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Migranti e lavoro: oltre il feticcio della regolarizzazione

Dal Sito Dinamo Press

di Gianluca Nigro

In questi giorni è entrato nel dibattito pubblico trasversale, dagli attivisti alle associazioni, al sindacato al governo e finanche le associazioni di categoria, la discussione sull’apertura di un percorso di regolarizzazione dei migranti, principalmente per evitare che le stagioni di raccolta dei prossimi mesi corrano il rischio di non avere a disposizione un numero sufficiente di lavoratori. La Ministra Bellanova ha esperito l’ipotesi di chiudere un accordo l’ambasciatore della Romania. Fermo restando l’utilità di provvedimenti che consentano la fuoriuscita dall’invisibilità di lavoratori irregolari, c’è da ragionare se la regolarizzazione così come la intende il governo sia nell’interesse reale dei migranti o piuttosto del mondo dell’impresa. Di fatto negli anni passati le regolarizzazioni si sono rivelate strumenti a tempo, proprio per il meccanismo intrinseco con cui vengono realizzate. I lavoratori regolarizzati di solito pagano i costi dei contributi pregressi, pagano i contratti, falsi o reali che siano, pagano per avere la disponibilità di una residenza da indicare sul tanto desiderato permesso di soggiorno: tutto questo si intreccia con il fatto che il permesso di soggiorno di prassi dura un solo anno e al momento del rinnovo si trovano di fronte lo stesso tipo di ricatto descritto per il primo rilascio. Nel caso di questa ipotetica regolarizzazione, indirizzata come si diceva per coprire il bisogno di manodopera in agricoltura, il quadro che si potrebbe generare è quello che conosciamo da anni: si apre una posizione per iscriversi al registro dei lavoratori agricoli, si va a lavorare, si fanno le giornate, si raccoglie quello che c’è da raccogliere e al momento del conteggio delle giornate – che danno accesso eventualmente alla disoccupazione agricola – si scopre che i datori di lavoro non hanno inserito nel conteggio il numero vero di giorni lavorati. Questo meccanismo, conosciuto da troppi anni nel silenzio generale, rischia di rendere la questione della regolarizzazione un’arma spuntata. A maggior ragione perché in nessuna dichiarazione ufficiale si è sentito parlare in questi giorni del salario reale che i lavoratori dovrebbero percepire una volta regolarizzati.

A chi scrive pare evidente che non si vogliano regolarizzare le persone per consentirgli di condurre una vita degna e per evitare che entrino nei canali del lavoro nero o, peggio, siano strumento di speculazioni delle organizzazioni criminali. Si vogliono solo braccia a tempo, molto limitato, che lavorino solo per le stagioni necessarie e poi ognuno per se e Dio per tutti.

Il punto centrale di una discussione politica oggi dovrebbe essere il salario, a giornata e mensile, che i lavoratori percepiscono. Solo se sapremo condurre una campagna che insieme alla regolarizzazione parli anche di salario si potrà ipotizzare una avanzata sul terreno dei diritti esigibili.

Considerato il contesto nel quale operiamo, filtrato dalla vicenda della Covid-19, e considerate le non scelte che questo esecutivo ha operato per la tutela dei soggetti deboli – migranti, senza dimora in particolare – non c’è da aspettarsi che le proposte che arriveranno sul tavolo del Governo saranno nella direzione della tutela delle persone: l’abbandono dei “ghetti” e degli insediamenti informali dove vivono i “potenziali” lavoratori stanno a dimostrare la validità di quanto scriviamo. La Covid-19 per i ghetti del foggiano, della Calabria o della Sicilia sembra non essere un problema.

A fronte di tutto ciò è utile oggi ragionare se la sola regolarizzazione sia davvero uno strumento di avanzamento, pur nella sua parzialità, o se non sia diventato per troppi l’unico feticcio politico da agitare in assenza di proposte politiche concrete da perseguire con la giusta pervicacia.

Possiamo inoltre scommettere sul fatto che l’innalzamento del salario porterebbe a un rimescolamento della platea dei lavoratori che oggi occupa i campi, forse tornerebbero gli italiani, cosa che è già avvenuta in alcuni frangenti dove la parte padronale è stata forzatamente indotta a tenere una linea di condotta trasparente sui salari. E non sarebbe un male nemmeno per i migranti avere un mercato del lavoro non drogato come quello attuale. Infatti l’idea è che i migranti facciano il lavoro che gli italiani non vogliono più fare è una colossale sciocchezza creata a uso e consumo di chi non vuol sentire parlare di diritti del lavoro.

Il vero terreno di discussione politica che è emerso dalle dichiarazioni degli esponenti del Governo è appunto questo: ci servono lavoratori per fare la raccolta ma alle condizioni di sempre. Oggi i migranti non ci sono perché anche loro si rendono conto che quel salario, specie in tempi di Covid-19 e senza tutele mediche e del lavoro, non vale la messa a rischio della propria dignità e della propria vita. Proprio per questo le fasce meno deboli dei paesi dell’Est si rifiutano di venire in Italia a farsi sfruttare a rischio della vita.

L’eventuale regolarizzazione, così come pensata dal Governo e dalle associazioni padronali di categoria, nelle modalità delle precedenti rischierebbe di riprodurre un meccanismo di sfruttamento ormai consolidato da troppi anni, che vede nella disponibilità di manodopera a basso costo l’unico strumento di gestione del mercato del lavoro in agricoltura, settore che vede una crescita di Pil già da molti anni. Senza voler essere didascalico è utile ricordare che il termine “crisi” rappresenta la dislocazione delle risorse da una parte all’altra della società e non la scarsità di risorse.

Insomma, un percorso di regolarizzazione va perseguito, ma il timbro della Questura sul permesso di soggiorno non può essere l’unica moneta di scambio per un lavoro duro e faticoso. Ci deve essere necessariamente altro: un salario adeguato al lavoro svolto. Naturalmente non è intenzione di chi scrive demonizzare un provvedimento che per alcuni può apparire come una via d’uscita da una terribile situazione sociale. Tuttavia credo che enfatizzare gli effetti positivi di questa misura rischia di derubricare dall’agenda politica un ragionamento di sistema che in questa fase potrebbe avere più agibilità che in altri fasi storiche.

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