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Coronavirus, emergenza sanitaria migranti: «Chiudere i grandi centri e optare per accoglienza diffusa»

Un documento elaborato su iniziativa di Asgi (associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) e ActionAid, sottoscritto da decine di associazioni, raccoglie una prima panoramica sui diritti a rischio dei migranti, particormente esposti all’epidemia e propone soluzioni

di Andrea Gagliardi (Sole 24 ore, 23 marzo 2010)

Coronavirus, ecco le misure straordinarie per la salute

«È del tutto evidente che le strutture collettive caratterizzate da grandi concentrazioni (CAS, CARA, HUB, CPR, hotspot) non sono oggettivamente idonee a garantire il rispetto delle prescrizioni legali e la salvaguardia della salute sia dei e delle richiedenti asilo, sia dei lavoratori e delle lavoratrici dell’accoglienza e pertanto la salute collettiva. Esse, pertanto, devono essere urgentemente chiuse, organizzando l’accoglienza secondo il sistema di accoglienza diffusa».

È uno dei passaggi fondamentali di un documento elaborato su iniziativa di Asgi (associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) e ActionAid e sottoscritto da decine di associazioni, tra le quali Naga, Intersos, Mediterranea Saving Humans, Gruppo Abele, Libera, Focsiv, Magistratura Democratica Legambiente, Emergency, Arci, Medici contro la tortura, [e la RETE DASI]) che raccoglie una prima panoramica sui diritti a rischio dei migranti, particolarmente esposti all’epidemia del coronavirus.

Si tratta infatti di persone che ad oggi sono prive di effettiva tutela, nella maggioranza dei casi anche degli strumenti minimi di contenimento (mascherine e guanti – acqua, servizi igienici), ed «oggettivamente impossibilitate – spiega Nazzarena Zorzella, avvocato dell’Asgi – a rispettare le misure previste dal legislatore, vivendo in luoghi che di per sé costituiscono assembramenti».

Sovraffollamento e condizioni igieniche critiche
Nel caso dei CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e dei CAS (Centri di accoglienza straordinaria) con capacità ricettive di decine o centinaia di posti, la permanenza degli ospiti è spesso organizzata all’interno di moduli abitativi/container/camerate da oltre 10 posti. I servizi di distribuzione dei pasti sono organizzati all’interno di spazi collettivi dedicati (es. mense), che «possono rappresentare – si legge nel documento – un terreno fertile per la diffusione del virus, costituendo quelle «forme di assembramento» vietate dalla normativa vigente. Anche la fruizione dei servizi igienici, è «segnata dalle medesime criticità».

A corto di mascherine e disinfettanti
E sebbene alcune Prefetture abbiano diramato indicazioni ai responsabili dei CAS, chiedendo di «assicurare l’adozione di tutte le iniziative necessarie all’applicazione delle prescrizioni di carattere igienico-sanitario previste», non risultano accompagnate dalla puntuale fornitura di mascherine e disinfettanti personali, né da una sanificazione costante dei locali.

L’opzione della accoglienza diffusa
Il documento non evidenzia solo le criticità ma chiede al legislatore soluzioni concrete ed immediate, che consentano di garantire a tutte le persone le medesime tutele previste dai provvedimenti per contenere il contagio da coronavirus. Con specifico riguardo ai Cas, ad esempio, le associazioni firmatarie chiedono che vengano chiusi quelli di grandi e medie dimensioni, riorganizzando il sistema secondo il modello della accoglienza diffusa in piccoli appartamenti e distribuiti nei territori. E nelle more della chiusura dei grandi centri, definire «specifici protocolli di gestione dei casi positivi in strutture collettive, che riguardino tanto le/gli ospiti quanto gli operatori/trici e le/i volontari coinvolti». Strutture in grado di erogare l’assistenza e monitoraggio sanitario richiesto.

Il problema dei senza dimora
C’è poi il problema dei senza dimora. A seguito dell’entrata in vigore del decreto Salvini ( D.L. 113/18, convertito in L. 132/18) tanti cittadini stranieri hanno ricevuto un diniego alla richiesta di protezione internazionale o hanno perso il titolo di soggiorno e sono costretti a vivere ai margini della società. Si tratta di cittadini stranieri senza fissa dimora o costretti a vivere negli insediamenti informali, nelle aree urbane o nelle aree rurali, caratterizzati da precarie condizioni igienico-sanitarie e disagio abitativo. Di qui la richiesta per loro di accesso a strutture di accoglienza adeguate, «tali da evitare situazioni di sovraffollamento, effettuando il necessario monitoraggio sanitario e prevedendo anche in tali casi la predisposizione di protocolli per la gestione dei casi positivi e l’individuazione di strutture di destinazione per l’attuazione delle misure di isolamento in permanenza domiciliare»

Il caso dei Cpr e degli hotspot
Il Documento chiede, altresì, che venga consentito l’accesso al SIPROIMI (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati) anche per coloro che ne sono stati esclusi dal decreto sicurezza (titolari di permesso umanitario, richiedenti asilo). E accende un faro anche sule condizioni nei CPR (centri di permanenza per il rimpatrio) e negli hotspot, ove «un numero elevato di persone vive in condizioni di promiscuità, spesso in condizioni sanitarie precarie e in assenza di adeguati presidi sanitari interni ai centri». «Appare del tutto evidente – si legge ancora – che un contagio all’interno dei CPR o degli hotspot avrebbe conseguenze drammatiche, in quanto non potrebbe essere affrontato con misure di isolamento dei soggetti che risultassero contagiati». Di qui la necessità di «impedire nuovi ingressi nei Cpr e negli hotspot e per le persone già trattenute nei Cpr di disporre le misure alternative al trattenimento, stante l’impossibilità attuale di eseguire ogni rimpatrio nei Paesi di origine». Nonché «che si proceda con la massima tempestività alla progressiva chiusura dei suddetti centri»

Sbarchi e soccorso in mare
Il documento non si dimentica neppure della situazione in cui versano le persone migranti che anche in questo periodo possono arrivare in Italia, per cercare di sottrarsi a morte e torture nei campi in Libia o in fuga da situazioni di grave pericolo. Le misure straordinarie e urgenti per la gestione dell’emergenza sanitaria hanno inevitabilmente comportato per le organizzazioni umanitarie impegnate nelle attività di ricerca e soccorso difficoltà organizzative e logistiche che rischiano di ritardare il riavvio delle operazioni in mare. La richiesta è che «vengano predisposte misure che consentano la rapida indicazione di un porto sicuro per lo sbarco e la predisposizioni di protocolli atti ad evitare la diffusione della pandemia in corso».

 

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