.

Prof. Avv. Francesco Bilotta – docente di diritto privato e diritto antidiscriminatorio, Dipartimento di scienze giuridiche dell’Università di Udine. Coordinatore del portale di informazione giuridica Equal – Il diritto antidiscriminatorio.

Certificato di nascita negato

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Alla cortese attenzione del Viceministro dell’Interno Matteo Mauri

Udine, 23 novembre 2020

Oggetto: segnalazione urgente sul certificato di nascita negato

 Gentile Viceministro,

le scriviamo a nome della Rete DASI FVG (Rete Diritti Accoglienza Solidarietà Internazionale) che unisce decine di associazioni della società civile attive sul territorio della Regione Friuli Venezia Giulia impegnate anche per la difesa dei diritti delle persone migranti.

Nei prossimi giorni, la Camera dei Deputati affronterà in aula la conversione in legge del DL 130/2020 relativo alle “disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, modifiche degli articoli 131-bis, 301-ter e 588 del codice penale”.

In concomitanza con tale discussione, sarebbe per noi importante che si riportasse all’attenzione dei deputati e delle deputate della Repubblica la grave lesione dei diritti umani correlata al tema dell’iscrizione anagrafica dei bambini e delle bambine che nascono in Italia da genitori stranieri non in regola con il permesso di soggiorno.

Infatti, l’articolo 1, comma 22, lettera g della legge n. 94 del 2009 ha modificato l’articolo 6 della legge n. 286 del 1998 (Testo Unico sull’Immigrazione) togliendo gli atti di stato civile dalle pratiche per cui non è necessario presentare il permesso di soggiorno.

La circolare interpretativa n.19 del 7 agosto 2009, emanata contemporaneamente alla legge 94/2009 dal Ministero dell’Interno, afferma che, nello svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione, “non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno, trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del minore, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto”.

Tuttavia, nonostante la circolare interpretativa, le disposizioni della legge 94/2009 permangono e potrebbero indurre i genitori non in regola con i documenti di soggiorno a non provvedere alla registrazione della nascita dei figli nati in Italia, per paura di essere identificati ed esposti al rischio di espulsione o ad altre forme di penalizzazione.

Sulla corretta interpretazione della circolare, il 3 ottobre 2019, in risposta ad un’interrogazione parlamentare dell’on. Fornaro, dal Ministero dell’Interno si precisa che gli ufficiali di stato civile sono tenuti ad uniformarsi alle istruzioni del Ministero stesso, mentre i poteri di vigilanza appartengono ai Prefetti. A loro quindi è possibile rivolgersi per segnalare eventuali difformità nell’applicazione della norma.

Non dobbiamo ignorare il fatto, che ove fosse applicata la legge (che ha valenza superiore alla circolare) avremmo in Italia bambini senza un nome, discriminati e privati di ogni diritto e protezione essenziali, quali le cure mediche e l’istruzione e facilmente esposti ad abusi e sfruttamento.

Tale situazione confligge con le disposizioni della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ratificata dalla legge italiana n. 176/1991, che all’art. 7 comma 1, afferma che ogni bambino/bambina è registrato/a immediatamente alla sua nascita e da allora ha diritto ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da essi.

In relazione all’acquisizione di una cittadinanza, vogliamo precisare che la conquista del diritto ad un’esistenza riconosciuta sul piano giuridico per ogni bambino/bambina nati in Italia  non comporta di per sé  l’acquisizione della cittadinanza italiana, bensì di quella dei genitori.

Ci rivolgiamo a lei perché si faccia interprete della nostra richiesta di modifica della legge n.94/2009 in occasione del dibattito parlamentare sopra ricordato, ed anche presso la Ministra Luciana Lamorgese, che sappiamo essere sensibile al tema dell’iscrizione anagrafica di tutti i bambini e le bambine nati in Italia, indipendentemente dalla provenienza dei genitori e dalla loro presenza – regolare o irregolare – sul territorio nazionale.

Qualora non fosse possibile risolvere questa specifica questione nell’ambito dell’imminente discussione alla Camera, auspichiamo che al più presto possa essere intrapresa un’iniziativa legislativa da parte del Parlamento o dello stesso Governo, affinché si possa porre rimedio all’inaccettabile violazione dei diritti fondamentali delle persone introdotta nel nostro ordinamento dalla legge n. 94 del 2009.

Segnaliamo che la nostra richiesta è stata oggetto di numerose proposte e disegni di legge (n. 740 del 2013, n. 1562 del 2014, n. 2092 del 2015) e di interrogazioni parlamentari che non sono riuscite a modificare la disposizione contenuta nell’art. 1 della legge n.94/2009.

In attesa di un cortese riscontro, la ringraziamo per l’attenzione e la salutiamo cordialmente

Valentina Degano, Mary Silva Remonato, Annalisa Comuzzi, Silvana Cremaschi a nome della Rete Diritti Accoglienza Solidarietà Internazionale del Friuli Venezia Giulia